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Sostituzione edilizia e Recovery Fund. Utopia e dintorni

di - 11 Dicembre 2020
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In definitiva, c’era un tempo in cui il contributo dell’edilizia al Pil nazionale era pari al 30 per cento circa. È probabile che tale incidenza non verrà mai recuperata, ma è indubbio che non c’è nessun altro settore produttivo in grado di generare valore aggiunto come quello delle costruzioni, perlomeno in questo Paese che è ancora indietro rispetto ai competitors occidentali ed asiatici nei settori delle tecnologie avanzate e dell’ICT. Gli effetti collaterali di una edilizia rivitalizzata attraverso una concezione del vivere al passo con i tempi sono poi di portata che forse oggi si stenta a comprendere in pieno. I disagi indotti da modelli urbani o concettualmente sbagliati o quantomeno non più adeguati, si riflettono vistosamente su molti aspetti della società civile. Per fare un solo esempio, il decremento demografico, il cui contrasto è uno dei punti strategici posti dalle Linee Guide governative, è stato sì indotto principalmente dalla incertezza che le giovani generazioni hanno nei confronti del futuro di fronte al quale non si sentono di assumersi l’impegno economico e le responsabilità che fare figli, istruirli, nutrirli e crescerli comporta. Ma è anche certo che le realtà urbane non fanno nulla per essere viste in prospettiva come l’ambiente ideale ed incentivante per fare convivere armoniosamente le generazioni giovani, quelle mature e quelle anziane: alloggi inadeguati, servizi carenti, tempo perso a spostarsi da e verso il luogo di lavoro, quando c’è, e da e verso i luoghi dell’istruzione o del tempo libero, degrado ambientale e paesaggistico. In una recentissima occasione di incontro sull’utilizzo del NGEU l’architetto Stefano Boeri ha affermato che le città del futuro dovranno essere costituite da cluster in cui i servizi essenziali e di utilizzo quotidiano debbono essere a non più di qualche minuto dal luogo di abitazione: e ci voleva la pandemia per capirlo? Da decenni chi si occupa di urbanistica e di architettura tenta di spiegare che le deviazioni del modello di vita sociale che si è imposto dal dopoguerra in poi alla lunga portano alla disgregazione esistenziale. Il problema è che la vita della collettività è incardinata in una struttura fisica consolidata, la città, che la obbliga a seguire quel modello di vita, senza via di scampo. E tale struttura si ripropone puntualmente alle varie scale in cui l’individuo porta avanti la sua giornata di 24 ore, dal momento in cui esce di casa al momento in cui vi rientra ed a prescindere dalla sua condizione sociale: il pianerottolo di casa, le scale, la strada, il traffico, il posto di lavoro, le necessità legate al consumo e poi di nuovo al contrario, riducendo la scala ambientale progressivamente fino al rientro a casa. In questa catena le differenze indotte dal posizionamento fisico e sociale – centro urbano, pericentro, periferia, borgata – possono differire certamente per apparente qualità, ma sostanzialmente replicano per tutti lo stesso modello esistenziale. La disgraziata circostanza in cui si viene oggi a trovare l’umanità, e nello specifico l’Italia, offre paradossalmente una occasione irripetibile per provare a scardinare questo meccanismo perverso. La sola rigenerazione urbana, così come concepita dalle norme nazionali e regionali, non è in grado di assolvere a questo compito e poteva avere un senso prima della pandemia, ma solo per ragioni di limitata disponibilità finanziaria in quanto legata all’iniziativa privata e con tutte le limitazioni derivanti dal complesso inestricabile di norme statali e locali in cui è andata ad impattare. Il nuovo mondo che si è aperto agli occhi di tutti da un anno scarso a questa parte ha, da un lato, imposto l’approccio ad alcuni schemi di vita, di rapporto con il prossimo e con l’ambiente, che mai avremmo concepito neanche una settimana prima dal suo avvio. Dall’altro lato pone di fronte, oggi e non in un altro momento, ad una occasione per rimodellare il nostro ambiente di vita secondo i parametri che questa circostanza ha fatto emergere in modo drammatico e stringente, anche se le basi erano più o meno palesi già da molto prima nelle nostre coscienze. La sostituzione edilizia, anche accompagnata da interventi complementari di rigenerazione, potrebbe effettivamente costituire un balzo in avanti di portata tale che possa essere percepito in modo tangibile dalle generazioni future, in termini ambientali, esistenziali ed economici.

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