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Grecia: una tragedia del nuovo millennio

di - 23 Luglio 2015
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I noti rimedi anticrisi attivati dai vertici europei – estrinsecandosi nella richiesta ai paesi in difficoltà di procedere tempestivamente al risanamento delle situazioni interne spesso gravemente deteriorate – si traducono nell’imposizione di un regime di rigore che aumenta le difficoltà generate dalla crisi, determinando una diffusa avversità nei confronti della «politica di austerity» di matrice europea. Ed invero, la pressante esigenza di recuperare disponibilità monetarie – destinate, per un verso, alla riduzione dei debiti pubblici, per altro al risanamento di economie logorate da lunghi periodi di decrescita e da ingiustificati, insostenibili meccanismi (pubblici) d’incentivazione – impatta su una realtà in fase recessiva, esasperando le criticità presenti in tale Paese; da qui il dilagante impoverimento della popolazione e le altre conseguenze negative di cui si è detto, che mostrano il ‘volto oscuro’ di un processo involutivo dell’era post-industriale.
Si determina un clima di degrado che – nel vanificare gli sforzi per contrastarlo compiuti da una politica sempre più in affanno – dà spazio al malcontento, all’indignazione, alla protesta! Si individuano i presupposti di una situazione nella quale il facile addebito delle difficoltà dell’oggi alle improvvide politiche del rigore dell’Unione (assunte, di sovente, sulla spinta di un’induzione egemonica della Germania) supporta la crescente critica che (in ambito europeo) fa risalire all’adesione al Trattato di Maastricht l’origine del dissesto in cui versa la Grecia. Si è in presenza di una situazione nella quale il rischio di una ‘deriva democratica’ si accompagna ad una possibile apertura oscurantistica, alimentata da un’opposizione populista che imputa alla Europa gli effetti nefasti di una situazione che, in gran parte, ha radici lontane, riconducibili ai difetti endemici di una pregressa mala gestio[8].
Non v’è dubbio che un attento esame della realtà in osservazione deve tener conto del fatto che l’applicazione ad oltranza di una politica di austerity, nel creare serio impedimento alla crescita della Grecia, sia assurta a fattore di primario rilievo nella identificazione delle cause che hanno determinato l’attuale decadimento di quest’ultima. Di ciò v’è chiara puntualizzazione nelle riflessioni del premio Nobel Paul Krugman il quale si domanda come sia stato possibile per l’opinione pubblica greca “accettare gli argomenti delle istituzioni politiche per i quali la sofferenza era necessaria ed avrebbe portato alla ripresa”[9].
Sotto il profilo giuridico va, poi, considerato che detta linea interventistica dei vertici UE urta con il criterio del controlimite, principio fondante degli ordinamenti democratici, in base al quale, all’interno di accordi internazionali, non sono consentite forme di intromissione (nei confronti dei singoli Stati aderenti) dalle quali possa derivare un sacrificio della sovranità di questi ultimi. Se ne deduce che di fronte alla ‘questione umanitaria’, che oggi connota la realtà greca, non può essere proposta la continuità di una politica ispirata ad un mero rapporto di costi/benefici. Tale politica, ove considerata nel suo effetto dirompente, dimostra di essere un disvalore in quanto diffonde instabilità e permette ai paesi economicamente più forti del Vecchio Continente di avvantaggiarsi a danno di quelli sottoposti ad un regime di rigore. Non a caso un autorevole studioso ha, al riguardo, sottolineato che l’austerity consente alla Germania “nella tempesta scatenata sette anni fa dalle dissennatezze della finanza privata americana di… (infliggere)… ai partner lezioni di ortodossia rigoristica dal forte retrosapore ideologico”[10]; ciò in un contesto interventistico nel quale l’utilitarismo che muove tale Stato membro (intenzionato a trarre vantaggio dalla situazione) è mascherato dall’affermazione della “austerità come bene in sé, sempre e dovunque”.
Di fronte a siffatta realtà – senza negare le responsabilità della Grecia per la concreta inadempienza degli impegni rivenienti dall’adesione all’UME (al fine di conservare un welfare non consentito dalle sue condizioni economico finanziarie) – desta, comunque, grave perplessità la constatazione che sottesa alla politica del rigore voluta dai più accesi sostenitori dell’Unione possa esservi l’intento di perseguire interessi altri. C’è da chiedersi quali siano i limiti entro i quali la logica tecnocratica può fondatamente imporre sacrifici ad uno ‘Stato sovrano’ in nome di un’integrazione economica che (per molta parte della popolazione di quest’ultimo) sembra risolversi in miseria, disperazione, morte, negando dunque una concreta possibilità di ripresa, di fuoriuscita dalle secche nelle quali per colpe non soltanto sue si è arenato.
Da qui l’esigenza di far riferimento ai canoni applicativi delle convergenze economiche e giuridiche a suo tempo avviate nell’eurozona per consentire alla moneta unica di esplicare i suoi benefici effetti[11]. Al contempo, viene in evidenza la necessità di tener conto delle deroghe (all’applicazione del complesso disciplinare europeo) talora consentite nel passato a favore di alcuni Stati membri, determinando forme di apertura interpretativa delle clausole dei Trattati, quali al presente vengono negate ai paesi in difficoltà[12]; deroghe al presente perpetuate ancora una volta a favore di taluni Stati economicamente forti (Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi) i quali oggi disattendono gli indicatori introdotti dal Six pack con riguardo ai cd. squilibri macroeconomici[13] (presentando un avanzo molto consistente delle ‘partite correnti’, superiore alla soglia del 6 per cento del PIL specificata dalla Commissione)[14].
Più in generale, si ravvisa l’opportunità di orientare la ricerca alla focalizzazione delle possibili interazioni negative della politica del rigore e dell’austerità sulla definizione dell’impianto democratico a base della costruzione dell’Europa unita. Al riguardo rileva la considerazione, da noi formulata in passato, secondo cui “la peculiare caratterizzazione dell’UE – disancorata dalla presenza di un paradigma ordinamentale di tipo politico istituzionale – priva la compagine comunitaria del grado di coesione necessario per accettare vincoli (rectius: sacrifici) avvertiti come imposti ab esterno[15]; considerazione che assume particolare significato per il fatto che i vincoli di cui trattasi sono richiesti soprattutto da paesi solo sfiorati dalla recente crisi finanziaria, i quali da quest’ultima anziché danni hanno tratto benefici[16].
Si delinea uno scenario caratterizzato da incertezze e complessità nel quale, a ben riflettere, la posta in gioco è rappresentata dalla coerenza dello stesso Eurosistema; in vista della conservazione di quest’ultima la politica dovrà trovare una via alternativa alla regola del solo rigore, se del caso anche modificando in parte i Trattati europei. Per intanto, il pensiero va all’insegnamento di Omero; nell’Iliade, un libro di guerra, il lettore è indotto a parteggiare per chi è caduto ed alla fine del poema ci si accorge di nutrire maggiore empatia per Ettore rispetto ad Achille!

