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The Elephant in the Room

   
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– Un osservatorio sul ruolo della Cina negli eventi contemporanei –

L’elefante nella stanza è come quell’ospite che evitiamo di nominare, in quanto ci intimorisce o ci mette a disagio, finché non possiamo fare a meno di farlo per via della sua mole.

La definizione degli scopi di questo osservatorio deve fare i conti con la complessità che avvolge ogni aspetto di questo Paese, a partire dal concetto stesso di Cina. Corrisponde, in primo luogo, a dei confini geografici. La Cina è un continente che si estende dalle steppe mongole alle vette dell’Himalaya e dal corridoio del Wakhan al Mar cinese orientale. Allo stesso tempo in una connotazione storico-politica, include anche l’isola di Taiwan e parte del Kashmir. La reintegrazione del territorio nazionale, venuta meno nel 1800 sotto l’urto delle potenze coloniali, è un principio fondamentale della Repubblica Popolare. La Costituzione cinese si apre, infatti, con con una ricostruzione storica marxista incentrata sulla lotta di classe e sulla lotta all’imperialismo occidentale e giapponese. La Cina odierna ha dunque un rapporto ambiguo con la sua storia millenaria. Dell’impero mantiene i caratteri multinazionali e le forze accentratrici, oltre a continuarne la tradizione burocratica, fondata sulla selezione dei funzionari e sulla suddivisione in province. Nondimeno, è un progetto rivoluzionario che ha stravolto la società cinese a partire dall’organizzazione tradizionale della famiglia-clan. L’obiettivo rivoluzionario non è compiuto. L’autorità dello stato cinese è fondata su un contratto sociale indirizzato allo sviluppo di un modello di società che garantisca moderato benessere materiale alla sua popolazione, un quinto dell’umanità.  Sul piano internazionale, mira alla realizzazione di una comunità fra Stati eguali, a prescindere dal loro metodo di governo. La sintesi di queste contraddizioni, talvolta apparenti, talvolta reali, è il Partito comunista. Con i suoi 90milioni di iscritti, è il fulcro della vita pubblica cinese, dagli aspetti quotidiani a quelli spirituali. E’ un organo complesso quanto il paese che governa. Accentra su di sé il sistema politico, ma il suo ruolo istituzionale è indefinito. Si adatta alle molteplici esigenze che compongono la realtà cinese, presentandosi talvolta come il manager sensibile a tematiche ambientali di un’azienda di e-commerce a Shenzhen o Shanghai, talvolta come apparatčik pechinese, talaltra come capo di un villaggio di contadini dello Hunan. Più di ogni altro movimento intellettuale contemporaneo, ha saputo leggere e sfruttare a proprio vantaggio le dinamiche della globalizzazione, di cui, nell’epoca dell’America First trumpiano, si propone come prossimo campione. Eppure, in Cina, mantiene un controllo deciso sugli impatti delle dinamiche globali. Regola gli investimenti esteri nel proprio paese, si defila rispetto ai grandi flussi migratori, limita la convertibilità delle valute estere con il RMB e soprattutto comprime l’accesso alla rete Internet globale dei suoi cittadini. Il tema del rapporto dei cinesi con Internet potrebbe essere oggetto di un osservatorio autonomo. Lungi dall’impedire alla Cina di accedere alle potenzialità di sviluppo promesse dall’industria online, il Great Internet Firewall, un sistema che in sostanza blocca le pagine Internet che rifiutino di censurare certi contenuti, ha consentito alle imprese di e-commerce cinesi di svilupparsi libere dall’onere di competere con i colossi americani. Si è creato così un humus su cui si è scatenata una competizione autarchica e al contempo sorprendentemente anarchica, in cui le aziende cinesi hanno prosperato. Alcune sono diventate a loro volta colossi. A differenza delle loro controparti americane, si tratta però di colossi nazionali e non globali. Ora, nell’epoca della regolamentazione di Internet, fenomeno che riguarda l’Occidente come l’Oriente, la “cinesità” delle imprese cinesi, Baidu, Alibaba e Tencent su tutti, consente allo Stato cinese di affermare la propria sovranità su un cyberspazio dai confini definiti, per quanto possibile. Si tratta peraltro di una dottrina appetibile per gli altri Stati che non condividono il gli ideali democratici dell’ Occidente, e in particolare per gli Stati asiatici o islamici. Questi ambiscono sì ad accedere ai vantaggi dell’industria online, ma non a costo che ciò comporti la diffusione di valori occidentali nel proprio tessuto sociale. Si tocca così un punto fondamentale, anche se poco discusso, e cioè l’attitudine del modello cinese ad essere esportato e replicato. La visione tecnocratica della politica, la tendenza a considerare i diversi modelli di governo non come un fine, ma come mezzi per, appunto, il governo (non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi, amava ripetere Deng Xiaoping), rende l’esperienza cinese almeno parzialmente replicabile in ogni altro paese in via di sviluppo.

