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Appunti sul sistema tributario

di - 21 Marzo 2013
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La via maestra per la lotta all’evasione si può sintetizzare in tre aspetti: limitazione dell’uso del contante, tracciabilità dei flussi finanziari connessi alle operazioni commerciali, controllo dei dati finanziari presso la banca (o posta). La ragione della limitazione del contante è intuitiva; non a caso uno dei metodi di calcolo dell’economia sommersa, e quindi dell’evasione, è sulla base del maggior uso del contante. La tracciabilità, e quindi l’elenco clienti-fornitori, costituisce il modo con cui il mondo delle imprese e del lavoro autonomo diviene simile a quello del lavoro dipendente; il controllo dei dati finanziari permette di verificare la presenza di anomalie rispetto ai dati contabili. Per tale controllo non sono necessarie valanghe di dati: sono sufficienti le consistenze finali di anno (e quindi iniziali dell’anno successivo), il livello medio dei depositi, il numero e l’ammontare medio delle variazioni. Ovviamente il livello di informatizzazione dell’Agenzia delle entrate deve essere adeguato a questi compiti.

La struttura del prelievo

Il recupero dell’evasione dovrebbe essere finalizzato a ridurre le imposte versate dai contribuenti “onesti” sui quali la pressione fiscale grava per oltre il 50%, anche se è probabile che una parte serva a finanziare[49] alcune voci di spesa che sono state compresse negli ultimi anni, come l’istruzione e la ricerca. Ma oltre al recupero dell’evasione, vi è il tema della ricomposizione del prelievo.
Vari documenti della Commissione Europea e del FMI suggeriscono di spostare il prelievo dal lavoro e dall’impresa verso i consumi e gli immobili. Lo spostamento verso gli immobili è facilmente spiegato dal fatto che gli effetti distorsivi dell’imposizione degli immobili sono nettamente inferiori a quelli delle imposte sui redditi da lavoro e sugli utili delle imprese; e ciò prescindendo dal fatto che la tassazione degli immobili è particolarmente adatta alla logica federalista del decentramento delle scelte collettive.
L’indicazione di un aumento dell’imposizione dei consumi richiede invece qualche considerazione. La teoria economica ha da tempo mostrato come l’imposizione del consumo sia equivalente all’imposizione del lavoro, nel senso che un’imposta proporzionale sul consumo è perfettamente equivalente ad un’imposta proporzionale sul lavoro, al punto che nei modelli teorici le imposte sul consumo vengono prese in considerazione solo nei casi di imposte su determinati consumi, mai come imposte generali. Pertanto, lo spostamento dal reddito di lavoro al consumo viene ritenuto un nulla di fatto[50]; invece quello dal profitto d’impresa al consumo viene visto come uno spostamento dal reddito di capitale a quello di lavoro.
Tuttavia quanto detto sopra non tiene conto di un aspetto cruciale di cui i modelli teorici non si occupano; e cioè che nei paesi dell’euro lo spostamento dal prelievo sul lavoro all’imposta sul valore aggiunto è il modo con cui un singolo paese può effettuare una svalutazione “fiscale”, che è l’unica forma di svalutazione possibile[51]. Infatti i contributi sociali e l’imposta sui reddito da lavoro costituiscono il cuneo fiscale tra costo del lavoro e retribuzione netta del lavoratore, mentre l’Iva non rappresenta un onere per gli esportatori, gravando solo sui consumi interni. Ovviamente la Comunità Europea, rivolgendosi a tutti i paesi, non può argomentare lo spostamento del prelievo in termini di svalutazione fiscale, ma i singoli paesi sanno che è proprio questo il principale aspetto della questione.
Il governo tedesco di coalizione (2004) ha dato l’esempio con una diminuzione degli oneri sociali ed un aumento di due punti dell’Iva; Sarkozy quando vinse le presidenziali aveva proposto lo stesso tipo di manovra, ma poi non l’ha attuata, per la preoccupazione di innescare un aumento dei prezzi. È il governo di Hollande che sembra aver deciso di procedere ad una variante della svalutazione fiscale, concedendo una deduzione dal reddito d’impresa del 4% della massa salariale; l’incentivo ammonta a 20 miliardi, finanziati per metà da un aumento di un punto di Iva, e per l’altra metà da tagli alle spese[52]. Anche per l’Italia la Confindustria ha presentato delle proposte[53] che puntano nella stessa direzione: diminuzione di undici punti del costo del lavoro (calo di oneri sociali non previdenziali e della componente Irap sul lavoro), diminuzione dell’aliquota Ires di quattro punti e mezzo[54], oltre a incentivi agli investimenti. Il finanziamento dovrebbe avvenire, oltre che dal recupero dell’evasione e da tagli di spesa, dall’aumento di due punti delle due aliquote Iva ridotte, oltre al già previsto aumento, dalla normativa vigente, di un punto dell’aliquota normale (quindi le aliquote passano da 4 a 6%, da 10 a 12%, e da 21 a 22%)[55].
Siamo evidentemente in pieno processo di competizione fiscale; in assenza di un disegno complessivo di crescita economica per l’intera Europa (alla Delors, per intenderci), o almeno dell’area euro, ogni paese cerca di stimolare le proprie esportazioni , sperando che ciò inneschi una ripresa degli investimenti. Ovviamente, nella misura in cui la svalutazione fiscale viene applicata da ogni paese dell’area euro, queste misure si elidono tra loro, pur mantenendo un effetto nei confronti della concorrenza con altre moneta, dal dollaro alla yen allo yuan, e contrastando quindi l’attuale tendenza dell’euro a rivalutarsi.
È ben difficile che in queste condizioni si possa determinare quella crescita economica che il documento Confindustria auspica; anche perché, a livello macro, una buona parte degli investimenti dipende dalla domanda interna, non sono cioè “export led”. È chiaro però che le mosse della Francia comportano la necessità di una risposta da parte nostra, e che quindi una diminuzione del cuneo fiscale diviene una prospettiva ineludibile. Una parte delle risorse potrebbe però essere indirizzata a diminuire l’alta aliquota marginale che grava sui lavoratori dipendenti con redditi tra gli 8.000 ed i 15.000. Con un paio di miliardi l’aliquota potrebbe scendere da 30,2% a 26,9%[56], con un incremento del reddito disponibile di oltre un punto percentuale. Se vi fosse disponibilità di risorse si potrebbe procedere ad una diminuzione di un punto della prima aliquota[57].

