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La metafora in economia: tropo o trucco

di - 1 Ottobre 2013
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Le metafore marxiane di cui dirò, sopratutto la terza, sembrano tratte da un romanzo gotico, e dato l’interesse di K. Marx per il genere romanzesco ciò non dovrebbe stupire. Le prime due sono l’incipit, rispettivamente, del Manifesto del Partito Comunista (1848) e del Libro primo del Capitale (1867):

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi.
La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immane raccolta di merci” e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce. La merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo.

La metafora del vampiro, che merita più attenzione, si trova nel Capitolo otto del Libro primo del Capitale, sulla “Produzione del plusvalore assoluto” e sulla “Giornata lavorativa”. Poiché la teoria marxiana dello sfruttamento è molto complicata, tanto da prestarsi a critiche formali, conviene ricorrere alla partecipe semplicità con cui il recensore anonimo della prima traduzione inglese riassume Das Kapital (in The Atheneum, n. 3097, 5 marzo 1887):

Si rappresenti la giornata lavorativa come un segmento a – b – c, nel quale a – b rappresenta il tempo necessario a un lavoratore per guadagnare quanto gli occorre per una vita sana; allora b – c rappresenterà un pluslavoro, il cui valore va al capitalista. Il lavoratore invece vorrebbe una giornata di lavoro normale, così che il segmento b – c fosse una quantità che progressivamente si riduce. In tutto ciò, formulato in maniera semplificata, sembra non ci sia niente di nuovo, ma quello che c’è di nuovo è lo stile tranchant con cui Marx irrobustisce le sue proposizioni, le deduzioni che ne trae dopo averle enunciate, e la luce che proietta quando percorre i luoghi oscuri di un sistema economico di concorrenza sregolata, un sistema nel quale il lavoro è concepito come un fattore impersonale, e sfruttato a vantaggio dello speculatore e del capitalista straricco, dei membri oziosi e parassiti della società.

Ecco invece i passi in cui Marx evoca il vampiro:

Il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia. […] Il prolungamento della giornata, al di là dei limiti della giornata naturale, fino entro la notte, opera soltanto come palliativo, calma solo approssimativamente la sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro. Quindi, l’istinto immanente della produzione capitalistica è di appropriarsi del lavoro durante tutte le ventiquattro ore del giorno. Ma poiché questo è impossibile fisicamente, quando vengano assorbite continuamente, giorno e notte, le medesime forze-lavoro, allora, per superare l’ostacolo fisico, c’è bisogno di avvicendare le forze-lavoro divorate durante il giorno e la notte. […] Dobbiamo confessare che il nostro operaio esce dal processo produttivo differente da quando vi era entrato. Sul mercato si era presentato come proprietario della merce «forza-lavoro» di fronte ad altri proprietari di merci, proprietario di merce di fronte a proprietario di merce. Il contratto per mezzo del quale aveva venduto al capitalista la propria forza-lavoro dimostrava, per così dire, nero sul bianco, che egli disponeva liberamente di se stesso. Concluso l’affare, si scopre che egli «non era un libero agente», che il tempo per il quale egli può liberamente vendere la propria forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a venderla, che in realtà il suo vampiro non lascia la presa «finché c’è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare».

Il testo non richiede commenti: come il Grand Guignol, soltanto spavento e ammirazione. Una ultima citazione da Marx, di grande attualità:

Il signor Chapman, che pure nel 1857 rappresentava un magnate del mercato monetario, si lamentava amaramente del fatto che a Londra vi fossero alcuni grandi capitalisti così potenti da poter in un determinato momento scompaginare tutto il mercato monetario e depredare così nel modo più vergognoso i piccoli commercianti di denaro. Vi sono quindi alcuni grossi pescecani che possono aggravare sensibilmente una situazione di difficoltà monetaria, vendendo 1-2 milioni di consolidati e sottraendo in tal modo al mercato un corrispondente ammontare di banconote (e al tempo stesso di capitale da prestito disponibile). Per trasformare con una simile manovra una difficoltà monetaria in una situazione di panico, sarebbe sufficiente l’azione combinata di tre grosse banche.

Forse proprio per la sua arte della metafora, Marx si è guadagnato uno degli Academic Graffiti di W. A. Auden:

Quando Karl Marx si trovò tra le mani
l’espressione “grossi pescecani”
Cantò un Te Deum
nel British Museum.

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