Imposta come home page     Aggiungi ai preferiti

 

Sostituzione edilizia e Recovery Fund. Utopia e dintorni

di - 11 Dicembre 2020
      Stampa Stampa      Segnala Segnala

INTRO
È abbastanza curioso come il tema del Recovery Fund, al di là di occupare pagine intere dei giornali a livello di congetture, non abbia ancora una cronaca ufficiale sulle azioni reali che il Governo sta mettendo in campo, ma solo sulla sua governance: azioni, tempistiche, programmazione, misura dei risultati attesi, finora non c’è nulla di chiaro, come invece sta delineandosi in altri paesi, mentre si susseguono notizie, anch’esse mai confermate, su cabine di regia, task force, gruppi di esperti, ecc.. Ed è tanto più strano in un paese in cui i provvedimenti ufficiali, decreti, norme, leggi, trovano sempre modo di sgusciare all’aperto con qualche ora di anticipo, se non qualche giorno, rispetto alla notifica formale, creando scompiglio e smentite nelle file dei responsabili ufficiali e dibattiti infiniti tra i cosiddetti stakeholders. Sul Recovery Fund, nulla di ufficiale dopo la pubblicazione delle Linee Guida fatte circolare a metà settembre. Probabilmente dipenderà anche da quel margine di incertezza che ancora pervade lo strumento dopo il ricatto messo in atto da alcuni paesi della UE, il cui scopo palese è bussare a cassa pensando di avere impugnato il coltello dalla parte del manico. In questo stato di incertezza, tanto più evidente per ciò che riguarda l’effettiva strada che dovranno prendere i finanziamenti, poco più di un mese fa una voce autorevole a livello parlamentare, ma di cui è sfuggito il nome, tanto fugace e isolata è stata l’uscita, ha detto alla radio l’unica cosa sensata sul Recovery Fund che si sia sentita da quando se ne è cominciato a parlare, ovvero verso fine agosto. Solo quattro grandi temi su cui concentrare tutte le risorse: digitalizzazione del territorio, infrastrutture strategiche, dissesto idrogeologico e, nientedimeno, sostituzione edilizia. Nient’altro. Questa tesi è apparsa tanto illuminante quanto purtroppo completamente destituita da qualsiasi fondamento di realizzabilità, dato che in Italia le proposte ragionevoli sono destinate al fallimento, cosa che sicuramente sarà confermata nel caso di quella proposta, quantomeno per quel che riguarda la sostituzione edilizia. Gli altri tre temi sono più o meno presenti nel pensiero del Governo, benchè affogati all’interno di un elenco ancora confuso di raccomandazioni, sfide, obiettivi, missioni e cluster. In particolare, pare che il sogno della digitalizzazione ora raggiungerà ogni più sperduto borgo appenninico di qualche decina di anime ed è diventato il cavallo di battaglia di ogni politico che si presti a dire qualcosa al microfono.
La questione dell’edilizia, viceversa, non tanto a livello di sostituzione, ma forse a livello di rigenerazione urbana, è relegata in un sottotema legato alla inclusione sociale e lì resterà. E pensare che un tempo si invocava l’edilizia come unico settore in grado, storicamente, di poter creare un’economia di scala tale da poter realmente rimettere in moto le sorti disastrate del Paese.
I motivi del pessimismo sono molteplici e se ne potrebbe stilare un lungo elenco a cominciare da un pregiudizio etico-ideologico che ormai è radicato nella “coscienza” italiana da destra a sinistra da molti anni e che associa l’edilizia a corruzione, cementificazione, speculazione e arricchimento. Pregiudizio che ha conseguentemente generato un intrico spaventoso di norme stratificatesi nei decenni che condizionano ogni tentativo di crescita economica basato sulla libera iniziativa (ma anche sugli investimenti pubblici) e che fanno assomigliare la giurisdizione italiana del settore delle costruzioni ad un enorme gioco dello Shangai dove il minimo spostamento di uno delle decine di bastoncini che compongono il mucchio si ripercuote inevitabilmente su qualcun altro, anche se apparentemente lontano. E di fronte a questa inestricabile ragnatela la classe politica di qualsiasi colore ha perso ogni capacità di immaginare, se non proprio di attuare, un taglio gordiano, anche se oggi si affanna da tutti gli scranni ad invocare la “sburocratizzazione” del Paese, convinta che la gente non si renda conto che è proprio sul mantenimento dell’apparato burocratico che si regge la tenuta politica dell’Italia, basta leggere l’incidenza della spesa corrente nell’insieme del bilancio statale. A questa sterilità immaginativa occorre aggiungere poi, fenomeno sorto ormai una trentina di anni fa, la sindrome della firma, consolidata ormai in ogni strato della dirigenza amministrativa, e dovuta al timore, del tutto motivato, dell’intervento della magistratura a ogni piè sospinto, anche per le iniziative più innocue o di buon senso. Non si può poi non richiamare la perdita forse irrecuperabile da parte dei policy makers, ma anche della classe professionale ed imprenditoriale, di una visione di scala, elicotteristica, del territorio e dei suoi problemi, che non siano quelli strettamente comprensoriali, per arrivare all’enorme pastrocchio del rapporto Stato/Regioni che finalmente, e drammaticamente, sta venendo a galla dopo 50 anni di ipocrisia, fatto di compromessi, sperperi finanziari e moltiplicazione dei centri di potere, in nome di una presunta difesa delle autonomie locali, alimentati e sopportati dagli italiani in cambio di un galleggiamento di mediocre benessere, in cui tutti contemporaneamente si  lamentano e si crogiolano. E si chiude in bellezza con la consolidata incapacità del settore pubblico, da 40 anni a questa parte, di interpretare la spesa pubblica come possibilità di investimenti produttivi.
A tutto ciò, naturalmente, vanno aggiunti i paletti oggettivi propri del NGEU, a quello che è dato ad oggi sapere, ovvero i tempi di utilizzo che presupporrebbero che entro il 2023 il Sistema Italia abbia partorito impegni formalizzati di spesa per 209 miliardi, pronti per essere completamente assorbiti entro il 2026, quando sono vistose le percentuali di incapacità di utilizzo degli anni passati di somme molto più contenute e facenti capo alle varie tornate dei fondi strutturali.
A questo punto, nonostante l’assoluta certezza della vanità dei quattro temi che si sono sentiti fugacemente proporre come pilastri della ripresa, si avverte comunque il dovere di riprenderli e di approfondirli un po’, se non altro per la magra consolazione dell’onestà intellettuale.
Si ripetono: digitalizzazione, dissesto idrogeologico, infrastrutture strategiche e sostituzione edilizia.
In questa sede ci si soffermerà in particolare sulla sostituzione edilizia, ritenuto il più improbabile dei quattro in quanto a realizzazione, anche se il più affascinante, perlomeno dal punto di vista di chi si occupa di territorio. Gli altri tre sono altrettanto strategici, ma, come sì è detto, sono in varia misura presenti nelle linee sin qui tracciate dal Governo, salvo poi essere confermate e in quale misura.

