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L’economia dello spazio: una introduzione

di - 23 Maggio 2022
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Il testo che segue è complementare al contributo Economia dello spazio sostenibile e cambiamento climatico (Link). Entrambi riproducono le lezioni tenute ad aprile da Pierluigi Ciocca e Ignazio Musu nel ciclo rivolto agli studenti delle Scuole Secondarie di secondo grado sui temi dello spazio. Il ciclo è stato promosso dalla Fondazione Leonardo con l’Accademia dei Lincei e l’Istituto Nazionale di astrofisica. ApertaContrada rinnova il suo grazie alla prof.ssa Grazia Sanna per l’aggiornamento sui profili giuridici dello spazio.

Dall’Inghilterra settecentesca della prima Rivoluzione Industriale alla odierna Cina di Xi Jinping l’economia di mercato capitalistica si è progressivamente estesa nel pianeta. Momenti importanti della sua diffusione sono stati il commercio fra le nazioni, il colonialismo, le migrazioni della forza-lavoro salariata, i movimenti dei capitali, le unioni doganali e monetarie. Il termine oggi invalso di “globalizzazione”, nonostante la sua vaghezza a-scientifica, trasmette l’idea che il capitalismo in poco più di due secoli abbia fatto suo l’intero globo terrestre.
Le attività economiche, pubbliche e private, si sono anche rivolte dal Pianeta allo spazio extraterrestre. Questo è definibile a partire dalla linea immaginaria (Linea di Kàrmàn) posta a circa 100 chilometri sul livello medio dei mari. Essa segna il limite dell’atmosfera della Terra, a quell’altezza estremamente rarefatta.
Perché l’interesse per lo spazio?
Le risposte immediate sono ovvie. Gli Stati perseguono il prestigio, la potenza, la tutela del benessere dei loro cittadini, cercano risorse divenute scarse sulla Terra. I capitalisti inseguono nuove fonti di profitto. Ma al di là di queste risposte di prima approssimazione occorre chiedersi quanti e quali mezzi vengono impegnati, a quali modalità gli Stati e i privati affidano il raggiungimento dei loro obiettivi, quali ricadute si sono avute e si prevedono per l’umanità.

Un po’ di storia
La lungimiranza dei grandi scienziati russi (Tsiolkovski, Korolev), americani (Goddard), tedeschi (Oberth) nei primi decenni del Novecento stentò a trovare udienza, e finanziamenti, presso i governi. Una eccezione fu Hitler, che volle i missili V2 per bombardare Londra. Nel dopoguerra le cose cambiarono, sulle orme dei missili della Germania sconfitta. La tecnologia aerospaziale raggiunse clamorosi traguardi nella seconda metà del Novecento.
In piena guerra fredda l’Unione Sovietica lanciò il satellite Sputnik I nell’ottobre del 1957. Gli Stati Uniti risposero con la creazione della NASA (la National Aeronautics and Space Agency) e il satellite Explorer I nel 1958. Il 12 aprile 1961 il pilota sovietico Yuri Gagarin stupì il mondo compiendo il primo volo orbitale nello spazio a bordo della capsula Vostok I.
Seguirono i lanci, da parte dell’una e dell’altra grande potenza, dei satelliti spia a uso militare, quelli meteorologici, quelli per le comunicazioni. Sonde spaziali mirarono a Marte e a Venere. Nel 1963 il presidente americano Kennedy rinnovò ai russi la proposta, rifiutata, di puntare insieme alla Luna. Alla fine gli Stati Uniti prevalsero, quando Neil Armstrong, il 20 luglio del 1969, arrivò sulla Luna con l’Apollo 11, pilotando manualmente e rischiando di non ripartire per il poco carburante rimasto.
Negli anni Settanta si affermano le stazioni spaziali, a cominciare dalla Saljut russa nel 1971 e dallo Skylab americano nel 1973. L’Europa entra in giuoco, dietro impulso francese, con l’ESA (la European Space Agency) nel 1975.
Negli anni Ottanta, lo Space Shuttle System consolida la supremazia americana. Dal 1981 al 2011 si devono a questo sistema Nasa 135 lanci di navette in orbita, con due fallimenti e 14 morti. Il costo era proibitivo, tra 500 milioni e 1,5 miliardi di dollari. Oltre agli strumenti di volo e di analisi scientifica le navette potevano ospitare a lungo fino a otto persone in un ambiente di una settantina di metri quadri. Potevano a loro volta mettere in orbita satelliti e lanciare sonde. Potevano riparare satelliti e gestire stazioni spaziali. Intervennero sul telescopio spaziale Hubble, in orbita dal 1990 e tuttora operante, nel prossimo futuro a integrazione dell’ancor più potente telescopio Webb a raggi infrarossi, lanciato nel dicembre del 2021.
Le attività spaziali si sono a lungo identificate con il settore pubblico, per ragioni di ricerca, di prestigio, militari. In un clima da guerre anche stellari fra USA e URSS, gli Stati Uniti, prima della guerra tra la Russia e l’Ucraina spendevano circa 800 miliardi di dollari per la difesa di cui 25 in commesse spaziali e il bilancio della NASA sfiora altri 25 miliardi. Solo le agenzie statali sono in grado di avviare e promuovere le attività di esplorazione e scientifiche, far avanzare le tecnologie di base, costruire le infrastrutture spaziali. Ma già nei primi anni Sessanta le potenzialità nelle comunicazioni – telefoniche, telegrafiche, di facsimili, televisive – offerte dai satelliti indussero le imprese private americane, sotto l’egida della NASA, a entrare in un nuovo mercato redditizio.
Da allora si è affermata la tendenza, che è in atto, a una crescente partecipazione degli investitori privati.
Agli inizi di questo secolo su scala mondiale gli investitori in start-up spaziali erano una decina; sulla scia di grandi imprese sono saliti a 53 nel 2010-2014, a 212 nel 2015-2019. Un solo privato – Elon Musk, forte di un patrimonio prossimo ai 300 miliardi di dollari – ha oggi in orbita centinaia di satelliti operativi.  Stanno nascendo fondi di investimento specializzati nel settore.
L’attività industriale privata dello spazio ha riguardato sia l’offerta di servizi (trasmissioni, telecomunicazioni, osservazione della Terra, etc.), sia infrastrutture fisiche (produzione di satelliti e razzi, strumenti di lancio, stazioni a terra e relative attrezzature).  Hanno influito le attese di ricavo, unite alle riduzioni di costo sollecitate dalla concorrenza attraverso economie di scala, lanci meno onerosi, satelliti e persino razzi riutilizzabili, satelliti più piccoli, nuovi carburanti.

