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Grecia: una tragedia del nuovo millennio

di - 23 luglio 2015
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1. Il caso Grecia: da una storia di mala gestio … – 2. (segue): … ad una ‘questione umanitaria’ che minaccia l’Eurosistema. – 3. (segue): il suo impatto sulle relazioni tra la Grecia e gli altri paesi europei (dall’interruzione delle ‘trattative’ per il conseguimento di nuovi prestiti al referendum popolare). 4. Il problema della Grexit ed il possibile ‘effetto contagio’. – 5. (segue): alla luce dei Trattati europei.

1. Le vicende della Grecia, la problematica relativa ai livelli patologici del debito pubblico di tale Stato, le gravi difficoltà recate alla popolazione di quest’ultimo dalle politiche di austerity con cui i vertici UE hanno voluto contrastare la crisi, le improvvide forme reattive della classe politica greca di certo si iscrivono nelle pagine più buie della storia europea; risulta evidente che, purtroppo, sono ancora lontani i tempi per la realizzazione del sogno dei ‘padri fondatori’, ove mai un giorno esso trovi nei paesi membri adeguato supporto intenzionale per essere realizzato.
La complessa situazione di instabilità finanziaria in cui la Grecia versa da alcuni anni – che ha indotto autorevoli banchieri centrali ad ipotizzarne già in passato il sostanziale default (ci si riferisce in particolare a Klaas Kotn, presidente della Banca centrale olandese), ipotesi oggi confermata dall’inadempienza di tale Paese nei confronti del FMI (stante la mancata restituzione di 1,5 miliardi di euro alla scadenza del 30 giugno 2015)[1] – è originata da una disinvolta gestione delle politiche fiscali (disancorata dai vincoli imposti dal c.d. patto di stabilità), condotta con gravi occultamenti delle reali condizioni economico finanziarie[2]. Da essa è derivato un deficit di entità non sostenibile[3]; donde un degrado, cui hanno fatto riscontro una triste sequenza di giudizi negativi delle agenzie di rating, nonché l’attivazione di credit default swaps (con sottostante titoli di stato della Grecia) lievitati a dismisura (non solo nel prezzo ma anche nei volumi), cui si sono accompagnati “massivi interventi speculativi con inevitabili riflessi negativi anche sull’euro”[4].
Detta criticità ha indotto la Grecia a ricercare rimedi di vario genere che spaziano da misure minimaliste (quali, ad esempio, la definizione di prestiti bilaterali), a interventi di ampio respiro riconducibili al PSI (Private Sector Involvement), alla fruizione degli interventi non convenzionali della BCE, alla gestione dell’emergenza attraverso il ricorso al Fondo salva Stati europeo, all’accettazione del cd. Programma di protezione (con ovvia sottoposizione alle prescrizioni della Troika, costituita dal FMI, dalla BCE e dalla Commissione UE).
Viene, quindi, a determinarsi una situazione nella quale se alcuni Stati europei (ci si riferisce in primo luogo alla Germania), a livello economico finanziario, hanno interesse ad evitare che il dissesto della Grecia si traduca in perdite per essi, sul piano giuridico puntuali disposizioni del Trattato UE ostacolano la possibilità di soluzioni del problema greco attuate attraverso la mera concessione di facilitazioni creditizie[5]. Tale situazione è aggravata dalle contraddizioni che connotano tale Paese, il quale – anziché procedere alla necessaria attivazione di misure (rectius: riforme) idonee a ripristinare una ‘corretta gestione’ della res pubblica – risulta tuttora caratterizzato da una incontrollata evasione fiscale, da ingiustificate esenzioni tributarie (in particolare: a favore degli armatori e delle isole), da un sistema pensionistico improntato ad anacronistiche logiche di welfare, al presente inaccettabili ed insostenibili. Da qui le condivisibili valutazioni al riguardo formulate dalla dottrina la quale riconduce l’attuale malessere dello Stato greco essenzialmente a “carenze strutturali”, che in esso si sono stratificate nel tempo assurgendo a dato significativo della sua realtà sistemica[6].
La riflessione riguardante la questione greca e la ricerca di possibili soluzioni della stessa non potrà prescindere dal riferimento alla descritta realtà, la quale di certo se, per un verso, circoscrive in ristretti ambiti gli spazi decisionali dei vertici europei, per altro implica valutazioni non scindibili dai condizionamenti che questi ultimi hanno posto agli organi politici della Grecia.
Pertanto, come si avrà modo di sottolineare più ampiamente in seguito, può qui anticiparsi che le tormentate vicende da cui – soprattutto negli anni successivi alla crisi finanziaria iniziata nel 2008 – è stata caratterizzata la vita di tale Paese (in un crescendo dai toni dram­matici), per quanto imputabili a molteplici, palesi disfunzioni di quest’ultimo, non lasciano esente da critiche l’agere di quegli Stati membri la cui azione è stata in grado di influenzare le scelte assunte all’interno dell’Eurosistema. Significativa, in proposito, appare l’analisi delle modalità con cui, a fine giugno 2015, si sono svolte le relazioni tra l’Eurogruppo ed il Governo greco nel tentativo di pervenire ad una composizione risanatrice di una realtà ai limiti di un possibile recupero. Si assiste, infatti, ad uno scontro/incontro tra resistenza ad accettare logiche riformatrici (donde l’adozione di sorprendenti appelli alla ‘volontà popolare’, dal sapore latamente ricattatorio) e ferma intransigenza reattiva (ispirata alla conservazione di interessi individualistici e decisamente negatoria dello spirito solidaristico che dovrebbe supportare lo svolgimento dei rapporti tra gli Stati membri).

