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Dei fattori non-economici del progresso economico

di - 26 Febbraio 2013
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3. Al di là delle variabili economiche.

Da ultimo gli economisti non sono stati sordi alla sollecitazione che proveniva dagli storici: teorizzare sì, ma anche misurarsi con i fatti dello sviluppo e del sottosviluppo; non fermarsi a REI ma avventurarsi nel metaeconomico, tradizionale pertinenza di altre scienze sociali.
Seleziono dalla migliore letteratura i contributi di Daron Acemoglu e di Ronald Coase, entrambi del 2012.
La tesi di Acemoglu è che la crescita dipende dagli incentivi: a risparmiare, investire, cercare l’efficienza, ideare, innovare. Gli incentivi dipendono dalle istituzioni economiche. Le istituzioni economiche dipendono dalle istituzioni politiche, dalla politica. La politica dipende dalla storia. Vi è crescita se dalla storia, anche casualmente, emergono istituzioni politiche ed economiche inclusive: pluralismo, sicurezza della proprietà privata e dei contratti, ordinamento giuridico imparziale, beni pubblici, libertà d’entrata e di scelta per i produttori. Le nazioni invece “falliscono” se dalla storia emergono istituzioni politiche ed economiche extractive. La concentrazione del potere consente allora ai gruppi che lo detengono di sottrarre risorse al resto della società. Anche quando le elites rivolgono quelle risorse allo sviluppo, lo impongono dall’alto e il successo non sarà durevole. La geografia e la cultura non sono per Acemoglu decisive. Decisive sono le istituzioni. Lo confermerebbe una casistica storica addirittura di millenni. La Rivoluzione Industriale in Inghilterra – cultura e geografia invariate – sarebbe figlia delle istituzioni democratiche scaturite dalla Gloriosa Rivoluzione Politica del 1688, dalla vittoria del Parlamento e di Guglielmo d’Orange su Giacomo II Stuart. In Cina l’economia sarebbe passata dall’arretratezza allo sviluppo dopo che Deng Xiaoping e i riformatori ebbero con saggezza trasformato in inclusive le extractive istituzioni politiche ed economiche maoiste.
La tesi di Coase è simile ma diversa. La Cina è divenuta, sì, capitalista quando le istituzioni sono mutate verso l’economia di mercato. Ma il cambiamento non sarebbe disceso da un disegno politico. Si sarebbe sprigionato dal basso, dal profondo della società. Il vertice politico lo avrebbe solo consentito, con il pragmatismo della antica cultura confuciana. Come l’istituzione-impresa secondo Coase sorge quando surroga un mercato affetto da costi di transazione, così lo spontaneo attivismo del popolo cinese, pressato dalla fame, avrebbe costretto la politica a conformare le istituzioni al modo di produzione capitalistico. Al ruolo della cultura Coase affida anche il futuro dell’economia cinese. Il sistema imploderà, se in Cina mancherà di affermarsi un “mercato delle idee”. Lo ostacola, secondo Coase, il burocratismo delle strutture scolastiche. Lo ostacola un ordinamento giuridico che non rende i cittadini eguali di fronte alla legge e non garantisce che nessuno sia al disopra della legge. Con argomenti diversi anche Ignazio Musu ha spiegato come il dilemma cinese consista ormai nell’affiancare l’apertura politico-culturale all’apertura economica.
Ricerche quali quelle di Acemoglu e Coase estendono i confini dell’indagine economica. Non sciolgono tutti i dubbi. Acemoglu sottovaluta la non-identità di mercato e capitalismo. Il primo esiste da millenni, il secondo solo da tre secoli. Nulla provano i riferimenti agli Aztechi o a Roma antica… Le istituzioni del passato, anche quando preludono alle attuali, si applicavano a modi di produzione dotati di mercato, ma non capitalistici: caccia-raccolta, neolitico, assiro-babilonese, schiavistico, feudale, mercantile. Si pensi al diritto romano. Il problema economico consisteva nel miglior utilizzo una tantum di risorse date, attraverso il comando, la cooperazione, lo scambio. Nel capitalismo sono invece cruciali l’accumulazione, i capitali fissi e il loro ammortamento, l’innovazione, l’allocazione dinamica delle risorse. Acemoglu sottovaluta l’intreccio delle sue predilette istituzioni, e della stessa politica, con la cultura. Trascura i casi – come quello Nord-Sud dell’Italia unita – in cui istituzioni identiche hanno coesistito con livelli e ritmi di sviluppo economico molto diversi, spiegabili solo su altre basi. Da parte sua, Coase tratta con finezza ben maggiore i legami fra istituzioni, politica e cultura nel contesto cinese. Ma non sfugge alla difficoltà di distinguere tra spinta dal basso e pressione dall’alto nella mutazione delle istituzioni.

4. Il caso italiano.

Un difetto comune a entrambi gli studi, di Acemoglu e Coase, è quello di limitare lo scavo ai due strati, REI e CIP, saltando un ulteriore strato, intermedio. È lo strato delle variabili, ancora principalmente economiche, attraverso cui risorse, efficienza e innovazione – le determinanti prossime della crescita – sono influenzate dalla cultura, dalle istituzioni, dalla politica. Queste variabili sono potenzialmente numerose e assumono configurazioni specifiche, storiche, in ciascun paese.
Faccio mia una indicazione di metodo di Luigi Pasinetti e provo ad argomentare con riferimento alla vicenda che ho più studiato, quella italiana. L’invito, di matrice ricardiana, di Pasinetti è a non confondere i piani, ad analizzarli separatamente per poi meglio connetterli: è consigliabile distinguere i profili economici “naturali e primari” della crescita dalla organizzazione della società.
Nell’Italia unita la crescita è stata particolarmente rapida nell’età giolittiana e nel miracolo economico, lenta nel 1887-1900, negli anni Trenta del secolo scorso, nel ventennio post 1992. Le determinanti economiche racchiuse nell’acronimo REI – il primo strato – hanno agito con segno positivo nelle prime due fasi, con segno negativo o incerto nelle altre. Ciò è particolarmente vero per l’Innovazione. Il progresso tecnico ha contribuito per circa due terzi alla crescita del Pil nel 1900-1913 e nel 1950-70, mentre il suo contributo è stato modesto o nullo nei periodi di stagnazione o di crescita rallentata.
Ma perché ciò è avvenuto?

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