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Una nota sugli effetti economici delle tecnologie digitali

di - 22 settembre 2016
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L’effetto delle tecnologie digitali sulla produttività.
Le rivoluzioni tecnologiche che hanno caratterizzato l’era industriale, e che sono dettagliatamente descritte nel libro di Robert Gordon “The Rise and Fall of American Growth” (2016), hanno sempre visto un circolo virtuoso tra incremento di produttività, incremento dei redditi, incremento dell’occupazione e incremento dei consumi che ha sostenuto il processo di crescita economica.
Ciò è avvenuto soprattutto nel quarto di secolo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, nel quale le economie avanzate hanno sperimentato quella che è stata definita una “età dell’oro” per questo equilibrio tra aumento dell’uso delle macchine nella produzione, aumento della produttività del lavoro consentita da queste macchine,  aumento dei redditi consentiti da questo aumento di produttività; aumento della domanda di beni e di servizi in grado di assorbire la maggiore produzione.
Dunque nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche l’equilibrio nell’espansione della domanda e in quella della produzione ha permesso che l’incremento potenziale di produttività si traducesse in incremento effettivo e si combinasse con l’aumento dell’occupazione.
Che cosa sta avvenendo e che cosa avverrà con lo sviluppo delle tecnologie digitali? Quale sarà il loro effetto sulla dinamica della produttività e su quella dell’occupazione?
Robert Gordon (2016) cita Robert Solow che, nel 1987 (Solow, 1987), osservava come “l’età dei computer si può vedere ovunque tranne che nella crescita della produttività”. Gordon ammette che il salto nella crescita della produttività sperimentato negli Stati Uniti nel decennio 1994-2004 è largamente attribuibile allo sviluppo delle tecnologie digitali. Ma la sua conclusione è che si è trattato di una eccezione che è molto improbabile che si ripeta. Se ci si colloca in una prospettiva di medio-lungo termine, Gordon di fatto ripropone l’interrogativo posto da Solow trent’anni orsono.
Il motivo di questa conclusione riprende quello indicato da Acemoglu e altri (2014) i quali trovano addirittura che l’impatto delle tecnologie digitali sulla produttività sparisce una volta che si escludano le industrie produttrici di tali tecnologie.
Gordon inoltre è tra coloro che ritengono che la cosiddetta “legge di Moore”, secondo la quale il potere di calcolo dei computer raddoppia ogni 18-24 mesi, manifesti segni di rallentamento.
Gordon non sembra tuttavia tenere nel dovuto conto il fatto, messo in evidenza, tra gli altri, da Martin Ford (2015), che la caratteristica più importante e recente della rivoluzione tecnologica digitale è che questa dinamica esponenziale ha riguardato non solo la velocità di calcolo dei computer, ma l’efficienza degli algoritmi per software, una cresciuta che è avvenuta a un tasso anche più elevato di quello indicato nella legge di Moore.
Anche se l’avanzamento dalla capacità dei computer nel campo “hardware” fosse arrivato a un limite alla ulteriore miniaturizzazione, nel campo “software” questo limite non sembra esservi, se non nella complessità e sofisticazione dell’architettura dei sistemi di calcolo.
Grazie ai progressi nel campo degli algoritmi “software” si parla oggi di “machine learning” riferendosi al fatto che “le macchine” sono in grado di imparare, scrivere autonomamente rapporti relativi a vari tipi di eventi sportivi, proporre ai singoli clienti indicazioni per gli acquisti (Amazon), procedere a traduzioni online (Google), sia pure non ancora a un livello qualitativo quale quello di traduttori specializzati.
I computer sono stati messi in grado di svolgere queste funzioni grazie alla possibilità di accedere a una enorme e crescente quantità di dati (“big data”) immagazzinati in formato digitale e di elaborarli, anche se presentati in modo non strutturato, sulla base di relazioni statistiche che gli stessi computer scoprono, a una scala e a una velocità impossibili per una persona umana.
Il “cloud computing”, ossia la centralizzazione e accessibilità non solo di dati, ma anche di software in una sorta di rete di “server”, una “cloud” verso la quale emigrano le più avanzate capacità di intelligenza artificiale, ne aumenta enormemente le opportunità di utilizzo.
Nel capitolo 17 del suo libro Gordon discute questi sviluppi dell’intelligenza artificiale sulle tecnologie digitali, ma le sue conclusioni sono che essi non sono tali da modificare quella per cui l’effetto nel medio termine sulla produttività di tali tecnologie non sarà rilevante.
Diverse sono le conclusioni alle quali arrivano Brynjolfsson e McAfee (2014), secondo i quali, alla fine del Settecento la Rivoluzione Industriale, soprattutto con la macchina a vapore di James Watt, ma poi con tutte le innovazioni che si sono susseguite, ha permesso di superare i limiti del potere muscolare, degli uomini e degli animali, e ha introdotto nella storia dell’umanità quella che essi hanno definito la “prima età delle macchine”, mentre ora siamo nella “seconda età delle macchine”, nella quale il computer e i progressi della tecnologia digitale hanno fatto nei confronti del potere della mente, ossia della capacità del nostro cervello di capire e influenzare le realtà nelle quali viviamo, quello che le macchine della prima età hanno fatto nei confronti del potere dei muscoli.
Nell’era industriale le innovazioni hanno seguito una successione di dinamiche a S (di tipo logistico) staccate tra loro nel tempo; nelle tecnologie digitali invece la dinamica delle innovazioni si manifesta in una successione continua di curve a S: questo permette, come sottolineano Brynjolfsson e McAfee (2014), che nel campo delle innovazioni digitali il progresso si manifesti attraverso la continua “ri-combinazione” di ciò che si è raggiunto in qualcosa di nuovo e più potente (“re-combinant growth” come lo definisce Martin Weitzman, 1998).
Sembra quindi quanto meno azzardato escludere, come sembra fare Gordon, che gli sviluppi futuri delle tecnologie digitali possano manifestarsi in aumenti della produttività meno episodici di quelli riscontrati nel decennio 1994-2004.
Brynjolfsson e McAfee (2014) hanno peraltro messo in discussione la capacità di un indicatore quale il PIL di cogliere il valore dei benefici di produttività del progresso nelle tecnologie digitali.
L’utilizzo delle tecnologie dell’informazione ha consentito che, a parità di prezzo pagato, i benefici in termini di benessere dall’impiego di prodotti acquistati (per esempio computers, smartphones, tablets) crescessero enormemente senza che questo si traducesse in un aumento del valore di mercato della spesa e quindi del PIL. Valga come esempio l’osservazione che alla riduzione della spesa per acquisti di musica e di giornali non ha certo corrisposto una minore possibilità di accedere all’ascolto e alla lettura dell’informazione.
Come ha osservato Jeremy Rifkin (2104), le tecnologie digitali hanno consentito una espansione senza precedenti delle possibilità di produzione a costo marginale decrescente e vicino allo zero. La possibilità di vendere a prezzi bassi sempre più bassi un insieme sempre più ampio di nuovi beni immateriali (alcuni hanno dato a ciò il nome di “sharing economy”) ha significato una riduzione della spesa per acquisti , ma non una riduzione del benessere associato a tale spesa. Si può dire che un evidente aumento del surplus dei consumatori non ha trovato espressione in un aumento del PIL, il quale tiene conto solo del valore delle transazioni misurato dai prezzi di mercato.
Questo pone un serio interrogativo su come effettivamente si manifesti l’incremento di produttività derivante dal progresso tecnologico digitale: se i valori di mercato espressi dal PIL non finiscano per sottovalutarlo.

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