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Anamorfosi dello “spread” (Globalizzazione finanziaria, guerre valutarie e tassi di interesse dei debiti sovrani)

di - 7 Maggio 2013
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La ragione per cui si prende come riferimento lo spread con i titoli del debito tedesco per valutare l’andamento dei titoli del nostro debito pubblico sarebbe, citando sempre dalla stessa fonte, la seguente: «Lo spread è il differenziale tra il nostro tasso di interesse (che lo stato paga sui Btp) e un tasso di interesse preso come “pietra di paragone” e che generalmente è pagato dagli investimenti ritenuti “sicuri”. In pratica, più rischioso è l’investimento, maggiore è l’interesse che vuole chi presta il denaro. Se la cosa vi sembra eticamente discutibile, provate a riflettere: voi prestereste denaro ad una persona inaffidabile con il rischio di non averlo restituito? E se prestate questo denaro, è chiaro che maggiore è il rischio, maggiore è il guadagno che chiedete per compensare il rischio corso. Allo stesso modo dobbiamo ragionare con lo spread e il nostro debito pubblico».
La ricetta è dunque facilmente intuitiva sulla base di una semplice analogia – forse troppo semplice – tra lo Stato ed un qualsiasi privato debitore. Lo Stato italiano, se vuole pagare meno interessi sul debito, deve divenire più affidabile – risanando i conti e dando stabilità al Governo del Paese come la Germania presa come “pietra di paragone”. Insomma, se lo spread con la Germania scende, è il segnale che l’Italia si sta comportando bene, avvicinandosi alla pietra di paragone, se sale, invece, il segnale sarebbe negativo.
In questa accezione comunemente accolta, lo spread, dunque, è un segnale di allerta che ci indica la via del rigore e del buon governo per ridurre il tasso di interesse sul debito e uscire dalla crisi.
In sintesi, lo spread ci ammonisce ricordando che ai tedeschi indebitarsi costa meno di quanto costi a noi, perché il loro Stato è ritenuto più affidabile del nostro.
Questa è la facile, quanto ovvia conclusione.
Ma non è così o, per meglio dire, non è questo l’aspetto principale sul quale concentrare l’attenzione per capire l’andamento del costo del nostro debito.

 3. Perché lo spread è un parametro (utilizzato in modo) fuorviante

L’affermazione che il debito tedesco costi meno per l’affidabilità della Germania è, al contempo, vera e falsa.
È vero che la maggiore solvibilità della Germania rende meno oneroso il debito tedesco, ma non è vero che sia lo spread tra il nostro debito e quello tedesco l’indicatore principale cui fare riferimento per valutare il costo del nostro debito pubblico che, invece, dipende essenzialmente da un altro fattore e cioè dal cambio tra dollaro ed euro.
Per capirci.
Quando ci occupiamo del costo del debito, ci dovrebbe interessare in realtà e concretamente – non tanto il differenziale con il debito tedesco – ma quali costi sosteniamo per prendere in prestito le risorse monetarie di cui abbiamo bisogno per finanziare il bilancio dello Stato, cioè i tassi di interesse che effettivamente paghiamo sul nostro debito pubblico.
Tanto per esemplificare, se lo spread tra Bpt e Bund fosse bassissimo – poniamo al 2% – ma il tasso di interesse dei Btp fosse all’8% per noi non andrebbe certo bene, e sarebbe una ben magra consolazione il fatto che la Germania paghi sui Bund il 6%.
Dunque lo spread, come parametro di raffronto, è fuorviante per valutare l’andamento del debito, ci dà solo un differenziale, stabilisce una correlazione tra due variabili ma non ci spiega da cosa, in definitiva, entrambe le variabili sono influenzate.
Anzi, in questa prospettiva, l’andamento del tasso di interesse del debito, proprio per la prevalenza accordata allo spread, rimane velato dal quotidiano reiterato bombardamento mediatico che costringe e restringe la nostra comprensione alla contemplazione di quell’unico indice.
Allora è da chiederci perché, invece di occuparci – e preoccuparci – effettivamente delle cause che determinano le variazioni del tasso di interesse in quanto tale, e cioè del costo effettivo del nostro debito, si puntano sempre e solo i riflettori sullo spread.
Il fatto è che dallo spread tra i due titoli si fa discendere un giudizio politico ed economico e, conseguentemente, una valutazione politica sull’azione del Governo nazionale.
Cito sempre dallo stesso sito: «Da queste considerazioni discende che se uno Stato, come ad esempio l’Italia, diventa sempre più inaffidabile a causa dell’andamento dell’economia o perché i governanti non fanno le riforme o si dimostrano incapaci, chiaramente il tasso di interesse che paga salirà e quindi salirà anche lo spread».
Si suppone, dunque, in uno stretto sillogismo: “chiaramente” che, se ci si allontana dallo Stato tedesco quale “pietra di paragone” della virtù finanziaria, il nostro debito necessariamente peggiora.
Le cause dell’aumento o della diminuzione dello spread con il tasso di interesse tedesco sarebbero quindi da ricondursi all’“andamento della economia italiana” e anche questa, per unanime convinzione, dovrebbe essere verificata secondo tre ordini di fattori: la credibilità del Governo e cioè la sua capacità di “fare le riforme”; il tasso di crescita del debito; il rapporto tra Pil e debito pubblico.
In sintesi, per quello che ci riguarda sarebbe quindi l’azione del Governo italiano che può determinare, incidendo sui tre fattori critici, una riduzione dello spread e, quindi, dato l’implicito sillogismo, un miglioramento del tasso di interesse che paghiamo sul debito pubblico.
In conclusione, il costo del debito scende se il Paese è in grado di mandare segnali rassicuranti ai mercati finanziari su quei tre fronti.
La risposta dei mercati ai questi segnali sarebbe allora data dalle oscillazioni dello spread. 

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