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L’orologio a cucù

di - 14 Maggio 2018
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1. Bologna
Nel 2001 fu dato incarico ad una nota Società di consulting di studiare lo stato dell’arte di una iniziativa di possibile dismissione e riqualificazione dell’area STAVECO: 9 ettari nel centro della città, in una zona di grande pregio e alle pendici della collina, ex deposito di mezzi militari, una marea tra edifici bassi, giardini, vialetti, ecc., tutto ormai in stato di abbandono. L’area era stata oggetto: a) di una valutazione da parte di CONSAP (non fu dato di sapere non tanto il valore, quanto il metodo di valutazione, per valutarne la congruità) e, b) di un “protocollo d’intesa” tra Comune di Bologna e Ministero della Difesa. Come sanno tutti quelli che a vario titolo si occupano di programmi con la PA, il protocollo d’intesa è lo strumento tipico per comunicare l’intenzione di non fare nulla, ma di far credere alla gente, con quella parola magica, che ormai è tutto pronto per svoltare pagina e dare avvio ad attività di grande efficacia e concertazione tra i vari organi della PA. Capita l’antifona, la Società si ritirò in buon ordine ed evitò di stare a perdere tempo.
In occasione di questo articolo, e volendo effettuare un aggiornamento sullo stato dell’iniziativa, si scopre che la idilliaca e silenziosa enclave dentro Bologna è, a 17 anni di distanza, ancora lì, intatta, a disposizione delle comunità di gatti che si riproducono felici. Però emerge anche che nel 2014 il Sindaco di Bologna, evidentemente entrato in possesso dell’area grazie ad alcuni recenti provvedimenti legislativi, ha stipulato un altro “protocollo di intesa” con l’Università che permetterà la realizzazione di un “insediamento ad alta vocazione internazionale, attrattivo, innovativo e ad alta sostenibilità ambientale”. Perbacco! No, alt, un momento, nel 2017, sempre lo stesso Sindaco “immagina” di realizzarvi un parco, edifici direzionali (ma per dirigere cosa?) e magari fare un accordo (altro protocollo di intesa?) con il Ministero di Grazia e Giustizia per metterci uffici giudiziari, ovvero, altre superfici precluse al godimento della collettività, al centro della città, in una delle sue zone più belle. Forse è il caso di confidare a questo punto sull’inerzia della PA e sperare che il progetto non venga realizzato e perlomeno l’area resti oasi di verde e silenzio, anche se interdetta alla popolazione, se non quella felina.

2. Piacenza
Nel 2004 fu istituito un tavolo di lavoro a cui era presente il compianto prof. Giacomo Vaciago. Il tema era la riqualificazione e la restituzione alla città di Piacenza, di cui Vaciago stesso era stato Sindaco, degli immobili del Demanio Militare. Ora forse non tutti sanno che, per la sua particolare posizione, strategica durante le epoche napoleoniche ed ancor più durante il Risorgimento e poi nella Prima Guerra Mondiale, Piacenza era uno snodo logistico fondamentale per i movimenti di truppe, ma soprattutto per l’immagazzinamento di materiale bellico, esplosivi in primis, diretti verso le zone di guerra e per accogliere i feriti provenienti dalle stesse zone, per non parlare degli acquartieramenti del genio. Questo portò che dal XIX secolo fino agli anni ’20, con un processo che in realtà era cominciato già al tempo dei Romani, quasi un terzo del territorio del Comune fu occupato da caserme, foresterie, sante barbara, ospedali militari, magazzini di mezzi. Sull’onda della frenesia di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico dei primi anni del terzo millennio (causa urgenza di liquidità), culminata con la creazione della Patrimonio dello Stato SpA e con le cartolarizzazioni, si cominciò a valutare il misterioso mondo del demanio militare, cominciando proprio dalla città emblema di quel patrimonio: Piacenza. Oggi, andando a rivedere dopo 14 anni lo stato dell’arte e l’evoluzione del meritevole progetto, si scopre che: a) nel 2010 buona parte del patrimonio immobiliare militare entra a pieno titolo in quella sezione del patrimonio immobiliare pubblico classificata come “disponibile” cioè assoggettabile ad operazioni ricadenti nel codice civile e ad attività di dismissione, b) nel 2011 il Ministero della Difesa ha “ribadito” l’importanza della valorizzazione del patrimonio immobiliare dismesso, c) nel 2016 l’Agenzia del Demanio, tramite il suo braccio operativo INVIMIT, noto per la sua estrema capacità interventista ed operativa alla vasta scala, stipula con il Comune di Piacenza un “accordo istituzionale”, che si teme sia parente stretto in quanto ad efficacia e competenze operative del “protocollo d’intesa”. L’oggetto di questo mirabile accordo era la valorizzazione e razionalizzazione degli immobili pubblici presenti nel territorio di Piacenza, d) 2018… non pervenuto: cerca che ti ricerca, su internet, dove riesci a sapere a due minuti dall’accaduto che il principino erede al trono di Fantasilandia si è soffiato il naso, del destino degli edifici militari di Piacenza non c’è più traccia.