2. A causa delle carenze strutturali in precedenza richiamate, la Grecia è tra i paesi UE quello che maggiormente subisce l’impatto penalizzante delle turbolenze finanziarie abbattutesi sul pianeta nello scorso decennio. Conseguentemente, si assiste ad un crescente indebitamento del medesimo, al suo avvitarsi in un processo involutivo che sfocia in una recessione, cui si accompagnano effetti devastanti sulla fragile consistenza dell’economia greca. Da un eccezionale innalzamento dell’indice di disoccupazione (la quale coinvolge soprattutto le classi giovanili) ad un doloroso aumento del tasso di suicidi si susseguono eventi che, nell’evidenziare le condizioni disperate nelle quali la popolazione di tale Paese è costretta a vivere, dimostrano come il “caso Grecia” oggi presenti una valenza che – trascendendo dalla stretta riferibilità al superamento delle implicazioni della recente crisi finanziaria – rileva essenzialmente sul piano umanitario[7].

Note

1.  Trattasi del mancato pagamento di una rata del pacchetto di finanziamenti concessi alla Grecia dal FMI; tale inadempimento ha causato il blocco di ogni futura erogazione di fondi da parte di detta istituzione allo Stato europeo ormai in dissesto, cui si è aggiunta – inoltre – la scadenza del secondo programma di salvataggio avviato negli scorsi anni dai creditori europei.

2.  Cfr. tra i tanti l’editoriale ‘Incredibile: Prodi accusa la Grecia di avere truccato i conti per entrare nell’euro, visionabile su www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2000531&codiciTestate=1; in letteratura v. DI TARANTO, Il salvataggio temporaneo di Atene? Vantaggioso solo per Berlino, in Milano finanza del 16 marzo 2012.

3.  Già agli inizi del 2010 si ebbe un’esplosione del debito pubblico che raggiunse oltre il 120% del PIL, a questa ha fatto seguito un crescendo della sua posizione debitoria nei confronti dei paesi esteri, accompagnato dall’abbassamento del rating da parte delle agenzie internazionali (con ovvia difficoltà nel reperire i fondi necessari  per il mantenimento di adeguati livelli di liquidità nel sistema), cfr. La Crisi Finanziaria della Grecia, a cura di Borsa Italiana S.p.A., 5 febbraio 2010; NELSON, BELKIN and MIX, Greece’s Debt Crisis: Overview, Policy Responsens, and Implications, CRS Report for Congress, 2010, 14.5

4.  Così CAPRIGLIONE – SEMERARO, Crisi finanziaria e dei debiti sovrani, Torino, 2012, p. 34.

5.  Ed invero il disposto degli artt. 123 e 125 di tale Trattato è d’ostacolo alla concessione di sostegni finanziari ad un paese in crisi; la prima di tali norme, infatti, vieta facilitazioni creditizie (in particolare: l’acquisto di titoli pubblici) da parte della BCE e delle BCN agli Stati membri, mentre la seconda sancisce il cosiddetto “no bail out”, vale a dire il divieto per uno Stato membro dell’Unione di assumere il debito di un altro Stato.

6.  Cfr., tra gli altri VON BOGDANDY, IOANNIDIS, Il deficit sistemico nell’Unione europea, in Riv. trim. dir. pubbl., 3, 2014, p. 620 ss; ROSSANO, Ancora in tema di crisi dell’euro. Il caso “Grecia” e le sue implicazioni sulla moneta unica, in Federalismi.it, 2015, n. 5, p. 2 ss.

7.  Sul punto si vedano gli ampi riferimenti di ROSSANO, Ancora in tema di crisi dell’euro. Il caso “Grecia” e le sue implicazioni sulla moneta unica, cit., p. 3.

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