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Le elezioni americane e l’equilibrio mondiale

di - 15 luglio 2016
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Dopo la foga disordinata e spesso violenta delle “primarie” svolte nell’ostilità personale tra i vari contendenti e tra i due campi, le elezioni presidenziali di Novembre si annunciano all’insegna del “voto contro”: i sondaggi confermano che i coefficienti negativi – press’a poco uguali per entrambi i candidati – superano gli indici di apprezzamento.
Nella scelta tra Hillary Clinton e Donald Trump, una malvagia ironia della sorte porterebbe così alla Casa Bianca il candidato ritenuto dai più “il minor male”: un risultato che sarebbe un autentico pericolo per l’equilibrio e per la stabilità politica di un mondo senza centro e senza più sistema, squassato dalle contraddizioni che appaiono ogni giorno tra la globalizzazione che rende porose le frontiere ed esalta la pervasività dei media, da un lato e, dall’altro, la frammentazione delle crisi in tanti scenari di conflitti, dominati da gruppi informi e sètte irresponsabili, che sfuggono ormai alla logica centrale di un sistema in deliquescenza.
Man mano che si avvicina il traguardo di Luglio delle conventions dove, per affrontare le presidenziali, i maggiorenti cercheranno di ricomporre ciascuno il proprio Partito malgrado le recenti lotte intestine, la temperie vede crescere negli Stati Uniti la preoccupazione diffusa nel ceto politico e tra gli osservatori, non solo americani, per l’atmosfera di aspra contrapposizione tra i due schieramenti.
Il discorso politico realista, il dialogo aperto e il vantato pragmatismo americano sembrano un ricordo di ieri.
Gli elettori oscillano tra il distacco sdegnoso, che potrebbe portare alle incognite dell’astensione, e il suo opposto, l’aggressività ben maggiore che nel passato, che ha rimpiazzato la leale, anche se serrata, competizione che si svolgeva nel nome dell’ideale condiviso di democrazia rappresentativa e bilanciata della tradizione americana, uno schema rispettato persino nelle campagne più accanite dove l’estremismo si rivelava appieno: basti pensare da ultimo a Goldwater o a Perot.
Tuttavia, gli americani non hanno disertato il processo politico delle primarie: l’affluenza alle urne e ai caucus (riunioni di partito al termine delle quali si vota) non è crollata, la campagna ha attirato molti giovani, attivisti o solo incuriositi, alle manifestazioni eccitate e spesso frenetiche, uno spettacolo che sembra contraddire la tradizione dei dibattiti televisivi relativamente composti e dei comizi elettorali coloriti, ma razionali e propositivi.
La strage di Orlando (Florida) ha reso poi più violenta la contrapposizione e più accesi gli scontri rafforzando la presa dei fautori dell’odio e della paura. Si scontrano le diverse visioni della sicurezza interna con l’accesso facile alle armi; l’ostilità verso gli stranieri, specie islamici ma anche ispanici, reca un fondo di non sopito razzismo e cozza con la società aperta di un Paese accogliente fatto dagli immigrati.
In casa repubblicana sono stati “tutti contro tutti”, senza esclusione di colpi. Il fenomeno Trump ha scompaginato ogni regola, legittimando l’insulto senza alcun riguardo per la conoscenza dei problemi, tenendosi anzi il candidato ben alla larga da fatti e cifre per ricorrere al più becero sbraitare, persino annunciando provvedimenti bizzarramente estremi in caso di conquista della Casa Bianca.
Donald Trump apporta al patrimonio del conservatorismo repubblicano una congerie disordinata di proposizioni sguaiate invece di un vero programma, un tessuto di proclami stra vaganti e irreali, una strana miscela in cui l’esaltazione dell’individualismo (estrema proiezione della self reliance, un dogma americano) in chiave anti-Stato e anti-politica convive, paradossalmente, con l’appello al ripristino della grandezza della nazione.
Non manca la feroce opposizione all’immigrazione fino all’espulsione in massa di milioni di persone e all’erezione di un muro al confine con il Messico che il candidato promette di costringere i messicani a pagare, per finire con il divieto d’ingresso ai musulmani. La sua chiave resta sfrontata, la presentazione volgare e clownistica in un Partito conservatore, che era stato deriso perché ritenuto elitario e perbenista.
