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Intervento del Prof. Angelo Maria Petroni in occasione della cerimonia commemorativa del 50° anniversario della morte di Luigi Einaudi – Dogliani, 8 ottobre 2011

di - 14 ottobre 2011
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Noi celebriamo oggi il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Luigi Einaudi, figlio illustre di questa terra, che per lui non fu soltanto luogo e storia degli affetti ma anche luogo e storia dei suoi valori morali e intellettuali. Nella terra di Langa Einaudi è ancora figura viva per l’esempio di rettitudine e di moralità che egli diede, e per come seppe riconoscere ed esaltare i valori dell’ordinato vivere civile nel quale eccellono da sempre le vostre comunità.
Egli fu uno dei maggiori economisti dell’Italia unita, ed economista rimase sempre nella sua attività di alta amministrazione e di statista, sino alla suprema magistratura della Repubblica nel cui esercizio, come Ella ha recentemente scritto, Signor Presidente, “Einaudi pose le basi per l’affermarsi del ruolo e del prestigio del Presidente della Repubblica”.
Einaudi si formò nella Torino degli anni Novanta dell’Ottocento, nella quale vivissima era ancora l’eredità intellettuale degli economisti del Risorgimento come Francesco Ferrara, patriota siciliano, federalista, maestro di Camillo Benso di Cavour, i quali consideravano l’economia politica come “la scienza dell’amor patrio”.
Einaudi fu liberale e liberista. Come ci si può attendere da un intellettuale vissuto a lungo, il suo liberalismo e il suo liberismo vennero declinati in modo diverso nelle diverse circostanze storiche nelle quali egli visse. E, come spesso avviene nel “ciclo di vita” intellettuale, alla giovanile ricerca di nuove idee e nuove forme sociali si sostituì progressivamente un pensiero maggiormente fondato sulla continuità della tradizione politica ed economica del liberalismo, e più sistematico. Un’evoluzione che dovette molto al fatto che fu soltanto nel secondo dopoguerra che egli ebbe responsabilità politiche e di governo.
Forse il punto archimedeo della eredità intellettuale di Einaudi si situa in quanto egli sostenne nella celebre polemica con Benedetto Croce sui rapporti tra liberalismo e liberismo, ovvero la imprescindibilità della libertà economica per un qualsiasi Paese politicamente libero e insieme per la ricchezza delle Nazioni. La base della sua tesi voleva essere eminentemente scientifica. Il libero mercato, nel duplice senso di mercato interno e di apertura al commercio internazionale, dove non prevalessero monopoli o rendite di posizione, aveva dimostrato la propria superiorità insieme politica ed economica sul piano teorico e su quello storico.
La scienza economica rispecchia la tendenza naturale dell’uomo all’autointeresse ed esprime le leggi oggettive che governano la produzione e lo scambio. Ma per Einaudi autointeresse e necessità nomica andavano sempre visti in connessione con l’elemento morale, che pone l’individuo e le sue facoltà come fine del sistema economico. In questo egli fu profondamente tributario ai filosofi dell’Illuminismo scozzese, e in particolare ad Adamo Smith.
Neanche nei periodi di imperante positivismo Einaudi aderì alla lettura che rendeva la Ricchezza delle nazioni luogo di esaltazione di un egoismo individualistico. Per Einaudi era una “invenzione” degli antiliberisti, “si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori” la tesi secondo la quale “i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finiscono per fare l’interesse proprio e quello generale”.
Per Einaudi non riusciremmo a spiegare neppure gli stessi fenomeni economici qualora non considerassimo le credenze morali degli individui, le loro aspirazioni ed il loro rispetto di valori che trascendono la ricchezza ed il benessere materiale. Piero Gobetti sintetizzò mirabilmente la visione di Einaudi, definendola “scienza economica subordinata alla morale”.
È in questa visione che si comprende appieno la critica che egli fece di John Maynard Keynes riguardo alle cause della crisi economica dei primi anni Trenta. Parole profetiche davanti alla crisi di oggi. Per Einaudi essa fu innanzitutto una crisi morale, e pertanto non poteva essere risolta con gli strumenti monetari e di bilancio indicati dall’economista inglese. Così scriveva: “Come si può pretendere che la crisi sia un incanto, e che col manovrare qualche commutatore cartaceo l’incanto svanisca, quando tuttodì, anche ad avere gli occhi mediocremente aperti, si è testimoni della verità del contrario? Si osservano, è vero, casi di disgrazia incolpevoli, di imprese sane travolte dalla bufera. Ma quanti e quanti esempi di meritata punizione. Ogni volta che, cadendo qualche edificio, si appurano i fatti, questi ci parlano di amministratori e imprenditori, o avventati, o disonesti. Le imprese dirette da gente competente e prudente passano attraverso momenti duri, ma resistono. Gran fracasso di rovine invece attorno a chi fece in grande furia di debiti, a chi progettò colossi, dominazioni, controlli e consorzi; a chi, per sostenere l’edificio di carta, fabbrica altra carta e vendette carta a mezzo mondo; a chi invece di frustare l’intelletto per inventare e applicare congegni tecnici nuovi o metodi perfetti di lavorazione e di organizzazione, riscosse plauso e profitti inventando catene di società, propine ad amministratori-comparse, rivalutazioni eleganti di enti patrimoniali”.
Il mercato ha bisogno di istituzioni, di norme di comportamento, il cui orizzonte funzionale e temporale oltrepassa i singoli interessi individuali. Di qui il ruolo che egli attribuiva allo Stato, pur nella forte sua adesione ai principi liberisti per i quali lo Stato medesimo rappresentava una perenne fonte di pericoli. Questi pericoli Einaudi li evocò chiaramente nel 1899 – aveva appena 25 anni – , nel delineare il programma di un partito liberale: “la principale condizione affinché la ricchezza possa aumentare è la mancanza di ostacoli e di impedimenti posti dallo Stato a questo sviluppo e a questo incremento. In Italia lo Stato è uno dei più efficaci strumenti per comprimere lo slancio della iniziativa individuale sotto il peso di imposte irrazionali e vessatorie e per divergere gli scarsi capitali delle industrie che sarebbero naturalmente feconde, per avviarli alle industrie che diventano produttive grazie soltanto ai premi, ai dazi protettivi, alle estorsioni esercitate in guise svariate a danno dei contribuenti”.

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