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Ambiente e futuro

di - 19 Maggio 2015
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Sono più economista che giurista, quindi proverò a introdurre la dimensione economica del problema ambientale.
Segnalo tre libri di economia dell’ambiente: Musu, Ciocca-Musu, Nordhaus. Il più completo di questi tre libri, il più ricco di elementi anche quantitativi sulla questione ambientale, è quello di Nordhaus, “Rischio, incertezza ed economia del riscaldamento mondiale”. Nordhaus è un economista di prestigio che si è dedicato nell’ultimo mezzo secolo ad approfondire l’economia dell’ambiente.
Il secondo libro, “Economia dell’ambiente”, è di Ignazio Musu, professore emerito di economia a Ca’ Foscari. Anch’egli ha da sempre studiato la questione. Cosa di cui egli non si gloria a sufficienza, è stato in varia guisa negli ultimi anni docente in Cina sul tema ambientale, che, come sapete, sta esplodendo in Cina e di riflesso nei dintorni della Cina, cioè nel mondo. Questo libro è più asciutto, meno empirico-quantitativo, più forte in punto di teoria economica, un po’ più difficile.
Il terzo libro è “Natura e capitalismo”, che Musu ed io abbiamo curato l’anno scorso, con altri amici. Forse dei tre è il più leggibile. Più degli altri sottolinea le connessioni fra la questione ambientale e gli altri due principali problemi dell’economia di mercato: l’instabilità e l’iniquità distributiva.
Dobbiamo muovere dalla contezza che viviamo in una economia di mercato capitalistica: una economia particolare, diversa dai modi di produzione che, forse nei millenni e certamente nei secoli, si sono avvicendati sulla scena mondiale.
In “Natura e capitalismo” propongo una definizione di capitalismo molto stretta, che data l’affermarsi di questo sistema dallo scorcio del Settecento e ne segue la diffusione nel mondo attraverso l’Ottocento e il secolo passato.
L’invito è a riflettere sul fatto che il problema ambientale si pone diversamente in una economia moderna, alla maniera di Wall Street di quanto non si ponesse nell’economia, diciamo feudale, di 700, o solo 600, anni fa.
Sulla definizione di capitalismo, me la cavo con una battuta della più illustre donna-economista, Joan Robinson, professore all’università di Cambridge, allieva di Keynes. Quando gli studenti le chiedevano di essere rigorosa nelle definizioni, la Robinson se ne usciva dicendo, più o meno, “quando vedo un elefante non lo definisco, semplicemente dico: questo è un elefante!”.
Occorre comunque riflettere sul concetto della moderna economia di mercato capitalistica perché il problema ambientale, come noi lo viviamo, si inscrive in questo tipo di economia e assume connotati speciali, che è importante far emergere.
L’homo faber ha da sempre violato l’ambiente. Non è il capitalismo che ha iniziato a farlo. In questo spirito vi prospetto anche la lettura di un saggio del maggiore storico economico italiano del secolo scorso, Carlo Cipolla. Cipolla era in grado di produrre piccoli libri, come questo interessantissimi, con cui egli riusciva in decine di migliaia di copie a divulgare problemi complessi. Il libro si intitola “Miasmi ed umori. Ecologia e condizioni sanitarie in Toscana nel Seicento”.
Cipolla studia come a Firenze nel ‘600 il funzionario del comune che doveva occuparsi degli escrementi affrontò il problema. Più o meno disse: “Invece di gettarli in Arno, inquinando, diciamo ai contadini: prendetevi questa roba, concimate i terreni in modo efficiente e avrete un vantaggio, in più vi ridurremo le tasse”.
Ma se il problema è antico e l’homo faber ha da sempre inquinato, l’homo capitalisticus ha sia una speciale capacità di incidere sull’ambiente sia un ottimo motivo per farlo e, quindi, una speciale propensione a infliggere all’ambiente ferite sanguinose. Ciò per almeno due ragioni.
a) La prima ragione è che il sistema economico ha sviluppato negli ultimi 200-250 anni le attività produttive come mai era accaduto nella storia dell’umanità. Questo è … il bello del capitalismo, il motivo per il quale tutti lo vogliono e nessuno vi rinuncia. Forse lo stesso sistema economico cinese attuale – non quello della Corea del Nord! – può essere incasellato nella forma generale di economia di mercato capitalistica. Persino Fidel o Raoul Castro, pur fedeli alle loro originarie idee, forse stanno riflettendo se portare Cuba al capitalismo.
Questo vantaggio straordinario del capitalismo venne analiticamente colto da Marx, passato alla storia come il principale critico dell’economia di mercato capitalistica. Nondimeno Marx nutriva una stima straordinaria per il sistema che combatteva. Insieme con Engels, dedica le prime pagine del “Manifesto” alla lode della borghesia. La borghesia, il sistema borghese, il modo di produzione capitalistico hanno una capacità straordinaria di sviluppare le “forze produttive”, tanto da dischiudere all’umanità altre scelte, che l’arretratezza economica non consentiva.
Lo sviluppo delle forze produttive, come connotato precipuo e aspetto positivo dell’attuale economia, è stato poi meglio definito e quantificato dagli economisti e degli statistici.
Circa 200 anni fa il PIL – il prodotto interno lordo, o reddito al netto dei costi – prodotto nel mondo, era, ai prezzi di oggi, di 1000 miliardi di dollari all’anno. Oggi è di 70 mila miliardi di dollari all’anno. In 200 anni il PIL ha progredito di 70 volte per una popolazione che 200 anni fa, nel globo, era di 1 miliardo di persone, mentre oggi è di 7 miliardi. Per ciascun essere vivente nel globo, in media, pro capite, il reddito annuo è quindi aumentato di 10 volte. 200 anni fa il reddito pro capite dell’uomo medio nel mondo era di 1000 dollari all’anno, due o tre  euro (un hamburger) al giorno.
Inoltre le attività produttive, di tanto moltiplicatesi, negli ultimi 200 anni sono divenute in notevole misura industriali, mentre erano in larga prevalenza agricole in passato. Il peso dell’agricoltura si è fortemente ridotto: il peso relativo, perché il volume della produzione agricola è anch’esso aumentato, pur essa inquinando anche se meno dell’industria.

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