E’ evidente dunque come la Cina non rilevi solo in quanto seconda economia mondiale, ma anche perché è un elemento centrale in ogni evento che ci riguarda. Dalla corsa all’Intelligenza Artificiale al diffondersi di nuove malattie, dalla lotta alla povertà assoluta al futuro della democrazia occidentale, la Cina è sempre al centro, come partner, come competitore o come termine di raffronto. E’ un gigantesco elefante nella stanza, che non possiamo evitare di vedere, qualunque sia la direzione in cui ci voltiamo. Eppure, in Occidente ma non solo, la Cina è la grande storia non raccontata della nostra epoca. Questo deriva da barriere linguistiche e culturali, da tendenze eurocentriche di cui soffriamo, ma anche dalle limitazioni alla libertà di espressione che la Repubblica Popolare impone ai suoi cittadini. Difficoltà ulteriori discendono dalla necessità di adeguare la descrizione di tali fenomeni all’importanza che essi ricoprono nel mondo cinese. Non è raro che a causa di differenze politiche, istituzionali e culturali, alcuni eventi a cui in Cina è attribuita grande importanza siano qui considerati secondari, e viceversa. Gli esempi più evidenti di questa asimmetria si rinvengono nelle materie giuridiche. La nostra attenzione va naturalmente a quei fenomeni giuridici cinesi che trovano una corrispondenza immediata nei nostri sistemi. Alla disciplina, in altre parole, di istituti giuridici che conosciamo. Ma ciò non deve avvenire a discapito né comportare uno svilimento concettuale delle figure più peculiarmente cinesi. I piani quinquennali, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, la Commissione per la Supervisione e l’Amministrazione dei Beni di Proprietà pubblica sono concetti ed enti centrali nell’esperienza giuridica cinese. Anche lo studio degli istituti che i cinesi hanno “importato” dall’Occidente deve dunque avvenire nella consapevolezza della posizione peculiare che tali istituti ricoprono del diritto cinese.

Conseguenza della difficoltà di dare per acquisito questo complesso mosaico di informazioni è che quel paese che dovremmo conoscere così bene è invece spesso trattato come un monolito misterioso e inspiegabile, o, peggio, è inquadrato negli schemi stereotipati ed antiquati della Guerra Fredda. I nostri viaggi, le nostre relazioni commerciali e culturali sono aumentati. Ma lo stesso non può ancora dirsi della nostra capacità come società di massa di assimilare le informazioni che un dibattito serio presuppone. Negli ultimi anni, in Europa ed in Italia, si sono moltiplicate le pubblicazioni periodiche sulla Cina, così come il numero di think tank e di inviati dei principali giornali. Alcuni di essi svolgono un lavoro ottimo ed essenziale. Ci aggiornano e ci informano su ciò che avviene in Cina e nel mondo delle cose cinesi, e commentano i principali avvenimenti per noi. Ma tutto questo non basta. Da un lato, l’enfasi è spesso posta sulle vicende cinesi che ci riguardano da vicino. Ma queste, nel quadro generale degli eventi che riguardano la Cina hanno spesso un peso modesto. D’altra parte, manca ancora una consapevolezza diffusa sul modo in cui la Cina si rapporta verso i grandi temi della nostra epoca: l’ambiente, la regolazione del cyberspazio, le contraddizioni della finanza globale, i flussi migratori. Ed è alla creazione di una siffatta consapevolezza, di una familiarità con il ruolo della Cina negli eventi contemporanei che questo piccolo osservatorio ambisce.

The Elephant in the Room vuole offrire studi brevi e accessibili su questioni attuali di politica internazionale e su fenomeni di portata globale, attraverso l’analisi del ruolo della Cina. Gli ambiti disciplinari principali sono ispirati alle materie solitamente trattate su Aperta Contrada e dunque sono l’ambiente, la cultura, il diritto e l’economia, così come ispirato al modello di Aperta Contrada è il format dei contributi, di lunghezza preferibilmente compresa tra 2000 e 5000 parole. La lingua utilizzata è preferibilmente quella italiana, poiché l’osservatorio ha lo scopo di sollecitare il dibattito in Italia, ma si ospiteranno anche contributi in lingua inglese, per consentire un contributo di idee più variegato.

di Giulio Santoni


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