I paesi impegnati
L’industria spaziale è ad alta specializzazione e solo poche nazioni (Stati Uniti, Russia, paesi europei dell’ESA, Giappone, Cina, India) possiedono le tecnologie, le strutture, le risorse per impegnarvisi in piena autonomia. Altri paesi devono ricorrere a questi per integrare la propria capacità produttiva. Gli Stati sono quindi in concorrenza fra loro, ma anche indotti a forme di cooperazione. Il numero di quelli in qualche modo coinvolti è in aumento.
Attualmente più di 80 nazioni hanno in orbita almeno un satellite, rispetto alle 40 di venti anni prima. I satelliti operativi da quasi mille nel 2010 sono saliti a oltre 4mila; più della metà, in molti casi americani, hanno funzioni commerciali, mentre circa 300 hanno funzioni militari. Percorrono varie orbite, a distanze dalla Terra comprese fra i 160-2000 km (Low Earth Orbit) e i 35mila km e oltre (High Earth Orbit).
L’Italia è ben situata nell’economia spaziale. E’ il terzo paese (dopo Germania e Francia) che, con 2,3 miliardi di euri, maggiormente contribuisce all’ ESA. L’ASI (l’Agenzia Spaziale Italiana), posta sotto l’alta direzione del Presidente del Consiglio, è in stretto rapporto anche con la NASA. Il fatturato spaziale italiano, espresso da 64mila addetti, è di circa 13 miliardi di euri (3,5% del totale mondiale). Nel 2015-2019 le esportazioni italiane si sono ragguagliate al 7% del totale mondiale, ponendosi al quarto posto dopo gli Stati Uniti (27%), la Francia (19%) e la Germania (8%).
In percentuale del Pil la spesa pubblica italiana per lo spazio (0,07%) è la settima al mondo – in Europa seconda solo a quella francese – ed è seconda al mondo dopo quella francese per la quota di questa stessa spesa allocata alla ricerca. All’Italia fa capo il 4% dei brevetti mondiali afferenti allo spazio e in questo l’Italia è quinta al mondo (dopo Stati Uniti 30%, Francia 19%, Giappone 16%, Cina 6%). L’Italia può vantare un indice di specializzazione tecnologica nel settore inferiore solo a quelli di Russia e Francia.
Questi dati aggregati vanno letti considerando che l’economia italiana produce meno del 2% del Pil mondiale e rappresenta meno del 3% delle esportazioni mondiali, mentre la popolazione italiana non arriva all’1% dell’umanità.
Nell’insieme la filiera italiana dell’economia spaziale appare articolata, integrata, con nicchie specializzate di medie imprese, tecnologicamente avanzata. Nel 2016 la Cabina di Regìa per lo Spazio ha affermato che “l’Italia è una delle pochissime nazioni al mondo a disporre di una filiera produttiva completa nel settore spaziale”. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede che 2,3 miliardi di euri siano devoluti a quattro aree di investimento nel settore spaziale.

L’economia dello spazio
Come il caso italiano conferma, si è quindi configurato un nuovo settore di attività, una vera e propria “economia dello spazio”, che gli economisti cercano di analizzare pur essendo spesso privi di cognizioni scientifiche e tecnologiche.
Secondo la definizione dell’OCSE (OECD, The Space Economy in Figures, Paris, 2019) “l’economia spaziale ricomprende tutte le attività e le risorse impiegate che generano valore e arrecano benefici all’umanità attraverso l’esplorazione, la conoscenza, la gestione e l’utilizzo dello spazio. Essa include tutti i soggetti, pubblici e privati, impegnati nello sviluppare, fornire e utilizzare prodotti e servizi legati allo spazio: ricerca e sviluppo, costruzione e uso delle infrastrutture spaziali (stazioni a terra, veicoli di lancio, satelliti), applicazioni derivanti dallo spazio (strumenti di navigazione, telefoni satellitari, servizi meteorologici, etc.), come pure le conoscenze scientifiche che scaturiscono da tali attività. L’economia spaziale va ben oltre il settore spaziale in senso stretto perché si estende agli impatti sempre più pervasivi e mutevoli (in quantità e qualità) dei prodotti, dei servizi e delle conoscenze che dallo spazio derivano”.

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