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Dei fattori non-economici del progresso economico

di - 26 Febbraio 2013
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Azionisti, creditori, altri finanziatori vanno tutelati dal diritto del risparmio. Devono essere in primo luogo meglio informati, non da bilanci falsi. Affinché non incorrano in rischi eccessivi e in impropri comportamenti dei soggetti finanziati occorrono migliori regole. Ma queste, da sole, non possono bastare. Devono integrarsi con la discrezionalità amministrativa dei supervisori, a cominciare dalle banche centrali. Fino alla crisi Lehman la discrezionalità si era ristretta, anche in Italia. Invece, va ammessa, ampliata, presidiata.
Nelle crisi aziendali andrebbe ulteriormente promossa la tempestività nella riallocazione contrattuale, e non concorsuale, delle risorse. È opportuno potenziare ulteriormente gli incentivi ad attivare le modalità del risanamento – concordati, piani, accordi di ristrutturazione dei debiti – quando il profitto scema, ma ben prima delle perdite, dell’insolvenza, del fallimento.
Nel processo civile la brevità e la certezza dei tempi nella soluzione delle liti che coinvolgono le imprese sono non meno importanti della ricerca della “giusta” sentenza finale.
Il diritto antitrust, l’art. 41 della Costituzione, dovrebbero responsabilizzare l’impresa, affinché faccia conto solo su se stessa. Le imprese inefficienti non debbono trovare protezione, in qualsivoglia forma. Occorre promuovere la concorrenza dinamica, a colpi di innovazione, ancor più della concorrenza statica, di prezzo.
Il diritto pubblico è chiamato a ridurre i costi, ad accorciare i tempi, ad assicurare la qualità delle grandi opere infrastrutturali. Occorre tornare, sin dalla Costituzione, a centralizzare la scala di priorità dei progetti. Si dovrà semplificare la giungla dei momenti in cui si articola il procedimento amministrativo.
La riforma organica del quadro giuridico rappresenta, credo, una delle tre linee d’azione che i governi per un ventennio hanno mancato di seguire. Dovrebbero seguirle, per contribuire al ritorno alla crescita di una economia ristagnante dal 1992 e che nel 2013 produrrà l’8 per cento in meno di quanto produceva nel 2007, con un milione di senza lavoro in più e 500 miliardi di Pil potenziale dissipati da allora. Le altre due linee d’azione, complementari al ridisegno del diritto dell’economia, sono riassumibili nell’orientare le imprese a ricercare il profitto attraverso la produttività e in un consolidamento dell’equilibrio di bilancio che sia imperniato sul freno della spesa corrente non-sociale (consumi intermedi, numero dei dipendenti, trasferimenti vari), così da fare spazio agli investimenti in opere infrastrutturali e alla graduale riduzione di una pressione tributaria divenuta soffocante, anche perché sperequata, resa iniqua da elusione ed evasione di imposte e contributi. Tra il 2001 e il 2011 la spesa corrente non sociale è salita dal 20,8 al 23,3 per cento del Pil e dal 44 al 46 per cento delle uscite complessive della PA.
Equilibrio di bilancio, adeguate infrastrutture materiali e immateriali, un contesto concorrenziale rientrano nel dominio della politica. Perché l’economia italiana torni a crescere dovrà tuttavia porsi anche una quarta condizione, non appartenente a quel dominio: la capacità/propensione delle aziende di esprimere in autonomia imprenditoriale il dinamismo, dimensionale e qualitativo, che nell’ultimo ventennio ha clamorosamente latitato.
Sul piano del metodo la “law and economics” anglosassone può essere di utilità, ma entro limiti. Il problema italiano è di efficienza dinamica, non statica. L’economia neoclassica – comune base teorica dei diversi ceppi della cosiddetta analisi economica del diritto, dal Posner prima maniera a Calabresi – è più a suo agio col tempo logico che non col tempo cronologico dell’economia, con la sua dinamica. La cultura economica italiana può dare molto. È tra le più ricche e varie. Non si esaurisce nelle sue pur nobili origini neoclassiche.
Le terre di confine, le intersezioni, fra economia e diritto sono potenzialmente fertilissime: per l’analisi, ma anche per la politica del diritto, per la politica economica. In Italia, il rapporto fra le due discipline fu molto stretto in passato. Deve tornare a stringersi, a cominciare dalle università: nelle facoltà di giurisprudenza, scienze politiche, economia, nella cultura delle classi dirigenti, della classe politica.
L’Università di Macerata – che ebbe l’insegnamento di Maffeo Pantaleoni, come sancì Piero Sraffa “il principe” degli economisti neoclassici italiani – saprà recare, ne sono certo, un contributo prezioso, secondo la sua migliore, secolare tradizione.

*Lectio doctoralis tenuta in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa in “Mercati e Intermediari Finanziari”, Università degli Studi di Macerata, 20 febbraio 2013.

 

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