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Deleuze ed il diritto comico (e tragico)

di - 18 Ottobre 2021
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Deleuze era per me – e penso per molti – un astruso filosofo del 1968.
Il suo pensiero – percorso da interessi psicoanalitici  ed espresso in modo spesso oscuro – pensavo toccasse in modo molto tangenziale i temi di interesse di un giurista.
Egli rimaneva attaccato allo slogan “l’immaginazione al potere” che ha caratterizzato quegli anni pieni di speranze e disillusioni, finiti per molti – incapaci di resistere alle lusinghe della violenza –  in modo tragico.
A distanza di anni incappo in una serie di letture che mi fanno pensare che ci si trovi di fronte ad un passaggio non banale nella storia del pensiero e ad un passaggio di qualche interesse anche per i giuristi.

Il pensiero di Deleuze si muove fra ordine e caos.
Fra il paterno edipico ed il materno, fra individuazione ed antagonismo e principio di indistinzione.
Per cui cerco di attraversarlo con queste brevi note ad uso del lettore colto che vorrà e saprà ricavare dalla lettura diretta dei testi più di quanto essi suggeriscano a me.

C’è una filosofia del diritto in Deleuze?
Secondo Laurent de Sutter – in  Deleuze e la pratica del diritto,( Verona 2011) c’è una filosofia coerente e correlata al suo sistema di pensiero.
Essa si trova espressa nel libro “Il freddo ed il crudele” (Milano 1996).
Si può sintetizzare nell’affermazione seguente : il diritto è essenzialmente un fenomeno comico.
Nel testo prima citato vi è un capitolo di estremo interesse intitolato “La legge, l’umorismo e l’ironia“ nel quale i principi della filosofia del diritto deleuziana sono tutti articolati.
Si parte da un’immagine classica della legge, dovuta Platone e poi diffusasi nel mondo cristiano (ed ancora in voga).
La legge ha un duplice stato come principio e come conseguenze.
Il principio è che la legge non è prima.
Dipende da un principio più alto che è il Bene. Essa arriva per seconda. Sempre.
Se gli uomini sapessero cosa è il bene (ed aggiungo soprattutto se sapessero seguirlo perché come nota il Grande Inquisitore non ne hanno la forza)  non avrebbero  bisogno della Legge.
Il Bene diserta il mondo.tocacva moto
Nel mondo c’è solo La legge (che viene dedotta dal Bene con le migliori intenzioni di cui gli uomini sono capaci).
Dal punto di vista delle conseguenze obbedire alla Legge è il meglio che si possa fare, non essendovi il Bene, si agisce secondo la sua immagine consegnata nella Legge.
Questa immagine classica è già piena di ironia, di distacco ironico, la Legge è distante dal Bene (pur procedendo verso l’ alto in cerca del Bene); verso il basso poi è in cerca di perenne fondamento ed incontra l’uomo.
Nel processo a Socrate la Legge si piega sul condannato per essere legittimata.
Tutto ciò è umoristico.
La legge fa atto di sottomissione al Giusto (Socrate) che invita a rispettarla anche se è ingiusta.
La legge non si sostiene per se stessa, come principio si fonda (alla lontana) sul Bene, come pratica incontra la sofferenza del Giusto e chiede al Giusto di legittimarla.
Una riflessione di perenne attualità sul ruolo del giudice e della giurisprudenza.
Se nel mondo sono pochi i giusti la Legge diviene non effettiva.
Forse per questo – secondo una tradizione – i discepoli di Socrate ridono mentre egli beve la cicuta.
Ridono perché la Legge può trionfare solo se il condannato la accetta.
L’immagine classica della Legge ne ammette tutta la relatività.