Il Next Generation EU
Prima però è necessario fare sinteticamente il punto sul Recovery Fund, per quel poco che se ne sa, nonostante ormai l’argomento sia venuto alla ribalta da tre mesi e nonostante la drammaticità delle cause che lo hanno generato. È sicuramente più appropriata la denominazione Next Generation EU, anche se tutto lascia pensare che quello che ancora manca è proprio una visione proiettata sulle prossime generazioni. Ma la scarsa capacità di immaginare azioni di respiro lungo non è una novità della nostra classe politica. Parlando dell’ambiente, si è detto qualche anno fa che lo abbiamo ricevuto in prestito dalle generazioni future. Se si estende questo concetto al debito pubblico, allo stato delle infrastrutture ed alla qualità della vita che si prospetta, la sensazione è che potremmo essere citati pesantemente in giudizio da chi verrà dopo di noi. In più, nella malauguratissima ipotesi si dovessero di nuovo presentare circostanze come queste che viviamo oggi, di sicuro non troveremo più un’Europa con dotazioni e volontà in grado di effettuare un intervento della portata che è oggi riuscita a mettere in campo. È per questo che le risorse disponibili oggi dovranno avere ricadute efficaci e misurabili dalle prossime generazioni, anche a costo di non potere essere godute in pieno dalla generazione attuale e, soprattutto, dovranno poter esercitare un effetto moltiplicatore in grado di capitalizzare i benefici molto oltre i costi di investimento.

Pagine: 1 2 3 4 5


RICERCA

RICERCA AVANZATA


ApertaContrada.it Foro Traiano 1/A – 00187 Roma – Tel: + 39 06 6990561 - Fax: +39 06 699191011 – Direttore Responsabile Filippo Satta - informativa privacy