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Introduzione del volume “Una nuova Germania per l’Europa? L’economia e l’animo tedesco”, Francesco Brioschi Editore, 2021

di - 11 Ottobre 2021
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1. Il morbo Sars-Cov2 si è abbattuto su un’Unione Europea (Ue) da tempo notoriamente in crisi, con un tessuto unitario lacerato, un futuro incerto come non mai in un mondo dove il Vecchio Continente vede declinare il suo rilievo economico e demografico ed è politicamente debole, e perciò insidiato dalle tre grandi potenze, la vicina Russia, gli Stati Uniti e la Cina. Tramontati gli ideali che spinsero, dopo le tragedie del passato, a fondare una comunità e non un’unione, la direzione intergovernativa risulta incapace di affrontare problemi e rischi comuni con l’illusione, generata dalla sfiducia reciproca, di poterli meglio gestire da soli. Una sfiducia che l’interesse comune rappresentato da istituzioni sovranazionali – la Commissione e il Parlamento europeo – non riesce a dissipare. E i vertici europei, tutti presi dalla necessità di comporre le proprie divisioni, difficilmente giungono a decisioni costruttive per l’identità europea dei cittadini e per un efficace confronto con il resto del mondo. Così il sentimento di comunanza è andato scemando nelle opinioni pubbliche e l’Unione, difettando di sovranità a casa propria, non può esercitarla sulla scena internazionale.
Ma proprio la pandemia ha portato la Germania a cedere su un principio sempre considerato intoccabile. Angela Merkel, già da molti considerata in declino, ha promosso la mutualizzazione del debito richiesta da nove membri dell’Ue, con in testa la Francia,  per sostenere i paesi più colpiti dal nuovo virus. Ciò ha suscitato speranze di nuova vita per l’Europa. Tuttavia il lavoro da fare è enorme. Lo dimostrano i compromessi e i favori concessi per giungere alla necessaria unanimità nella approvazione di Next Generation Ue (Ngue), le difficoltà poi frapposte alla sua realizzazione e da ultimo la sortita di Wolfgang Schaeuble sulla necessità di ritornare al più presto alla disciplina fiscale per scongiurare una “epidemia da debito”. Una volta uscita di scena Angela Merkel non si è affatto certi di poter contare su doti di mediazione analoghe, eccezionali e difficilmente ripetibili. E non sarà sufficiente la buona volontà del presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Occorrerà comunque uno spirito nuovo per rianimare l’Unione, per renderla più unita e sovrana, più efficiente nel suo funzionamento, procedendo alla necessaria riforma dei suoi trattati. Erano queste le buone intenzioni della proposta franco-tedesca di una Conferenza sul futuro dell’Europa, oggi riesumata dopo che se ne erano perse tracce. Questa iniziativa, per risultare efficace, dovrebbe comunque essere guidata da una “vista lunga”, soprattutto da parte tedesca. Ma questo è un campo in cui anche Merkel notoriamente non ha primeggiato. E forse non a caso perché, pur così potente, la Germania è essa stessa incerta su cosa vuole essere. Soffre di un problema esistenziale connesso a una congenita paura del mondo esterno e all’identità da darsi per sconfiggerla, come mirabilmente scritto da Thomas Mann (1945) nel solco di una riflessione secolare sull’animo tedesco da parte di tante menti illustri. È una questione specifica alla Germania, ma è anche, a parere di chi scrive, il maggior punto critico dell’Unione. Questa ricerca di un’identità in grado di sconfiggere una latente angoscia è la questione dalla quale prende le mosse, nel primo capitolo, il racconto che proponiamo al lettore. Ne costituisce il filo conduttore che molto spiega di quanto si fatica a capire della Germania e che risulta più chiaro se nella mai esaurita ricerca dell’identità tedesca si coglie, come nel Faust di Goethe, un conflitto tra due anime: l’una è cinta di un’aureola di superiorità da opporre al mondo per improntarlo a sé; l’altra invece della normalità del popolo tedesco, della sua comunione con l’Europa, sente disperato bisogno e in essa vorrebbe immedesimarsi.

