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L’orologio a cucù

di - 14 maggio 2018
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“In trent’anni sotto i Borgia in Italia si sono avuti assassini, guerre, terrore e massacri, ma hanno anche prodotto Michelangelo Buonarroti, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù.”
Come tutti sanno, questa frase viene pronunciata da Orson Welles nel grande film “il terzo uomo” di Carol Leed.
Difficile trovare qualcosa di meglio per descrivere in modo paradigmatico la vicenda del cosiddetto “processo di valorizzazione e riconversione” del patrimonio immobiliare del demanio militare italiano, se non forse la più banale e popolare frase “la montagna che partorisce il topolino”.
Questa è la percezione che si riceve quando si leggono le narcisistiche e trionfalistiche dichiarazioni dell’Agenzia del Demanio che decanta da circa 4 anni le meraviglie della “valorizzazione” di ben 24 più 17 strutture costiere assegnate o assegnande a organizzazioni private con lo strumento della concessione di valorizzazione per ben 50 anni e con la lauta prospettiva di benefici economici attesi nientedimeno che di 60 milioni di euro, tutti da dimostrare naturalmente.
Si tratta del mitico “Piano Fari”, rientrante nell’ancor più mitico progetto dall’ineffabile slogan “Valore Paese”.
Chi ebbe l’imprudenza di iscriversi alla Facoltà di Architettura alla fine degli anni’60 scoperse che uno dei primissimi esami da affrontare era la cosiddetta “composizione architettonica”, quell’attività, in sostanza, che racchiudeva tutto l’immenso scibile dell’Architetto Demiurgo: la progettazione.
L’esame si ripeteva per 5 anni fino alla laurea. Il tema del primo anno era la dismissione e la riqualificazione delle caserme di viale delle Milizie a Roma, un’enorme spina urbana realizzata alla fine del XIX secolo che divide viale delle Milizie da viale Giulio Cesare e si stende, in pieno centro città, per una lunghezza di ben 740 metri e una larghezza di 150 metri, occupando quindi la rispettabile area di poco più di 10 ettari (quanto basterebbe per accogliere, tanto per restare in zona, l’ingombro di 4 “Palazzacci”).
Perché 49 anni fa si dava agli studenti di primo pelo il tema di sviluppare idee su una diversa utilizzazione del complesso delle caserme? Perché, nonostante si fosse in piena guerra fredda e nonostante la leva obbligatoria fosse viva e vegeta, si era già capito che un complesso immobiliare di quelle dimensioni al centro di Roma, con quelle caratteristiche e funzioni non aveva piú senso.
A quasi 50 anni di distanza abbiamo gli armadi della Facoltà di Architettura pieni di rotoli ingialliti di disegni e di buone intenzioni, la Guerra Fredda finita da 28 anni, la leva obbligatoria abolita da 14 anni, le esigenze dell’esercito moderno e del cosiddetto Defense Estate completamente mutate, i problemi di Roma, con i suoi spazi e i suoi servizi in degrado dilagante, ingigantiti a dismisura, ma le caserme sono ancora lì, belle, imponenti, inutili e inamovibili.
Però abbiamo la soddisfazione di sapere che su tremila chilometri di coste una trentina di piccoli fari (la parte vivibile, non la torretta che porta la luce, che ormai viene comandata elettronicamente e quindi la romantica figura del guardiano del faro non serve più) sono il vanto di una moderna concezione dell’uso del patrimonio immobiliare pubblico, e di un grande sforzo creativo e corale che ha visto impegnati per anni organi vitali dello Stato, combattendo spessissimo contro se stessi, cioè l’ottusità della burocrazia, per ottenere risultati di medio lungo periodo in termini di manutenzione, gestione efficace e ricadute sul territorio che appaiono quantomeno mediocri e andranno tutti verificati da qui ai prossimi 10 anni.
Ma il tema della riconversione del patrimonio immobiliare militare si presenta ad una scala che in realtà va ben oltre Roma e i fari.
Paradossalmente, in alcuni casi, le enormi estensioni di territorio off limits, perché recintate e segnalate da quei cartelli gialli con su scritto “limite invalicabile”, hanno costituito un presidio a difesa, se non dalle invasioni, perlomeno del paesaggio dalla selvaggia aggressione, per esempio delle coste, operata dal dopoguerra in poi dall’abusivismo, legalizzato o no, alla stessa stregua della barriera difensiva che ha costituito, in particolare sulla costa adriatica, quell’unico binario ferroviario che correva su massicciate su cui si frangevano i flutti (e ora che sono stati quasi tutti arretrati tremano le vene dei polsi al pensiero di quello che potrà succedere).