3.Roma Prenestina
Nel 1996 la Beretta (sì, proprio quella delle pistole, che forse non tutti sanno che è l’azienda industriale più antica del mondo, essendo stata fondata nel 1526, la seconda è la Mitsubishi) avviò un piano di riconversione e valorizzazione di un suo bellissimo stabilimento a Roma, su via Prenestina, dentro il GRA. Ora, proprio di fronte allo stabilimento, guarda caso, dall’altra parte della strada c’è da tempo immemore (cioè da quando la progettò PL Nervi) un’area militare che forse è grande quanto l’intera Piacenza: il mitico CERIMANT di Tor Sapienza. Nel corso dei vari sopralluoghi alla Beretta, i tecnici incaricati della valorizzazione si incuriosirono di questa grande area militare in abbandono (ma ferreamente recintata e costellata di minacciosi cartelli), affetti da quella sindrome inguaribile quanto sterile e dannosa che porta molti progettisti ad immaginare la riqualificazione della Roma degradata e in inarrestabile declino. In breve, a tempo perso, indagarono. Un po’ di numeri: sostanzialmente il CERIMANT è grosso modo un quadrilatero di quasi 600 metri di lato, che occupa più o meno 35 ettari. Tanto per dare una idea di che vuol dire: l’intero Policlinico Umberto I occupa non più di 15 ettari, l’intera città universitaria della Sapienza raggiunge a stento i 20 ettari e l’intera Stazione Termini, fino alla fine delle pensiline, dove il fascio dei binari comincia a restringersi, occupa sì e no 12 ettari. Il CERIMANT si trova “dentro” il Raccordo Anulare, e più precisamente in una vasta area dove il “colore” prevalente che domina quel foglio di pertinenza del PRG è indicato in legenda come la cosiddetta “città da ristrutturare”, cioè, in due parole, la città che aspira a trovare una sua strutturazione logica, ricucendo brandelli di attività produttive spesso abbandonate, abusivismo, ecc. Però il nostro CERIMANT in questo tessuto fragile, ma potenzialmente interessantissimo, è come un brontosauro blu, ovvero, a tutt’oggi, con destinazione a “servizi pubblici”.
Spulciando nel web si trova che nel 2013, 17 anni dopo la riconversione dello stabilimento Beretta, l’Associazione Roma Città Nostra denuncia lo stato di abbandono vergognoso dell’area CERIMANT e delle decine di mezzi militari al suo interno arrugginiti ed inservibili. Nel 2016, altri tre anni dopo, emerge che il CIPE ha stanziato ben 40 milioni di euro per fare rivivere il complesso, cioè praticamente nulla rispetto alle dimensioni ed alle necessità reali per valorizzare con efficacia il complesso. Non c’è uno straccio di progetto, solo un’idea mutuata da un precedente parigino (sai quanti ne trovi di precedenti da altre parti se è per questo, il problema è metterli in pratica). In sostanza l’idea è di farne un centro culturale… nientedimeno! Hai voglia a cultura su 35 ettari! È una piacevole novità che i romani siano così affamati di sapere, soprattutto dopo il ridicolo risultato “culturale” delle caserme di via Guido Reni.

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