Note

49.  Forse è più corretto dire che la politica di bilancio del nuovo governo dovrà verificare le stime sugli andamenti dei conti pubblici nel quinquennio, per vedere se dall’evasione, dalla diminuzione del costo del debito pubblico, dalla ripresa dell’economia, emergeranno delle risorse che possano essere usate per una diminuzione delle aliquote tributarie o per finanziare alcune spese.

50.  L’affermazione va qualificata: un aumento dell’imposizione sui consumi e una diminuzione dei contributi sociali sposta l’onere dai lavoratori ai cittadini in genere, compresi i pensionati o quanti non svolgono attività lavorative. I modelli teorici non tengono conto di questi dettagli, che determinano peraltro delle differenze solo transitorie.

51.  Ovviamente questa svalutazione fiscale vale anche nei confronti dei paesi dell’Unione Europea che non fanno parte dell’euro; questi però possono reagire svalutando il cambio.

52.  In questo mix si può notare la preoccupazione di non determinare aumenti dei prezzi al consumo. Questa preoccupazione è giustificata; in effetti una diminuzione del costo del lavoro finanziata integralmente da aumento dell’Iva determina un aumento dei prezzi. Infatti la diminuzione degli oneri sociali (o, il che è equivalente, la diminuzione dell’imposta sugli utili in proporzione alla massa salariale) agisce solo su una componente del prezzo netto, mentre l’Iva si applica sull’intero prezzo.

53.  Il progetto Confindustria per l’Italia: crescere si può, si deve, 23 gennaio 2013, consultabile sul sito.

54.  Il progetto Confindustria non specifica se si mantenga l’orientamento della finanziaria di Prodi per cui l’agevolazione non si estende agli utili distribuiti (a coloro che hanno partecipazioni qualificate), e quindi se la percentuale che va dichiarata in Irpef viene fatta salire a 60,4%.

55.  Per controbilanciare (almeno in parte) l’effetto dell’aumento delle due aliquote Iva ridotte il documento propone una parziale restituzione dell’incapienza e una diminuzione delle aliquote Irpef dei primi (due?) scaglioni. Le famiglie monoreddito più numerose, anche appartenenti ai primi decili di reddito, si troverebbero comunque svantaggiate.

56.  Attualmente la detrazione per lavoro scende più velocemente fino a 15.000 euro, e poi più lentamente fino a 55.000. Eliminando questa spezzata si ottiene l’effetto segnalato nel testo. Le aliquote di cui si parla nel testo sono quelle di un lavoratore single; con carichi di famiglia le aliquote risultano più alte.

57.  Una riforma completa dell’Irpef dovrebbe prevedere tre punti in meno sulla prima aliquota, due punti sulla terza, in modo da avere cinque aliquote 20-27-36-41-43. Le detrazioni dovrebbero essere fisse e non decrescenti. Ma ciò richiede circa trenta miliardi. Si veda Paladini-Violetti, Un contributo al dibattito sull’Irpef, giugno 2011 su Nens.

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