Poi per Deleuze arriva il rovesciamento Kantiano, non è più la Legge a dipendere dal Bene ma il Bene che dipende dalla Legge.
Si tratta della secolarizzazione.
La storia delle rivoluzioni borghesi.
La legge non si fonda su un principio superiore.
Essa si autofonda, essa è il Bene.
Il sacro scompare dal mondo.
La Legge lo invade (oggi in forma di decreti legge e provvedimenti normativi emergenziali come esito di un processo lungo durato il tempo della modernità e della postmodernità).
La legge Kantiana (e kelseniana) è pura legge, pura forma, indipendente da contenuto, oggetto e circostanze (quelle – storicamente contingenti – non sono essenziali per il concetto).
La legge come pura forma (salvagente della forma secondo l’espressione irtiana)è però inafferrabile ed ha un fondo nichilistico.
E’ un salto all’indietro – per Deleuze –  alla legge giudaica ed al mondo sofistico presocratico di Gorgia, dell’uomo misura di tutte le cose.
Questa inafferrabilità della Legge fa sì che essa agisca senza essere conosciuta e costituisca l’uomo in colpa perenne (ambito edipico di erranza).
Di fronte alla Legge moderna, alla Legge come sommo Bene, siamo tutti sempre e già in colpa. Siamo tutti trasgressori e nelle conseguenze applicative il Giusto non conta più nulla, il Giusto non deve agire per il meglio.
Tutto è gioco.
Chi obbedisce alla Legge si sente in colpa e basta. Non si sente un Giusto.
Il bene diserta ancora ma in altra forma il mondo : l’assenza di Giustizia.
La legge manifesta la sua durezza con i più virtuosi, i migliori, i più docili (Freud Il disagio della civiltà, Torino 1985).
Il superuomo di Nietzsche è alle porte.
Di qui la crisi dell’Occidente, crisi dell’assenza di fondamento del giuridico.

Freud – continua Deleuze nel testo in esame – nota che la modernità comporta  la rinuncia a fondare la coscienza morale (il capitalismo infatti è ascetico).
Tanto più vigorosa è la rinuncia tanto più la coscienza morale che ha ereditato le pulsioni represse, è forte e si esercita con rigore.
“L’azione esercitata sulla coscienza da questa rinuncia è tale che ogni frazione di aggressività che noi ci asteniamo dal soddisfare è ripresa dal Super Io ed esaspera la sua aggressività contro l’Io.”
La rinuncia – la sublimazione dell’Eros – è il fondamento dei processi di civilizzazione e costituisce la ragione del “disagio della civiltà” (il concetto era chiaro anche a Kelsen ed è stato da chi scrive analizzato in un piccolo saggio di alcuni anni fa cfr. G. Montedoro, Kelsen e l’amore di giustizia in Dir. e società, 2004, 517).

Deleuze (obscurius per obscurium) evoca ancha Lacan.
La Legge – nota Lacan – è assimilabile al desiderio represso.
L’oggetto della Legge è (ciò che è) interdetto al desiderio (l’interdetto al desiderio è l’oggetto della legge).
La legge preclude al desiderio la sua normale dinamica.
Qui si incontra il tema dell’oggetto del desiderio e della sua identità.
L’identità dell’oggetto è la madre (prima dell’individuazione del Soggetto), l’identità del desiderio è il padre (dopo l’individuazione).
La legge preclude allo stesso tempo l’indistinto (materno) – obbliga a differenziarsi –  ed il desiderio di fonte edipica (paterna) perché obbliga ad essere (kantianamente) funzione senza contenuto.
Edipo vive il desiderio senza legge e questa è la sua ubris.
L’ironia platonica qui è rovesciata.
Conta solo l’indeterminazione della Legge, puramente obbligante ed il castigo.

Kafka – alla stessa altezza di tempo –  disvela l’effetto comico della Legge nel Processo o nel racconto Davanti alla Legge.
Alla prima lettura del libro il Processo, lettura che Kafka tenne personalmente davanti ad un uditorio, Max Brod ricorda che si produsse negli ascoltatori un riso irrefrenabile, liberatorio.
Vi è un solo modo di pensare la legge moderna che ne rovesci la tragicità inaccettabile e l’aridità morale.
Il comico.

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