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Introduzione del volume “Una nuova Germania per l’Europa? L’economia e l’animo tedesco”, Francesco Brioschi Editore, 2021

di - 11 Ottobre 2021
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3. Dopo il crollo del Muro di Berlino il precedente compromesso tra identità tedesca ed europea viene meno. Da un lato l’identità europea viene rilanciata con il sofferto abbandono del marco accompagnato dall’avvio, almeno in nuce, dell’unione politica fortemente voluta da Kohl. D’altro lato viene smarrita la fiducia nella superiorità dell’economia tedesca, sconvolta dall’aggregazione dei Lander orientali. Nella Germania così indebolita – la “malata d’Europa” nella nota definizione dell’Economist – si ripresenta la questione della sua identità.
La reazione verrà con Schröder – come illustrato nel quarto capitolo – con la sua svolta che rifiuta la visione di una Germania democratica ed europea “per forza” a causa dei suoi trascorsi. Viene allora orgogliosamente affermato che la grande e convinta democrazia tedesca aveva ormai preso piena e indiscutibile coscienza delle colpe ereditate dal passato e perciò la Germania poteva finalmente essere europea per scelta. Lo confermava con la promozione del progetto di Costituzione europea fortemente voluta dal ministro degli Esteri Joschka Fischer. Un progetto coltivato non da un paese smarrito ma, al contrario, da una Germania che sapeva dimostrarsi di esemplare forza perché capace di cambiare il proprio modello sociale con le riforme dette Hartz, altra componente della svolta del cancelliere socialdemocratico.
Erede di questi cambiamenti, Angela Merkel ne ha esaltato la portata. Anche grazie alla riconosciuta autorità acquisita con il suo impegno per rimediare, con il Trattato di Lisbona, al fallimento della Costituzione europea, la cancelliera riesce a dar corpo a una nuova, e forte, identità della Germania quale “maestra di scuola”. A costruire tale identità concorsero la congiuntura internazionale particolarmente favorevole ai prodotti tedeschi, determinante per la ripresa dell’economia giusto dopo le riforme Hartz, la straordinaria tenuta dell’occupazione tedesca durante la crisi finanziaria globale, nonché la scoperta della grave situazione finanziaria nascosta da Atene. È, in particolare, la drammatizzazione di quest’ultima da parte della cancelliera che le consente – lo vedremo nel quinto capitolo – di esercitare un indiscutibile comando nella gestione della crisi dell’euro che lei stessa aveva tatticamente alimentato. Fino a giungere all’estremo rischio di un disfacimento della moneta unica abilmente evitato passando la palla a Mario Draghi che l’ha scongiurato con il celebre whatever it takes, meritando la massima onorificenza della Repubblica Federale dopo la fine del suo mandato alla Bce.

4. La traccia seguita da Merkel nel gestire le conseguenze della crisi importata dagli Stati Uniti e il caso greco, nel dettare le proprie condizioni e i “compiti a casa” per gli alunni ritenuti, a ragione o a torto, indisciplinati, ricalca puntualmente i principi dell’ordoliberalismo, ormai divenuto imperante e non più tenuto a bada in patria come in precedenza, anche perché rappresentativo di quella “anima germanica” che aveva preso il sopravvento con il sostegno di sentenze della Corte costituzionale sempre più critiche nei confronti degli impegni comunitari del governo. Tuttavia questa identità di una Germania che si fa egemone con un suo vangelo per l’Unione ha incontrato i limiti fissati da una storia di lunga data. La Germania non può essere egemone in quanto “tedesca”, ovvero se nel conflitto tra le sue due anime vince quella di una congenita diversità. La Storia – con la S maiuscola – ne suggerisce il motivo: ci rammenta che i modi in cui la Germania è particolarmente tentata di darsi una propria coscienza distintiva sono anche quelli più insidiosi per la convivenza internazionale. Anche se il passato è passato, non è tramontata e si ripresenta sotto altre forme la celebre alternativa tra Germania europea ed Europa tedesca. Il lettore la troverà qui coniugata in altro modo. Ovvero, adattando ai tempi nostri, se la Germania sceglie di farsi valere nell’Ue esaltando sé stessa si rivela alla fine incapace di svolgere il suo indispensabile ruolo di promotore di un’Europa unita. E la sua appartenenza all’Ue diviene fonte di problemi, piuttosto che costruttiva. In breve, più la Germania è tedesca meno l’Europa si sente unita. Lo dimostra la crisi in cui è piombata l’Unione a seguito del potere assunto da Merkel quale abile e determinata maestra di princìpi tedeschi. Perché se è vero che le doti politiche della cancelliera sono state vincenti in frangenti difficili per l’Europa, dobbiamo anche rilevare che la sua gestione dell’Eurozona durante la crisi greca non solo ha comportato costi economici e sociali che potevano essere evitati, ma ha anche finito per avere pesanti conseguenze politiche. Londra ha lasciato un’Unione troppo dominata dalla Germania (e ciò è costato particolarmente a Berlino), Parigi ci è andata vicino, in Italia è andato al governo un populismo antieuropeo pur in spregio dell’interesse nazionale. E all’origine dello scontro Nord-Sud, della formazione del fronte di paesi poi autodefinitisi “frugali”, non sta forse lo spartiacque tra paesi creditori e debitori, tra “formiche” e “cicale” segnato da Berlino durante la crisi dell’euro? Non ha dunque perso di validità l’idea che aveva guidato per oltre mezzo secolo la normalizzazione della Rft: un esercizio del suo potere da attuarsi con grande cautela e mai in quanto tedesco. Lo ricordiamo nel terzo capitolo con qualche significativo flash sul passato che vede anche il “miracolo economico” tedesco come risultato dell’omologazione della Germania, e non tanto di sue virtù distintive. Quelle straordinarie performance economiche rientrano infatti nel più generale fenomeno della cosiddetta “età dell’oro” europea che ha visto altri “miracoli”, a partire da quello italiano.
La vocazione europea della Rft è stata tuttavia delusa dai partner, in particolare dal privilegiato vicino francese. Soprattutto quando tale vocazione andava decisamente riaffermata, in seguito alla riunificazione. Parigi volle la moneta unica ma non in realtà quell’unione politica proposta da Kohl con tale lungimiranza da essere molto più tardi ritenuta indispensabile proprio dall’Eliseo, con il presidente Macron. Anche a motivo della delusione allora patita, Berlino si è data, con il nuovo millennio, la nuova identità di un potere non più “domato” per necessità, bensì libero di perseguire i propri interessi (con Schröder) ed egemonizzante con intransigenza sui propri principi (con Merkel).

