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Le elezioni americane e l’equilibrio mondiale

di - 15 Luglio 2016
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Il panorama mondiale è segnato dal disordine internazionale, scriveva Ennio Di Nolfo. La Cina, seconda potenza globale, rafforza il proprio potenziale militare, navale e spaziale, avanza sorniona in Asia Centrale e nel Mar Cinese meridionale, dove costruisce isole artificiali vere basi militari, e minaccia i Paesi minori del Pacifico con pretese territoriali.
Semina inquietudine in Corea del Sud e in Giappone anche per il comportamento ambiguo verso l’avventura nucleare di Pyongyang. Pechino nasconde poi il Pil cedente e le contraddizioni insite nelle crescenti diseguaglianze generate all’interno del capitalismo del partito-Stato, nella trasformazione demografica, in quella sociale e nell’inurbamento che generano una forte domanda interna; cela infine nella conclamata serenità gli squilibri del suo assetto valutario e il crollo delle borse.
Nonostante il declino economico e demografico, il crollo del rublo e del petrolio (la Russia ha un Pil inferiore a quello dell’Italia) il calo della borsa, l’inquietudine sociale e politica, le sanzioni per la crisi ucraina – queste ultime causa solo parziale del declino – la Russia, seconda potenza nucleare pur con un potenziale strategico oggi di fatto inutile, ma fornita di enormi forze armate convenzionali, dotata di una serrata catena di comando verticistica autoritaria che risiede al Cremlino, vive l’esaltazione nazionalista che nutre la popolarità di Putin e, ignorando il lento assedio della Cina ai confini, azzarda in ogni teatro l’impiego della potenza militare convenzionale di cui dispone nell’obiettivo primario del riconoscimento dello status globale cui ritiene di aver diritto, con il sogno di ripristinare la parità con gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica aveva.
Le potenze emergenti stentano ad affermare un vero ruolo internazionale per il quale non possiedono la cultura politica, né l’ormai lontana necessaria tradizione.
L’Europa vive giorni tragicamente sconnessi tra la crescita molle da cui non riesce a emergere, i problemi politici che condivide purtroppo con l’America come il nazional-populismo crescente; soffre l’assedio dei disperati alle frontiere, l’obiettiva divisione interna che la strazia nelle crisi e nel dissenso dalla Grecia al Regno Unito, il travaglio che la dilania tra le opposte grettezza e faciloneria che animano tanti e diversi dei suoi litigiosi membri.
Londra ha rifiutato l’obiettivo politico (che aveva pur firmato…) della ever closer union, mentre alcuni dei nuovi membri dell’Unione si allontanano dai valori fondanti della democrazia, delle libertà civili e dello Stato di diritto. Il referendum britannico assicura all’Unione anni di acrimoniosi negoziati dai risultati incerti per stabilire un rapporto costruttivo, funzionante per le proprie istituzioni.
L’Europa ha difficoltà a dedicare le migliori energie all’integrazione politica e a guardare a un vero orizzonte mondiale, ai compiti che le avevano assegnato i Padri Fondatori. La sua stessa sicurezza sarebbe messa in forse dal possibile isolazionismo americano o dall’“Atlantico più largo”, quando la saldezza dell’Alleanza atlantica è stata chiaramente collocata dagli appelli londinesi di Barack Obama nel contesto euro-americano dove il Presidente americano ha iscritto quel che resta della brumosa special relationship tra Washington e Londra.
Con una Casa Bianca indebolita sarebbe ben difficile immaginare quale equilibrio mondiale possa formarsi e con quali protagonisti, sperabilmente più lungimiranti che imbaldanziti, qualora Washington non ne fosse parte traente e determinante.
In queste circostanze e facendo astrazione dalle rispettive turbolenze interne, possiamo solo guardare con la petrarchesca “paventosa speme” alle elezioni americane, perché alla fine emerga una classe dirigente transatlantica e, con essa, si riesca a pervenire a una collaborazione internazionale di lungo respiro, politicamente strategica in cui, legati da valori e tradizioni comuni, gli Stati Uniti e l’Europa, ma non soli, operassero come forza aggregante di un concerto mondiale nella missione storica di un nuovo ordine internazionale.
Tuttavia, nelle prospettive tutt’altro che improbabili cui dobbiamo, nonostante tutto, guardare, la diplomazia transatlantica e quella europea con essa sarebbero chiamate dalla loro stessa storia e dalle circostanze incombenti a un compito ben difficile, alla prova empirica della conclamata vitalità della società internazionale sopravvissuta alla fine della Guerra fredda.

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