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Intervista all’Ing. Gamberale: quali infrastrutture in Italia*

di - 5 aprile 2011
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Prof. Satta: Ti sono note le riflessioni che la nostra Rivista ha raccolto sul tema delle infrastrutture. Mi sembra che uno scambio di opinioni con te possa essere il coronamento di questa prima fase di opera. Uno che ha le mani nelle infrastrutture e dice che cosa ne pensa. Già nei primi contatti che abbiamo avuto in vista dell’incontro di oggi, hai anticipato la convinzione che occorre abbandonare l’idea di poter fare tante infrastrutture, per cominciare a concentrare l’attenzione su di un paio, ma progettarle fino in fondo, finanziariamente, economicamente, esecutivamente. Mi sembra un pensiero fortissimo e ti saremmo molto grati se tu volessi illustrarci cosa intendevi con questa affermazione. Quali sono i criteri per scegliere queste infrastrutture? Come pensi di coordinare questa sacrosanta riflessione con il federalismo, quindi con la frantumazione delle esigenze?

Prof. Karrer: Premessa la ovvia importanza delle infrastrutture, per la società civile e per l’economia del nostro Paese.

Ing. Gamberale: Diciamo che guardare indietro è sempre nostalgico e senile. Però è utile ricordare che l’Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta, aveva importanti primati. Era il primo Paese in Europa come rete autostradale a pedaggio. Era il secondo Paese in Europa come potenza nucleare installata e funzionante. Era il primo Paese in Europa per produzione di energia idroelettrica, che negli anni Sessanta soddisfaceva completamente il fabbisogno del Paese. Fu il primo Paese, negli anni Ottanta, ad avviare l’alta velocità, anche se poi ci ha messo tempo. Quindi, nelle infrastrutture, l’Italia aveva espresso un know-how e aveva espresso dei primati. Era riuscita anche a far crescere delle importantissime imprese di costruzione, che andarono a realizzare all’estero opere importantissime. Questo è l’antefatto.
Poi, l’Italia ha avuto due leggi khomeiniste. La prima, nel 1975, fu la legge sul blocco autostradale. Mai in nessun Paese è stata votata una legge così. A seguire, nel 1986, le centrali nucleari. Proprio la legge sul blocco delle autostrade del 1975 ha – a mio avviso – creato nel Paese una cultura avversa alle infrastrutture. Questa cultura dura da 36 anni. Chi oggi ha 50 anni, allora ne aveva 14. In questa fascia d’età, quella che va dai 30 ai 50 anni, c’è tutta l’avversione alle infrastrutture, ed è la fascia d’età di coloro che oggi  governano il Paese, la classe su cui il Paese deve fondare il proprio futuro. Quindi, secondo me, il primo problema è culturale: vi è una cultura diffusa e profondamente avversa alle infrastrutture, di cui il Paese non ha tenuto conto.
Un tentativo di superamento è stato fatto nel 2001 con la legge-obiettivo. Bisogna pensare, però, che se il khomeinismo entrò in Iran nel 1978 e se ne andò nel 1992, durando 14 anni, l’onda del khomeinismo c’è ancora, perché ci sono dei fenomeni culturali che quando attecchiscono in una nazione poi sono durissimi a separarsi.
Allora, in Italia, prima di tutto si deve creare una cultura per le infrastrutture. Altrimenti è come andare a violare una religione. Per cambiare le visioni di un’impostazione, di un credo, bisogna lavorare.
Il Paese ha di queste arretratezze. Ad esempio, la rete autostradale italiana di oggi è sostanzialmente quella del 1975, pur a fronte di flussi di traffico in continua crescita. Oggi, l’Italia ha 113 km di autostrade per milione di abitanti, mentre la media europea mi sembra che sia sopra i 180 km. La Spagna si colloca di sicuro intorno ai 220 km per milione di abitanti.  Quindi noi siamo al 50% della Spagna e al 60% dell’Europa. Questi sono parametri gravissimi per il Paese. La Lombardia, che è la Regione a più alto PIL di Europa, ha 70 km di autostrade per milione di abitanti, quindi il 60% dell’Italia e un terzo della media europea. Se non si inquadrano questi parametri non si riesce a capire il gap che c’è.
Bisogna riconoscere che il Governo Berlusconi, nel 2001, ha varato la legge obiettivo. Tuttavia, nella legge obiettivo sono state definite 120 opere per 230-250 miliardi. È come se un Paese che è stato affetto da anoressia infrastrutturale all’improvviso diventasse bulimico.
Inoltre è stato ignorato il piano finanziario. Non si è tenuto conto del fatto che, dal dopoguerra fino al 1990, le infrastrutture erano di proprietà pubblica, le costruiva il pubblico, o centrale o territoriale, e le costruiva, quindi, sul debito pubblico, per dirla con una semplificazione rozza. Poi, a partire dal 1990, la c.d. Tangentopoli, le norme europee, l’euro, la riduzione del debito pubblico hanno imposto la vendita degli asset pubblici e hanno imposto anche una disciplina finanziaria che non permette più al pubblico, sia centrale che territoriale, di spendere. Pertanto, sono scomparsi i promotori finanziari delle infrastrutture.
Quindi, prima è stata rimossa la cultura delle infrastrutture e poi sono scomparsi i promotori finanziari delle infrastrutture.

*L’Ing. Gamberale non ha bisogno di essere presentato dato il suo prestigioso passato svoltosi sulla scena pubblica. Basti ricordare che ha guidato la creazione di TIM, è stato Amministratore Delegato di Telecom Italia, di Autostrade ed ora del Fondo di gestione di risparmio per le infrastrutture F2i.
All’intervista all’Ing. Gamberale, tenutasi il 22 marzo 2011, hanno partecipato i due Direttori della Rivista, Filippo Satta e Pierluigi Ciocca, e il Prof. Francesco Karrer, Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

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