5. Se il potere così assunto da Berlino è risultato divisivo per Europa, non sembra aver soddisfatto gli stessi tedeschi. Il responso delle elezioni politiche del 2017 non ha premiato il governo della cancelliera. Il successo di Alternative fur Deutschland (AfD) nei Lander orientali e il crollo dei socialdemocratici hanno aperto una crepa nell’identità della Germania quale democrazia, società, economia esemplare. Una crepa non solo originata dall’episodio della accoglienza dei migranti proclamata dalla cancelliera nel 2015, ma ben più radicata nel sentire degli elettori. Dall’interno della Germania, dalla vita dei suoi cittadini emergeva uno scontento contrastante con l’immagine presentata in Europa. Dello scontento si era fatta interprete AfD, proponendo una terapia capace di toccare corde sensibili dell’animo tedesco, cioè una Germania nazionalista retta da un popolo che difenda la sua integrità, i suoi valori, la sua sovranità. Non si sarebbe probabilmente arrivati a quel punto se il governo non avesse sacrificato spesa sociale e investimenti pubblici all’orgoglio di una riduzione del suo debito sovrano, addirittura voluto al di sotto dei parametri di Maastricht. Sono stati così trascurati punti dolenti per molti elettori: le oggettive diseguaglianze economiche tra Est e Ovest, accompagnate da una concentrazione del reddito e della ricchezza tra le più elevate nell’Ue; il diffuso senso di precarietà vissuto dai quasi otto milioni di occupati atipici, soprattutto giovani; classi medie relativamente agiate timorose di perdere il loro status a causa della globalizzazione. Insomma, un crogiuolo di risentimenti ostile verso l’immigrazione, raccolto e alimentato da AfD con il suo appello all’integrità del popolo tedesco e ai suoi tradizionali valori cristiani da difendersi dall’alterità musulmana così come dalla corruzione dei costumi consentita da una classe politica troppo permissiva. La stessa classe politica accusata di aver di fatto avallato la politica monetaria della Bce, favorevole ai paesi più indebitati a danno dei risparmiatori tedeschi, sfidando la tenace e “sana” opposizione di autorevoli voci in Germania e della stessa Bundesbank.
La cancelliera ha così pagato il suo essersi adeguata, senza mai contrastarla per opportunismo, a un’opinione pubblica erroneamente convinta di essere stata fin troppo solidale con i paesi indisciplinati, a partire dalla Grecia, e di essere sfruttata piuttosto che beneficiata dall’Ume. Lasciata correre l’insoddisfazione di una fetta dell’elettorato per un’Ue pur a direzione tedesca, l’anima “germanica” si è fatta sentire più pesantemente e in modi molto diversi dal passato. Decisamente più estremisti ma con accenti suadenti per i democratici della Cdu e per i liberali del Fdp che non hanno esitato, a inizio 2020, ad allearsi con AfD per governare la Turingia prima della rinuncia imposta da Merkel.
L’economia tedesca era nel frattempo entrata in difficoltà per motivi non congiunturali che hanno messo in discussione la sua gestione mercantilista. L’impronta protezionista di Donald Trump sul commercio internazionale ha messo in luce la contraddizione insita nella ricerca tedesca della propria già citata “libertà esterna” rendendosi creditore del resto del mondo. Una via che può portare, al contrario, alla dipendenza delle sorti dell’industria tedesca dalla volontà e dagli interessi delle grandi potenze rivali, Stati Uniti e Cina. Questa vulnerabilità di fondo rappresentava, già prima dello scoppio della pandemia, una minaccia per la crescita della Germania e dell’Eurozona in particolare. Ma la cancelliera continuava, pur con la sua economia sull’orlo della recessione, a sposare l’ortodossia della riduzione del debito pubblico.
Tuttavia, a inizio 2020, Merkel sentiva il bisogno di esprimere, in una delle sue rare interviste sulla stampa internazionale, opinioni che avrebbe potuto ben prima indirizzare ai suoi concittadini dalla visione distorta su vantaggi e costi derivanti per il proprio paese dall’integrazione europea. Dichiarava che la vera “ancora di salvezza” della Germania è l’Ue, dalla quale il paese ha tratto grandi benefici e che rimane essenziale per i suoi interessi, per la sua stessa identità. Una “marcia indietro” rispetto all’identità del paese che lei stessa aveva costruito, egemonizzante in un’Europa che vorrebbe a sua immagine. La pandemia ha forse colto la Germania già di nuovo alle prese con il suo problema esistenziale: tedesca o europea? È il tema che riprendiamo nell’ultimo capitolo.

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