“The Donald” è nazional-populista in un Partito internazionalista; protezionista in un Partito libero-scambista; aspramente critico dei magnati di Wall Street pur essendo un miliardario erede di imprese edili, anche se forse non tanto ricco quanto pretende (il New York Times non crede alle cifre che Trump sventola); avido costruttore in spregio all’ambiente e soprattutto al buon gusto; malgrado qualche bancarotta, “The Donald” si vuole poi imprenditore prestato alla politica, che ha invece frequentato assiduamente; difensore infine dei valori tradizionali, nonostante tre o più mogli e la proprietà di varie bische. E così via, le cronache quotidiane danno di lui un quadro dettagliato.
Tant’è nel generale discredito che colpisce la classe politica, a meno di un imprevedibile accadimento Donald Trump sarà il candidato dei Repubblicani, i quali hanno tentato invano di fermarlo nel convincimento che porterebbe in Novembre a un’inevitabile sconfitta il Partito che fu di Lincoln e di Eisenhower.
Del resto, i concorrenti rimasti in lizza fin quasi all’ultimo, i senatori cubano-americani Ted Cruz e Marco Rubio, lo rimbeccavano con foga in chiave altrettanto populista. Uno alla volta e con qualche imbarazzata eccezione, gli esponenti dell’establishment del GOP gli annunciano l’appoggio, turandosi il naso come direbbe Montanelli.
Meno folkloristica, ma certamente non meno drammatica, è la situazione dei Democratici. Hillary Clinton, è stata First Lady per i due mandati di Bill – finiti, come ricordiamo, nello scandalo e nel discredito di un Presidente carismatico, amato e tuttora popolare – è stata eletta senatore di New York, poi fu candidata sconfitta alle primarie contro Obama nel 2008, da quest’ultimo infine nominata Segretario di Stato, ma per un solo mandato.
Contro un personaggio di tal genere, ha tentato una rincorsa ritenuta da tutti donchisciottesca l’anziano senatore del remoto Vermont, il “socialdemocratico” Bernie Sanders, rappresentante monocorde di un’austera sinistra di stile scandinavo, buon polemista, unico a rifuggire dall’attacco e dall’insulto personale.
Fuori dagli schemi e privo di carisma, Bernie ha sedotto, però, la maggioranza dei giovani ed ha tenuto sino alla fine unendo alla critica al grande capitale e alle banche programmi e schemi sociali, alieni alla tradizione americana ma a noi più familiari come l’assistenza sanitaria per tutti e speciali provvidenze per l’educazione e la ricerca che configurano, agli occhi dei conservatori, un’indebita eretica invasione di campo da parte del Governo federale: programmi e valori che lasciano però una traccia nel campo dei Democratici incerti e perplessi.
Dopo un inizio in sordina, Hillary ha vinto le primarie, forte del consenso della minoranza afro-americana e del voto femminile. Preparata, fortemente impegnata in politica e buona conoscitrice della scena internazionale, l’ex First Lady è però battuta in breccia nella pubblica opinione per i sospetti di scarsa trasparenza alla guida del Dipartimento di Stato, dove adoperava la posta elettronica personale anziché quella del Governo, con la conseguenza che mancano agli atti milioni di files, anche classificati, compresi i documenti sull’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore americano in Libia.
Hillary è poi accusata di scarsa trasparenza nel maneggio del denaro per aver accumulato tesori nella fondazione che condivide con il marito – compresi, accanto ai versamenti di banche e industriali americani, anche generosi finanziamenti provenienti da Paesi stranieri (si include l’Arabia Saudita…) – e oggi anche di aver ricevuto enormi compensi per discorsi il cui contenuto ha rifiutato di svelare, tenuti a porte chiuse ad azionisti e dirigenti delle grandi banche che sono oggetto di attacchi violenti, sia da parte dell’estrema destra, dai famosi Tea Party, come anche da sinistra, dai movimenti del genere di Occupy Wall Street.

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