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Anamorfosi dello “spread” (Globalizzazione finanziaria, guerre valutarie e tassi di interesse dei debiti sovrani)

di - 7 Maggio 2013
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E così il miracolo è continuato anche dopo il sorprendente – e paralizzante – risultato elettore italiano di fine febbraio.
Lo spread, infatti, non è risalito in modo significativo, nonostante le obbiettive difficoltà in cui versa il Paese, il quadro politico incerto, la minaccia reiterata di downgrading di Moody’s e quello intervenuto da parte di Fitch ed i clamori mediatici sulla catastrofe finanziaria ed economica incombente.
La ripresa dello spread è stata, però, molto contenuta, nonostante l’indubbia gravità della situazione politica ed economica del Paese, a conferma della dipendenza dell’aumento dei tassi di interesse soprattutto da cause esogene.
Verrebbe anzi da chiedersi se il pur contenuto innalzamento dello spread (tra i 340/320 punti) si sarebbe verificato in questi termini senza l’insistenza mediatica sullo stesso.
Lo spread rilevato sul mercato secondario, nonostante i dati sulla disoccupazione crescente e sulla severa recessione della nostra economia, sta nuovamente scendendo sui 310 punti anche dopo il fallimento di fine marzo 2013 del primo tentativo di formare il Governo.
Tant’è che non se ne parla quasi più.
Lo spread – e questa è una buona notizia – è scomparso dai sottotitoli permanenti e dai titoli di testa dell’informazione televisiva e delle prime pagine dei giornali.
Se si guarda all’indice più significativo del livello dei tassi di interesse spuntato dai consistenti collocamenti di titoli del debito pubblico effettuati dal Tesoro sul mercato primario in questi mesi, il dato sul tasso del debito pubblico è ancora più positivo.
A fine marzo 2013 si può constatare come il livello dei tassi rimanga sostanzialmente in linea con quello delle emissioni effettuate a partire dallo scorso novembre 2012.
In altri termini, i tassi rimangono stabili nonostante si sia succeduta da allora: la crisi del Governo Monti, l’ingovernabilità attuale ed il peggioramento dei dati strutturali della nostra economia registrati tra gennaio e marzo 2013.
Il costo del servizio del debito pubblico dunque non è aumentato nonostante i massici collocamenti del Tesoro che, a partire dal terzo trimestre 2012, ha rinnovato debiti ed allungato scadenze, aumentando, in particolare, l’offerta di titoli decennali e nonostante la concomitante concorrenza di irlandesi, spagnoli e portoghesi che fanno ovviamente lo stesso approfittando della congiuntura favorevole della ripresa del carry trade sul dollaro il cui cambio scende.
Che dire?
La larga schiera di commentatori con gli occhi fissi sullo spread non si capacita: non sa spiegare la bonaccia che persiste avanzando ipotesi disparate e spesso tra loro contraddittorie.
Per farla breve, sembrerebbe quasi che l’idolo irato dei mercati finanziari, sempre pronto a punirci al minimo fallo, si sia improvvisamente placato o che l’Occhio Malvagio del Signore degli Anelli sia per il momento distratto.
Ad ogni modo, lo spread rimane di gran lunga sotto la soglia di 372 salutata come la svolta salvifica che aveva fatto seguito al discorso del Presidente della BCE sulla difesa dell’euro di fine luglio 2012.
Sull’innalzamento comunque relativo dei tassi del debito pubblico, non solo italiano, dell’ultimo mese, ha pesato, in maniera rilevante, la maldestra gestione della crisi bancaria di Cipro che ha riproposto lo schema “ Ponzio Pilato”, già sperimentato con scarso successo per la Grecia, in base al quale incerti organismi UE/UEM si defilano, lasciando il FMI a dettare le onerose condizioni del salvataggio per la concessione del prestito europeo al quale lo stesso FMI, in definitiva, partecipa in una misura sostanzialmente marginale e con un prestito a medio termine di un Mld di euro.
L’incerta governance UE/UEM, incapace di gestire autonomamente crisi finanziarie circoscritte, nonché il lesto prelievo forzoso nei depositi privati nelle banche cipriote si è indubbiamente ripercosso sui flussi di liquidità verso l’euro – … molto di più della nostra tormentata crisi post-elettorale – come del resto attesta il coincidente leggero indebolimento del cambio dell’euro ora appena sotto la parità di 1,30 sul dollaro.
Ciononostante, il tasso di cambio tiene e tengono così anche i tassi di interesse sui debiti periferici, fra i quali quello italiano, a conferma che il tasso di interesse sul debito dipende soprattutto dalla persistenza di un’offerta di liquidità in dollari che si sposta verso gli investimenti nell’Eurozona.

6. Un punto di vista contro intuitivo ai grafici sullo spread

Nei grafici seguenti si prospetta la conferma di questa tesi sulla base di un riscontro sull’andamento del cambio dollaro/euro nel periodo gen.1999-mar.2013 (figura 1), del quale si fornisce anche una spiegazione dell’andamento a dente di sega nel periodo 2008–2013 (figura 2) determinato dalle emergenziali politiche espansive della base monetaria messe in atto, in particolare, dalla FED (cd. quantitative easing – QE) e anche, seppure in minor misura, dalla BCE.
Nella figura 3 si illustra la correlazione inversa tra tasso di cambio dollaro/euro e tasso di interesse dei debiti sovrani espressi in euro sempre nel periodo 1999-2013, per cui, al crescere del primo il secondo scende e viceversa. Si prende in considerazione nella figura 4 più in dettaglio il periodo 2008-2013 con riferimento all’attacco speculativo sull’euro ed al suo incerto esito.
Con l’inversione di rapporto di cambio, che nel terzo trimestre del 2012 inclina a favore dell’euro, l’abbattimento del costo dei debiti pubblici in euro riprende e si ridimensiona conseguentemente anche lo spread tra Btp e Bund.

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