2. Questo libro è stato scritto nella convinzione che la lotta tra queste due anime non sia affatto conclusa anche dopo il recente cambiamento di rotta del governo tedesco e che il suo esito risulterà determinante per il futuro dell’Ue. Della prima, l’anima “germanica”, si occupa il secondo capitolo che tratta dell’ordoliberalismo, pensiero del tutto originale e radicato nella specifica drammatica storia della sconfitta del Reich guglielmino, della conseguente Repubblica di Weimar dalla quale originò la dittatura nazista. Con la sua complessa visione che abbraccia economia, diritto, politica e sociologia, l’ordoliberalismo ben rappresenta l’ambizione tedesca di distinguersi per la capacità di ordinare (“ordo”) il mondo a propria immagine e anche di doverlo fare a fin di bene, secondo un’atavica pulsione missionaria. Della seconda anima, quella che nella stedeschizzazione trova la sua identità come, secondo Nietzsche, “dovrebbe fare ogni buon tedesco”, si occupa il terzo capitolo. Il lettore vi troverà l’illustrazione di un vecchio, ma ancora presente, conflitto tra l’identità europea, abbracciata con convinzione e passione da Adenauer, e un’identità tedesca strettamente improntata all’ordoliberalismo allora auspicata dal ministro dell’Economia, il reputato padre del miracolo economico Ludwig Erhard, ancora recentemente celebrato per le sue idee dal presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble. Quel conflitto sfociò in un compromesso destinato a segnare la vita della Rft con due connotati di cui i suoi cittadini diverranno particolarmente fieri: l’economia sociale di mercato e la Bundesbank, intransigente custode della stabilità monetaria e più ancora informale rappresentante di una “costituzione economica” non prevista in quella federale ma potente nel condizionare governo e parti sociali. Smarrita la propria identità dopo la tragica sconfitta della Seconda guerra mondiale, il popolo tedesco poteva così riconoscersi non solo nella costruzione di un’Europa comunitaria ma anche nell’orgoglio per la propria economia sociale di mercato e la sua stabilità, che finiranno per avere grande influenza sull’Unione. La Germania in primo luogo europea informava a sé la politica estera di Bonn, in confronto dialettico non scevro da tensioni con l’anima più intransigente sull’identità tedesca, quella rappresentata dalla Bundesbank, idolo venerato dall’opinione pubblica.
Comunque non venne mai posta in discussione, se non durante una breve parentesi verso la fine degli anni Sessanta con il primo ingresso dei socialdemocratici al governo, la peculiarità tedesca che più colpisce l’economista: la singolare avversione al debito pubblico e la determinazione a mantenere un attivo nei conti con l’estero. Per comprendere questa peculiarità – in effetti non presente in alcun altro paese comparabile – serve ancora rifarsi a Mann, quando tratta della libertà come storicamente sentita dal popolo tedesco. Un concetto di libertà “sempre rivolto soltanto all’esterno”, avverso alla dipendenza da altri, mentre assai meno è sentito l’ideale della libertà dell’individuo nei confronti dell’autorità statuale. Un “individualismo [nazionalistico] autocentrato prepotente verso l’esterno, nei rapporti col mondo, con l’Europa”, scriveva Mann, ovviamente riferendosi a ciò che aveva vissuto. Non è però necessario rivangare quei tempi terribili per riprendere quel che sembra ancora valere per la grande democrazia della Repubblica Federale. Che abbisogna della certezza di non dover nulla ad altri e addirittura di tenere, per così dire, il coltello dalla parte del manico. La Germania è andata accumulando surplus che l’hanno resa un creditore netto pari alla Cina. Con la differenza che quest’ultima ha saggiamente ridotto il suo enorme surplus a favore dei propri consumi e investimenti, come normalmente accade a un certo punto per le economie dallo sviluppo trainato dalle esportazioni. Non a caso quella tedesca è stata considerata una forma di masochismo in quanto priva i propri cittadini di risorse che potrebbero essere meglio impiegate per innalzare la crescita e il livello di vita. Allargando poi lo sguardo all’Unione, il masochismo si traduce in sadismo poiché pesa sulla crescita dell’intera Eurozona, che risulta modesta nel confronto internazionale. In altre parole, è certo che si trarrebbe tutti vantaggio da un’economia tedesca più dinamica perché liberata dall’ossessione del debito pubblico e del surplus nei conti con l’estero. D’altronde un’economia più capace di correre da sola senza contare sulla crescita altrui costituisce un fattore strategico per la dimostrazione del valore dell’Ue, per la sua coesione e per il suo rilievo nella politica internazionale. Tutti obiettivi, questi, peraltro qualificanti del programma della Commissione von der Leyen.

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