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La corruzione, male sociale, e la sua prevenzione

di - 16 novembre 2015
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La prevenzione della corruzione mira a tenere lontano il male, evitarlo, affamarlo in qualunque modo utile[1].

Per affrontare questo tema è necessario porsi una domanda preliminare: che cosa è la corruzione, nelle sue radici profonde? Siamo tutti d’accordo che possa essere ed oggi sia considerata reato. Ma che cosa è nel quadro generale della società? In altri termini, il fatto che, violando elementari doveri di ufficio – lealtà, parità di trattamento e simili – un pubblico dipendente si faccia abitualmente dare danaro o altri “valori” per favorire qualcuno, è solo un reato, o qualche cosa di più? Qualche cosa insomma alla quale non è facile sfuggire, perché quasi trascende la violazione dei doveri di ufficio, collocandosi nella logica di un sistema sociale?
Un tentativo di rispondere a questa domanda pregiudiziale richiede che anzitutto si individuino le componenti originali del fenomeno. In gioco non sono solo il corrotto ed il corruttore, l’uno che presta un servizio extra ordinem e l’altro che lo paga. Se ci fossero questi due soggetti soltanto, in linea di massima non ci sarebbe nulla di improprio: regalo, cortesia ricambiata, e simili. La corruzione insorge quando coloro che concorrono in questo tipo di vicenda sono molti; sono cioè tutti coloro ai quali il fenomeno economico “vendita di un servizio extra ordinem” non sfugge, che la accettano e la cercano – o dicono di subirne la richiesta – per le più varie ragioni. Le più rilevanti delle quali sono da un lato la loro disponibilità ad essere protagonisti di vicende analoghe per trarne di nuovo vantaggio, dall’altro, l’accettazione dei comportamenti legati alla corruzione come componenti fisiologiche della vita. In altri termini: chi è senza peccato getti la prima pietra; partecipare alla corruzione è intrinsecamente un’attività professionale.
In parole più chiare, la corruzione non può essere considerata solo un modello di reato che si cerca di prevenire o reprimere, puntualizzando ed estendendo la fattispecie criminosa. Non basta cercare di meglio individuare e colpire i rei. La corruzione è certamente tutto ciò che ne dice il codice penale, appunto per punire corruttori e corrotti. Ma se la si vuole cogliere nella sua essenza – fenomeno criminoso collettivo – non si può dire altro, se non che essa è una malattia sociale, a carattere epidemico, che viene, se non accettata, certo serenamente subita, nella tacita convinzione che potrà sempre servire. C’è una prova sicura di questo: se i comportamenti che richiede e gli effetti che produce non fossero tacitamente ammessi, fino ad essere altrettanto tacitamente condivisi, corrotti e corruttori sarebbero espulsi dal contesto sociale e trattati per quello che sono ed in effetti meritano. C’è poco da dire: se corruttori e corrotti non si trovassero ovunque – e non trovassero quindi consenso sociale – sarebbero pochi, disprezzati. Appunto, espulsi dal contesto sociale [2].
Non si può dunque non prendere atto del fatto che il fenomeno corruzione è così vasto e condiviso per una ragione molto forte: coloro che partecipano al banchetto sono tanti o, più esattamente, sono tanti coloro che frequentano questo mercato. Alla fine, disturbano poche persone, come dimostra il fatto che la corruzione continua a dominare la scena, pur essendo oggetto di campagne di stampa, di immagini, notizie in cui si parla di corruttori e corrotti arrestati, dopo anni processati e condannati. C’è un solo soggetto, colpito e in qualche modo tradito: la pubblica amministrazione. [3]

2. Della corruzione in astratto non si può dunque parlare, trattandola alla stregua di un delitto qualsiasi, commesso da un certo numero di persone. Il non irrilevante, tacito consenso sociale intorno a comportamenti, addirittura sistemi di vita, pur qualificati dall’ordinamento come delitto, è un fenomeno non trascurabile. La reazione sociale alla corruzione è insomma paragonabile a quella che si ha ad es. verso il contrabbando, non verso lo sfruttamento dei bambini. Questo tacito consenso è un problema serissimo, perché la repressione penale non è ben condivisa e quindi ben sostenuta sul piano sociale. Prima di affrontare il problema di come misurarsi con la corruzione e come gestire i corrotti – e quindi prima di pensare ad un sistema di interventi che la ostacolino, minando il terreno di cui si pasce, – ci si deve dunque chiedere da dove nasca e perché, di che cosa si alimenti questa difficilissima specie di malattia sociale, ampiamente accettata e comunque ignorata. È ragionevole pensare che le risposte a questa domanda siano più di una.
Forse la prima spinta verso la corruzione è la frustrazione, l’insoddisfazione del dipendente. Se si tratta di aggiudicare un appalto, al cui procedimento più soggetti partecipano; di autorizzare qualche cosa, opera o iniziativa che sia, per la quale è pesante la mole di documenti, assensi, approvazioni, nulla-osta che occorre acquisire; il dipendente mediocremente retribuito, senza stimoli, senza nulla che gli dia l’orgoglio di lavorare in questa o quella amministrazione, non ha ragione per rifiutare qualche offerta, qualche promessa per un suo intervento. Può accadere anche il contrario: che qualcuno cerchi un sig. N nell’amministrazione, lo trovi e pattuisca un compenso per essere aiutato in una certa pratica del suo ufficio. Il quadro non muta. È l’evoluzione naturale del mercato.
Il punto cruciale su cui occorre fermare l’attenzione è che se questa situazione, schematicamente rappresentata, riguardasse solo il sig. N – se solo lui insomma si fosse venduto – sarebbe stato investito dal rifiuto dei suoi colleghi, compaesani, concittadini per il comportamento tenuto: immorale, falso, addirittura da traditore e simili. Invece si tace. Nulla cambia. Il silenzio dimostra che, sul piano sociale, la corruzione fa parte del mercato – e che come tale deve essere riconosciuta e studiata.
In effetti, di fronte a denaro fresco e abbondante, il passo verso la degenerazione è breve. N e i suoi simili pian piano evolvono la loro attività. Presto si manifesta la disponibilità a trovare e dare informazioni riservate, a coinvolgere qualcuno, a far optare per una scelta, un criterio, una valutazione piuttosto che un’altro. Si può ben dire insomma che si procede così verso un’amministrare pilotato e verso una societas publica che vive a due livelli, in due universi. Uno piatto, ricco di ignorato perbenismo e con pochi soldi, rare soddisfazioni e molte frustrazioni. L’altro, un universo più frizzante, in cui della morale si vive una versione elastica, ricca di varianti soggettive e di buone disponibilità economiche.

Note

1.  Testo dell’intervento distribuito in occasione del seminario Prevenzione della corruzione nella riforma della pubblica amministrazione e nella nuova disciplina dei contratti pubblici, organizzato da italiadecide, che si è svolto presso la Camera dei Deputati il 9 novembre 2015.

2.  C’è una conferma di questo. Il fumo e i fumatori. Per decine di anni tutti hanno fumato; chi non lo faceva era considerato un inferiore. Nel giro di pochi anni, grazie a fortissime campagne di informazione e ad altrettanto forti decisioni di reprimere il fumo in moltissimi Paesi, è maturata la convinzione che il fumo facesse male e si dovesse smettere di respirare tabacco.

3.  Questo naturalmente non significa che non esista la corruzione privata. Essa è tendenzialmente un fenomeno molto più grave, perché non ci sono le “scusanti”, proprie del pubblico, di cui si è fatto cenno. C’è solo l’intento di guadagnare a danno di qualcuno.

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