Note

8.  Cfr. CAPRIGLIONE – TROISI, L’ordinamento finanziario dell’UE dopo la crisi, cit. p. 122 ss.

9.  Cfr. l’editoriale Mad as Hellas pubblicato da New York Times del 11 dicembre 2014.

10.  Cfr. CARACCIOLO, Ma il rigore tedesco e le nostre debolezze rischiano di liquidare anche l’idea di Europa, in laRepubblica, del 7 luglio 2015.

11.  Cfr. DECARO, Integrazione europea e diritto costituzionale, in AA.VV., Elementi di diritto pubblico dell’economia, cit., 2012, p. 49 ss.

12.  Emblematiche sono le deroghe al Trattato di Maastricht accordate dal Consiglio europeo alla Danimarca il 12 dicembre 1992, nonché la deroga accordata nel 2012 alla Francia con riguardo al Trattato di Schengen.

13.  Cfr. Camera dei deputati, XVI Legislatura, La riforma della governance economica dell’UE, 23 novembre 2011, visionabile su http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/AT189.htm#dossierList

14.  Cfr. EUROPEAN COMMISSION, Scoreboard for the surveillance of macroeconomic imbalances, Europen Economy Occasional Papers, February 2012, no. 92, p. 4, reperibile su http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/occasional_paper/2012/pdf/ocp92_en.pdf

15.  Cfr. CAPRIGLIONE – TROISI, L’ordinamento finanziario dell’UE dopo la crisi, cit. p. 124.

16.  Cfr. RUFFOLO – SYLOS LABINI, La Germania e il destino dell’Europa, editoriale pubblicato in data 11 settembre 2013 su laRepubblica.it.

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