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Anamorfosi dello “spread” (Globalizzazione finanziaria, guerre valutarie e tassi di interesse dei debiti sovrani)

di - 7 Maggio 2013
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Ed in effetti, se non si fissa lo sguardo puntualmente sull’infra  spazio – cioè lo spread – tra le due linee relative ai Bonos spagnoli e ai nostri Btp, come normalmente si è indotti a fare con il riferimento allo spread, quello che colpisce davvero è piuttosto l’evidente danza sincronica dei due tassi di interesse italiano e spagnolo che si muovono, verso l’alto o verso il basso, sempre all’unisono.
Se fosse vera la tesi “endogena”, che il loro andamento dipende essenzialmente dalle diverse politiche interne e dalle rilevazioni congiunturali dei fondamentali economici, si dovrebbe allora concludere che i due Paesi sono di fatto gemelli e che Italia e Spagna hanno vicende politiche ed economiche sostanzialmente sincroniche e parallele, seppure contrassegnate da quel minimo scarto tra di loro indicato dallo spread.
Il dato rilevante dunque non è allora lo spread tra i due tassi ma il loro andamento sincronico.
Diventa così “contro intuitivamente” necessario ricercare la causa della danza sincronica dei due tassi di interesse, in una varabile comune ma esogena ad entrambi i Paesi, in grado di influenzarne il costo del debito allo stesso modo che è data, come la stessa figura 5 conferma, dall’andamento del cambio tra dollaro e euro.
L’indiscussa differenza tra le politiche interne di Spagna e Italia nonché dei rispettivi fondamentali finanziari ed economici, in costanza del sincronismo dei relativi tassi di interesse, esclude che i fattori interni possano essere la causa principale dell’andamento dei tassi del debito pubblico e conferma che la variabile principale va ricercata nei flussi speculativi, in entrata o in uscita dall’Eurozona, correlati all’andamento del tasso di cambio dollaro/euro.
È su questa variabile principale, pertanto, che bisognerebbe concentrare l’attenzione per coerenti politiche di contenimento e di riduzione degli oneri del debito pubblico nei Paesi dell’Eurozona.

7. Che fare? La difesa del valore dell’euro ed il consolidamento del debito pubblico

L’abbandono della fallace prospettiva anamorfica dello spread ci indica la strada del contrasto della speculazione finanziaria come obiettivo prioritario. Tutte le misure volte a contenere la speculazione sui tassi di interesse e sui cambi come la Tobin tax vanno sostenute nella loro applicazione più rigida.
Se vogliamo tenere bassi i tassi di interesse e, dunque, i costi del finanziamento del debito pubblico nell’Eurozona è necessario anche difendere il cambio dell’euro ed impedire che la moneta europea sia affossata da emissioni monetarie inflattive come tutta l’anglosfera finanziaria, invece, da tempo auspica[15].
In questo senso, si può allora convenire con la politica messa in atto dalla BCE che finora è andata nella giusta direzione.
Ma per la stabilità dell’euro e dell’Eurozona occorre che tutti i Paesi, inclusi quelli maggiormente rigoristi sulla difesa della moneta, convengano sul fatto che i debiti degli Stati non possano essere lasciati esposti agli ondeggiamenti win/win della speculazione sui tassi.
Altrove, discuto una ipotesi di consolidamento coordinato nella Eurozona del debito sovrano, per sottrarre l’economia reale agli effetti depressivi delle politiche fiscali che drenano il risparmio sottraendolo agli investimenti nell’economia reale per reperire le risorse monetarie necessarie a fare fronte agli imprevedibili ondeggiamenti dei tassi di interesse indotti dai movimenti speculativi dei capitali[16].
C’è qualcosa di fortemente contraddittorio nella politica monetaria dell’Eurozona. Le banche che ricevono iniezioni anomale di liquidità dalla BCE non possono poi lucrare sugli elevati tassi dei debiti pubblici degli Stati che costituiscono il sistema monetario della Banca Centrale.
Si impone una qualche forma di calmiere.
Il consolidamento a termine del debito con un rinnovo automatico e unilaterale alla scadenza per la stessa durata potrebbe costituire una risposta se accompagnata da politiche di contenimento e soprattutto riqualificazione della spesa. Il tasso di interesse dovrebbe essere regolato con un cap variabile, con riferimento al tasso di interesse praticato dalla BCE nel mercato bancario oppure al tasso di interesse corrisposto dalla Germania per il proprio debito, con un delta varabile  di incremento sullo stesso.
Non sarebbe comunque un congelamento sine die; i titoli per quanto rinnovati a scadenza sarebbero comunque trattabili sul mercato secondario.
È anzi possibile ipotizzare che una risposta negativa dei mercati con vendite al ribasso, passato il primo momento di reazione umorale, avrebbe solo l’effetto di accrescere il rendimento dei titoli venduti ad un prezzo più basso dell’originaria quotazione con un evidente effetto di rimbalzo e di stabilizzazione dei titoli. Contenuto, infatti, l’onere del debito entro limiti ritenuti obbiettivamente sostenibili e allontanato il rischio del default si avrebbe una finanza pubblica stabilizzata che renderebbe quei titoli appetibili.
Nel nostro bilancio statale si determinerebbe un avanzo primario delle entrare sulle spese ed una riduzione del deficit entro i margini del Fiscal Compact. Sarebbe allora possibile, nel rispetto dello stesso, coniugare i conti pubblici in ordine con una politica di sostegno all’economia reale soprattutto se, attraverso una macro e micro spending review si riqualifica la spesa pubblica eliminando parassitismi, sprechi e malversazioni del settore pubblico al fine di ridurre le imposte che sottraggono risparmio agli investimenti nell’economia reale[17].
Per imboccare questa strada bisogna comunque iniziare ad allontanarsi dalla percezione anamorfica dello spread evitando di continuare a prestare eccessiva – se non a tratti ossessiva – attenzione alla sceneggiata corale intorno a tale indicatore, le cui forme e modalità di rappresentazione sembrano ripercorrere lo schema, già collaudato nei mercati finanziari, del “reality della globalizzazione finanziaria[18].

Note

15.  Teoria e critica, op. cit., pp. 440 e ss.

16. Ibidem, pp. 442 e ss.

17. Ibidem, p. 452 e ss.

18. Ibidem, pp. 86 e ss.

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