Resta però intatto il problema del demanio militare, ovvero di importanti porzioni di territorio, spesso di solo terreno, altrettanto spesso di complessi di edifici all’esterno ed all’interno di tessuti urbani consolidati, del tutto anacronistici, spuri e anomali rispetto al contesto circostante.
Tanto per cominciare, a meno che non si ripristini la leva obbligatoria (e forse qui qualche riflessione, mettendosi la mano sulla coscienza, bisognerebbe farla sulla funzione del compianto sergente Hartman, viste le condizioni educative, anche in prospettiva, della cosiddetta generazione millennial, ma è un altro discorso), le esigenze immobiliari di un moderno esercito di professionisti sono completamente diverse da quelle che hanno orientato la progettazione e la realizzazione degli accasermamenti dall’Unità in poi. Oggi i militari, per esempio, si spostano con le famiglie che hanno necessità abitative, logistiche e di servizi che un sistema di caserme tradizionali non può più soddisfare[1]. Le stesse dimensioni di un esercito professionale basato sull’evoluzione tecnologica sono molto cambiate: l’elemento umano è sempre fondamentale, ma con numeri estremamente più ridotti del passato.
Ma, nonostante tutto ciò, la necessità di mettere a sistema la tematica del patrimonio immobiliare militare, che poi è una grande opportunità di lavoro, di riqualificazione del territorio e di creazione di valore, si scontra tuttora con radicati interessi che puntano a mantenere lo status quo. Come da costume nazionale largamente diffuso, anche in questo settore convergono interessi grandi e piccoli, ma sempre personali, che non rispecchiano quelli della collettività, di fronte ai quali si infrangono anni di tentativi di avviare un processo di rinnovamento per riconsegnare questi beni alle necessità della popolazione, riqualificati ed in armonia con il proprio territorio.
Nessuno mette in dubbio che, vista la particolare posizione dell’Italia rispetto a una delle zone più “calde” del Pianeta, si debbano mantenere sotto tutela (e aggiungerei in allerta nei vari gradi che la congiuntura internazionale richiede) molti presidi strategici e/o tattici.
È però non solo innegabile, ma anche sotto gli occhi di tutti, che vi è una congerie di situazioni inspiegabili e inaccettabili dell’uso che si fa del suolo nazionale, anche se la popolazione italiana spesso, contrariamente ad altri popoli che hanno più sviluppato il senso del bene collettivo e della critica democratica (ma ferma) al potere costituito, ha l’abitudine di assumere, di fronte a situazioni che esigono denunce pubbliche e prese di posizione, un atteggiamento acquiescente e fatalista, a meno che non si vadano a toccare direttamente interessi individuali – e lí l’italiano è diventato maestro nello sviluppare l’arte del NIMBY.
Solo a titolo esemplificativo, non esaustivo e forse in qualche caso da aggiornare, cosa difficilissima nel momento in cui si tenta di dipanare la matassa dei passaggi e delle competenze all’interno della PA (e per alcuni gangli della PA, come le Forze Armate, più che una matassa diventa una cortina impenetrabile), di seguito si richiamano alcuni esempi particolarmente significativi sui quali, nel corso di molti anni, ogni tanto si sono effettuati aggiornamenti conoscitivi per verificare le possibili evoluzioni. Più o meno tutte le situazioni sono, oggi, emblematiche della capacità della PA e della politica di sbizzarrirsi in “creatività”, non tanto progettuale in termini di idee di sviluppo, quanto nell’invenzione quotidiana della pratica dell’”annuncio” nelle sue infinite declinazioni.

Note

1.  Chi ha avuto modo di visitare alla fine degli anni novanta la base di Comiso in Sicilia, quando era stata appena abbandonata dalle truppe USA (cosa che, en passant, provocò il crollo dell’economia della cittadina di Comiso), si trovò di fronte ad una enorme spianata erbosa recintata di 300 ettari, con alcune collinette verdi che nascondevano i camion con le rampe dei cruise, ma ai bordi, sempre nel recinto, c’era un perfetto insediamento urbano americano con le classiche villette col patio e il car-porter, uffici, scuole, licei, teatro, cinema, grandi magazzini, piscine e centri sportivi.

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