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Appunti sul sistema tributario

di - 21 Marzo 2013
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Gli interventi sull’Irpef hanno un impatto diretto sul reddito netto dei lavoratori, ma solo indirettamente sui costi e profitti delle imprese. Il mondo delle imprese richiede invece degli sgravi a suo vantaggio, ed il primo pensiero va sicuramente all’Irap. Nel caso di questa imposta vale sicuramente il detto evangelico “nemo propheta in patria”; l’imposta, che in Italia non piace alle imprese ed a molti esperti, è invece molto apprezzata a livello internazionale (FMI) ed europeo. Nell’idea originale, l’imposta doveva avere come base imponibile il prodotto interno netto, e forse sarebbe stato preferibile il prodotto interno lordo, cioè al lordo degli ammortamenti. Visto il legame di fatto tra Irap (maggior prelievo delle Regioni) e spesa sanitaria (maggiore spesa delle Regioni), in effetti un finanziamento (almeno in parte) della sanità commisurato sul Pil ha una giustificazione facilmente intuibile.
Tuttavia, una serie di interventi avvenuti dal 2007 in poi hanno reso pressoché irriconoscibile la logica dell’imposta[58]; pertanto sembra di dover scegliere tra due alternative. La prima, suggerita dal documento Confindustria, consiste nell’eliminazione della componente legata al costo del lavoro; base imponibile diverrebbero quindi gli utili d’impresa e gli interessi passivi, venendo così ad assomigliare alle imposte locali tedesche e francesi[59]. Questa soluzione sarebbe la replica del provvedimento preso dalla Francia. La seconda consiste invece in un ritorno alla base imponibile originaria, con l’aggiunta degli ammortamenti; l’allargamento della base imponibile verrebbe compensata da una diminuzione dell’aliquota di base e dalla deducibilità dell’intera imposta[60] (solo all’aliquota base) dall’Ires o Irpef. Anche questa ipotesi determina effetti simili, in quanto la deducibilità dell’intera imposta, e non della sola parte connessa al lavoro è compensata dall’introduzione degli ammortamenti nella base imponibile. È chiaro che in entrambi i casi si tratterebbe di procedere con la necessaria gradualità imposta dai conti pubblici.
Per concludere, riprendendo quanto accennato in precedenza, qualche considerazione sulla tassazione degli immobili e dei patrimoni.
Per quanto riguarda l’Imu, la modifica più importante consiste nell’adeguamento ai valori di mercato, che permette una diminuzione delle aliquote, ed un innalzamento delle detrazioni[61]. In questo modo si potrebbe eliminare del tutto la tassazione degli immobili in sede di Irpef; l’effetto di progressività viene infatti assicurato dall’Imu. L’aumento delle case d’abitazione esenti potrebbe arrivare ad un 40%, accentuando la progressività del prelievo. Anche il problema di coloro (per lo più persone anziane) che hanno valori immobiliari alti rispetto al reddito (pensione), può essere risolto stabilendo che la parte d’imposta che supera una data percentuale (uno o due per cento) diviene un credito per il Comune, che verrà riscosso al momento della vendita o della successione.
L’Imu è ovviamente un’imposta patrimoniale ordinaria, cioè un’imposta che si paga con il reddito; negli ultimi tempi, con l’esplosione della crisi economica ed il lievitare dei debiti sovrani (ed il nostro ha superato i livelli di venti anni fa) si è molto parlato di imposta straordinaria sul patrimonio, o di imposta ordinaria ma concentrata sui grandi patrimoni, cioè un’imposta alla francese, che prevede una deduzione di oltre un milione; una variante è stata proposta da Bersani come imposta personale sui soli immobili, che costituiscono peraltro quasi i due terzi della ricchezza complessiva delle famiglie.
Allo stato attuale della legislazione e dell’organizzazione dell’amministrazione finanziaria, anche escludendo imposte straordinarie, che hanno controindicazioni molto serie, anche un’imposta ordinaria non sembra una scelta da porre all’ordine del giorno del primo Consiglio dei Ministri. Innanzitutto è necessario procedere a elevare a livello di valori di mercato le rendite catastali, il che già rappresenta un impegno serio. Inoltre, occorre organizzare il controllo dei flussi finanziari (dai conti correnti al deposito titoli) che è peraltro necessario per la lotta all’evasione. Si deve poi scegliere tra l’imposizione su base individuale e quella familiare. Infatti, come si è già detto, l’imposta francese di solidarietà fa riferimento al foyer fiscal, mentre nel nostro ordinamento l’Irpef, come è noto, è una imposta individuale[62]. D’altra parte, restare a livello individuale crea un problema, visto che i patrimoni, immobiliari o ancor più mobiliari, possono essere spostati da una persona ad un’altra, a differenza di quanto avviene per i redditi.
Ma il nodo più complicato deriva dal fatto che in Francia la base imponibile è data dall’insieme degli asset patrimoniali della famiglia, mentre le imprese non sono soggette all’imposta. Ciò implica che in Francia l’imposta mira a stabilire il valore della quota di proprietà delle imprese che fa capo ad un nucleo familiare, conformemente al criterio generale della tassazione dei valori effettivi. Le nostre Agenzie fiscali non sono in grado di effettuare una valutazione delle centinaia di migliaia di s.r.l. o s.p.a. esistenti, a parte gli immobili di proprietà di tali società, dove ovviamente è possibile applicare le stesse regole che valgono per gli immobili di proprietà delle persone fisiche. Pertanto, volendo accentuare la progressività del prelievo in tempi brevi, l’opzione più logica è quella di affiancare una Imu erariale a quella comunale. Si dovrebbe trattare di un’imposta personale, con una deduzione di base, ed una aliquota[63] pari a quella che si applica sugli immobili diversi dalla casa d’abitazione, in modo da evitare forme elusive.

Note

58.  Anche le decisioni giudiziarie legate alla presenza o meno dell’autonoma organizzazione hanno influito su questo risultato; se tutti i titolari di prodotti netti (cioè di valore aggiunto) che compongono il Pil sono tenuti a versare l’imposta, la presenza o meno di autonoma organizzazione non rileva minimamente.

59.  In questo caso il prelievo dovrebbe essere considerato come un’imposta diretta, e quindi potrebbe rimanere la non deducibilità in sede Ires o Irpef.

60.  L’indeducibilità dell’Irap è sempre stata una delle lamentele da parte delle imprese; stabilire la deducibilità, ma limitata alla aliquota base, permette di eliminare il problema ed essere coerente con la logica federalista, secondo cui manovre di aliquote da parte delle Regioni non devono ripercuotersi sul gettito erariale.

61.  Si potrebbero combinare le detrazioni attuali con una detrazione del 0,133% dell’imponibile della casa d’abitazione, come proposto dalla finanziaria 2008; inoltre si potrebbe permettere ai Sindaci delle città medio-grandi di dare una deduzione di un tot a metro quadro, per sgravare le costruzioni delle periferie e gravare quelle con più alta rendita urbana. Il carattere reale dell’imposta permette anche la deduzione dei mutui ipotecari dai valori imponibili.

62.  È dal lato della spesa che troviamo più riferimenti alla famiglia, come nel caso degli assegni al nucleo familiare o di altri istituti di assistenza.

63.  Le aliquote potrebbero essere anche più di una, ma non molte, perché la massima deve essere pari a quella standard degli immobili diversi dalla casa d’abitazione. Ovviamente la deduzione dipende dal gettito che si intende realizzare.

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