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L’economia dello spazio: una introduzione

di - 23 Maggio 2022
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Più in dettaglio le attività, oltre alla fabbricazione di strutture spaziali e di satelliti e alla navigazione satellitare, interessano molteplici altri campi: studio della Terra e del sistema solare; astrofisica, astronomia, geofisica; meteorologia; settori industriali quali microelettronica, computers, scienza dei materiali, telecomunicazioni; persino turismo nello spazio.
Agli obiettivi di ricerca scientifica e di sicurezza nazionale si è unita una gamma crescente di applicazioni della tecnologia spaziale: alle comunicazioni, alla medicina, all’energia, agli alimentari, all’agricoltura, ai tessili. I cosiddetti spin-off, gli utilizzi derivati dalle tecnologie spaziali, sono davvero innumerevoli, entrano nell’uso quotidiano. La raccolta e trasmissione di conoscenze, informazioni, dati, segnali satellitari penetrano negli smartphone, nelle fotocamere, nei pc portatili, nei servizi di localizzazione (per metà ristoranti e pub).
Tuttavia, la prospettiva che sempre più eccita gli animal spirits dei privati disposti a investire per un profitto concerne lo sfruttamento delle risorse naturali rinvenibili nello spazio. Dalla Luna e da Marte sono estraibili alluminio, cobalto, ferro, manganese, nickel, titanio, acqua, azoto, ossigeno, carbonio, elementi chimici vari (dall’iridio al tungsteno, all’Elio-3, scarsissimo sulla Terra). Ad esempio, la domanda di mercato di alcuni di questi elementi esploderebbe se gli autoveicoli elettrici sostituissero quelli attuali, mossi da combustibili. Gli asteroidi sono piccoli e numerosissimi. La dimensione di quelli conosciuti è compresa fra centinaia di chilometri (Ceres) e due metri (il 2015 TC25) di diametro. Ma un asteroide di un chilometro pare possa fornire, oltre all’acqua, centinaia di migliaia di tonnellate di ferro, nickel, cobalto e persino tonnellate di platino.

Un settore in rapida crescita
A livello mondiale e in questa ampia accezione l’attività nello spazio è settore con un tasso di crescita fra i più alti, che nemmeno le recenti recessioni hanno abbattuto. Nel 2020 il settore fatturava 450 miliardi di dollari, con un incremento annuale del 7% dal 2009 (che ne raddoppiava il peso). Anche nell’anno del Covid la sua espansione è stata del 4,4% rispetto al 2019, mentre il Pil mondiale fletteva del 3,1%.
Sempre nel 2020 nel gruppo del G20 è stato mediamente speso per le attività spaziali lo 0,05% del bilancio pubblico. Ma la componente commerciale rappresenta l’80% dell’attività spaziale e l’impegno dei capitali privati è in rapida ascesa. Società come Astra, Lockheed, Virgin, IRDM, ROKT, UFO, ARKX hanno realizzato ottimi ricavi, profitti, dividendi, guadagni in conto capitale. Morgan Stanley prevede che il fatturato del settore salga da 450 miliardi a un trilione di dollari nel 2040. Bank of America addirittura sconta una cifra di 1,4 trilioni nel 2030.
Negli Stati Uniti l’economia spaziale, con un valore aggiunto di 109 miliardi di dollari, si è ragguagliata allo 0,5% del Pil del 2018. Il fatturato dei dieci maggiori settori produttivi statunitensi nel 2021 si è situato tra gli 1,26 trilioni di dollari dei fondi pensione e i 703 miliardi delle banche commerciali. Le assicurazioni sulla salute, le farmacie, le auto, le case di cura, le assicurazioni sulla vita, la farmaceutica, le scuole, i supermercati hanno un volume d’affari ricompreso fra quelle due cifre.
Se continuasse a espandersi ai ritmi del 2009-2020, ulteriormente raddoppiando la sua dimensione, l’industria spaziale si collocherebbe entro le prime dieci industrie americane, con un fatturato di 900 miliardi dell’ordine del 4% rispetto al prevedibile Pil degli Stati Uniti.

Gli effetti sull’economia e sulla società
La dimensione della spesa spaziale è ancora relativamente modesta, rispetto a un Pil mondiale che supera 100 trilioni di dollari. Ciò induce a ritenere che il suo sostegno alla domanda mondiale sia contenuto.
Tuttavia, già si registrano importanti effetti qualitativi e di produttività su alcuni fronti dell’economia e della società. Gli apporti principali, ma anche questioni da risolvere, sono stati da ultimo illustrati nel documento Space Economy for People, Planet and Prosperity, preparato dall’ OCSE per il “G20 Space Economy Leaders’ Meeting” di Roma del 20-21 Settembre 2021:

  • – La partecipazione di imprese, anche piccolo-medie, a programmi governativi pluriennali di ricerca spaziale contribuisce al recepimento di tecnologie avanzate e alla autonoma capacità di innovazione, non solo nel ramo spaziale, di quelle aziende. E’ stata così favorita anche la nascita di numerose start-up con elevato tasso di sopravvivenza. Ad esempio la NASA fra il 1976 e il 2018 ha registrato più di 2000 prodotti commerciali di successo scaturiti da trasferimento di tecnologie.
  • – Il controllo del clima e dell’ambiente è assolutamente fondamentale, a beneficio dell’umanità intera. Prezioso è il contributo dei satelliti alla sorveglianza di una buona metà delle 54 variabili climatiche considerate essenziali, ai livelli atmosferico (temperatura, ad esempio), oceanico (livello, acidità, ghiacci delle acque marine), terrestre (copertura nevosa, biomassa, incendi).
  • – Il divario digitale tuttora taglia fuori centinaia di milioni di persone al mondo da una efficiente connessione con internet. Nel mondo non ha accesso a internet il 63% delle famiglie nelle aree rurali e il il 28% delle famiglie nelle aree urbane. La banda larga basata sui satelliti è solo una delle tecnologie che può assicurare connettività ad aree nelle quali le altre alternative sono troppo costose.
  • – L’assistenza ufficiale allo sviluppo (ODA) ha fornito ai paesi bisognosi di sostegno e segnatamente a quelli dell’Asia Orientale e dell’Africa Sub-Saariana mezzi connessi con lo spazio. Seguire l’ambiente e le risorse naturali, migliorare la qualità degli alimenti, potenziare le telecomunicazioni, gestire i disastri naturali sono stati i principali obiettivi perseguiti.
  • – Le attività spaziali richiedono un personale altamente qualificato, a cominciare dalle competenze tecniche. Sono emerse sia la difficoltà di reperire queste capacità professionali, sia la particolare carenza di personale femminile. Nelle università sono basse le iscrizioni a facoltà STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Il personale femminile supera a stento un terzo del totale negli Stati Uniti e un quarto in Europa. Al di là della preparazione di nuova forza-lavoro qualificata esiste una più generale difficoltà, anche nella elaborazione e nello scambio di dati, fra il mondo accademico e chi opera nelle attività spaziali. Queste ed altre potenzialità inespresse costituiscono ostacoli da valicare.

Profili giuridici, rischi
Le Nazioni Unite a partire dal 1957 hanno emanato trattati e fissato principi in materia spaziale. Alla base vi è la qualificazione dello spazio, della Luna e degli altri corpi celesti come res communis omnium, non come res nullius. Ampiamente recepiti da oltre cento paesi, queste norme e questi principi di diritto internazionale, insieme con le legislazioni nazionali di quegli stessi paesi, costituiscono il quadro regolamentare delle attività connesse con lo spazio.
Nel diritto e nei principi internazionali rientrano l’uso pacifico e la tutela dello spazio, oltre che dell’ambiente terrestre, la responsabilità per i danni provocati dagli oggetti spaziali, la risoluzione delle controversie, il soccorso agli astronauti, lo scambio di informazioni sui rischi spaziali, l’uso delle tecnologie legate allo spazio.
Vi rientrano altresì la nozione dello spazio come patrimonio dell’umanità, la cooperazione e la buona condotta nelle attività spaziali, la libertà di esplorazione e di utilizzo dello spazio da parte di tutte le nazioni senza discriminazioni, la non appropriabilità dello spazio.
Quest’ultimo si configura come l’aspetto cruciale, molto controverso. Si discute se ai privati sia consentito un diritto di proprietà sulle risorse estraibili da porzioni di spazio date in concessione, e se le eventuali concessioni siano di competenza degli Stati nazionali ovvero di organismi internazionali.  Il Trattato ONU sullo Spazio in vigore dal 10 Ottobre del 1967 – una vera Magna Charta del diritto spaziale – sancisce che l’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio extra-atmosferico “saranno appannaggio dell’intera umanità” in condizioni di “libero accesso” e che lo spazio, interessando l’intera umanità, “non può formare oggetto di appropriazione nazionale”. La maggior parte della dottrina giuridica ritiene che il divieto di appropriazione si applichi sia agli Stati sia ai privati. Ma un’altra parte della dottrina sostiene che, non essendovi nel Trattato un divieto esplicito, i privati possono fare proprie, non lo spazio, ma le sue risorse a fini commerciali. Nel frattempo lo US Space Act del 2015 e leggi simili emanate da Lussemburg (2017), Emirati Arabi (2019) e da ultimo Giappone (2021) hanno previsto la possibilità di appropriazione di quelle risorse da parte di privati, previa autorizzazione da parte dei rispettivi Stati. Gli Stati Uniti hanno persino siglato accordi con quattordici altri Stati – da ultimo il Messico – per sostenere il programma spaziale commerciale Artemis della NASA (Artemis Accords).

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