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Promesse e pericoli del federalismo: il caso dell’Italia

di - 2 Dicembre 2009
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3.  Il federalismo è più esposto ai rischi di corruzione secondo quanto argomentato da Proud’home e da Tanzi nel 1995[14]. Da allora la questione è stata analizzata dal punto di vista teorico e applicato e sebbene non possa dirsi che ci sia un risultato univoco, a noi sembra convincente e in qualche modo verificata empiricamente in Italia. Come dice Tanzi, le istituzioni locali sono meno sviluppate di quelle nazionali (centrali) e di conseguenza le capacità dei dipendenti di controllare e combattere gli abusi sono minori delle analoghe dei dipendenti centrali[15]. Tanzi menziona vari fattori che possono essere considerati responsabili di ciò e tra questi ce n’è uno che è particolarmente adatto a spiegare la situazione del nostro paese. Quando le persone possono scegliere se lavorare per il governo centrale o per quello locale, preferiscono il primo perchè sia le prospettive di carriera che il salario sono migliori. Per questo i soggetti più qualificati ed esperti si trovano nel governo centrale e per questo esso è meglio equipaggiato per contrastare gli abusi. Sia questa la ragione principale o no, è un fatto che in Italia il governo centrale è dovuto intervenire e assumersi la gestione, almeno temporaneamente, di servizi pubblici locali in diverse regioni (soprattutto nel Sud). Un esempio, noto anche internazionalmente e che, per quanto temporaneo, è in essere da più di 10 anni, è rappresentato dal servizio di raccolta dei rifiuti urbani a Napoli; ma vi sono altri casi meno noti, sebbene non meno gravi, di intervento centrale per destituire sindaci e sciogliere consigli comunali per legami con il crimine organizzato[16]. Analogamente se si guardano gli abusi di ufficio (di autorità) accertati, se ne trovano 159 nel 2005 e 169 nel 2006 in Sicilia e, negli stessi anni e rispettivamente, 134 e 124 in Calabria, 131 e 101 in Campania ed altri a seguire, con numeri minori, in Puglia, Lazio, Lombardia . E la stessa graduatoria tra le regioni citate si osserva con riferimento al numero degli arresti operati[17]. Infine, anche Transparency International trova segni di maggiore corruzione a livello locale se non altro perchè trova una significativa correlazione negativa tra l’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) e alcuni indicatori economici tra i quali il PIL. Più basso il PIL, il suo tasso di crescita e gli investimenti stranieri, più alto il CPI.

4.  In ultimo, alle citate condizioni non favorevoli al federalismo se ne deve aggiungere un’altra, del tutto diversa, rappresentata dall’obiettivo, a nostro avviso assolutamente condivisibile anzi auspicabile, peraltro contenuto nella Carta Costituzionale, di fornire a tutti i cittadini i servizi fondamentali e di fornirli in un livello adeguato. Maggiori le disparità economiche tra gli enti, maggiori dovranno essere i trasferimenti dal centro per soddisfare l’obiettivo, indebolendo con ciò ulteriormente le possibilità di funzionamento virtuoso del federalismo.

Si può pertanto concludere che le condizioni “economiche” non consentono di aspettarsi miglioramenti di benessere dal federalismo[18],o per usare il nostro linguaggio, il federalismo non ha la possibilità di mantenere le promesse semplicemente perchè non può farne. Possiamo allora chiederci se le promesse politiche del federalismo possano essere mantenute o se invece il nostro non sia un altro caso di richiesta di federalismo derivante dalle regioni più ricche per il loro vantaggio. Sebbene quest’ultima circostanza sia evidente, proponiamo di prescinderne e di considerare che un certo decentramento/federalismo è previsto dalla Costituzione e che perciò una riforma federalista sia necessaria e addirittura in ritardo. Come dire, data la necessità di decentramento, vediamo se la tipologia concreta delineata porti o meno benefici e quali. Per poter procedere a questa valutazione, occorre analizzare le istituzioni attraverso le quali prenderebbe forma il decentramento e dedurre se esse possano o meno migliorare, in questo caso, garantire maggiore “pace e stabilità” quali promesse politiche del federalismo.

Note

14.  Proud’home Remy, The Dangers of Decentralization, World Bank Research Observer, vol.10, n.2, agosto, 95. Tanzi Vito, Fiscal federalism and decentralization: a review of some efficiency and macroeconomic aspects, Annual Conference World Bank, 1995, p. 295-316.

15.  Tanzi V., Pitfalls on the Road to Fiscal Decentralization, Carnegie Endowement Working Paper, 2001, n.19, p.7

16.  Di questo tipo di interventi se ne sono avuti 12 in Calabria, 14 in Campania, 15 in Sicilia, 1 nel Lazio, nel periodo 2003-2006. Si veda Alto Commissariato Anticorruzione: www.anticorruzione.it

17.  Rapporto 2007, Alto Commissariato Anticorruzione

18.  Il quadro è ancora più complicato di così e basterebbe citare il patto di stabilità interna e il rapporto che lega regioni e governo centrale, non ancora chiaramente definito dopo il mutato Titolo V della Costituzione (2001), per immaginare la portata delle questioni coinvolte. In effetti, ma non entriamo in questa questione, non si tratta di un vero “patto” perchè non c’è negoziazione tra regioni e centro; quest’ultimo impone l’obiettivo di rientro e le regioni si devono adeguare salvo poi non specificare se e il tipo di sanzioni nelle quali incorrerebbero le regioni inadempienti.

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