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L’ascesa della Cina e lo smarrimento dell’occidente

di - 30 Giugno 2021
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Alle radici di un problema d’identità
La descrizione e l’atteggiamento nei confronti della Cina da parte della cultura dominante in Occidente è cambiata radicalmente dal 2019, in particolare dal momento in cui gli Stati Uniti d’America hanno cominciato ad applicare dazi penalizzanti nei confronti della Repubblica popolare cinese, e più in generale ad adottare un atteggiamento diffidente. Il clima si è gradualmente appesantito concretizzandosi in una serie di accuse a “La Cina”, da cui i media cinesi si difendono con vigore, oltre che con un certo acume, e di fronte a cui la stampa occidentale sembra aver perso forza dialettica.
A mo’ di mero esempio, mentre scrivo, una campagna stampa insistente in corso sul trattamento delle minoranze musulmane nel Xinjiang: si parla di violazioni di diritti umani, di lavoro forzato, di genocidio. Si parla, e si è parlato a lungo delle responsabilità cinesi dell’epidemia di coronavirus. Ci si indigna Per le reazioni governative ai moti del 2019 Hong Kong.

Le critiche occidentali alla Cina
Sulla situazione degli Uiguri, in occidente si parla di campi di concentramento, sterilizzazioni di massa, lavori forzati, genocidio. La stampa cinese ribatte colpo su colpo dicendo semplicemente che quello che accade in Asia centrale è una campagna anti terrorismo, implicando senza necessariamente dirlo che è quello che avremmo dovuto fare in Europa dopo gli attacchi di Parigi e di Nizza. Chi ricorda le discussioni di quei tempi, ricorderà che una delle preoccupazioni principali era la mancanza di integrazione delle giovani generazioni di immigrati musulmani in Francia, la mancanza di istruzione, di lavoro, il degrado urbano, la povertà e la mancanza di direzione. Pur non sapendo esattamente che cosa succede in Xinjiang, non si può negare che le argomentazioni cinesi che questi campi di lavoro siano in realtà istituzioni di formazione, dove le nuove generazioni di musulmani possono, e forse devono, imparare il cinese di imparare un mestiere, suonano forse sbrigative, perfino brutali, ma non assurde e possono essere addirittura considerate una messa in pratica di quello che si suggeriva in occidente all’epoca. Né si può fare a meno di notare come i media occidentali dominanti hanno avuto un atteggiamento molto diverso sul modo in cui il governo cinese ha trattato gli aderenti al movimento Falun Gong, per nulla sospettato di terrorismo, il decennio scorso.
Sull’epidemia di coronavirus ben poco c’è da dire. L’idea che sia un’arma batteriologica sembra poco realistica, se non altro perché per rapidità e tasso di mortalità avrebbe un’efficacia pressoché nulla contro un esercito che avanza. Potrebbe essere concepibile che il virus sia fuggito da un laboratorio per errore. Ma, ammesso che si riesca a provare una circostanza di questo tipo, chi incolpare? Il virologo o l’addetto di laboratorio che ha rovesciato la provetta? Sembra ovvio che si tratti di una calamità naturale, non solo ma che il governo cinese l’abbia gestita in modo esemplare, almeno dal punto di vista sanitario. C’è di più: le misure di sicurezza antiepidemiche adottate dalla gran maggioranza dei paesi, ad eccezione forse della Svezia, sono ispirate a quelle cinesi, anche per ovvie questioni di esperienza.
I moti del 2019 ad Hong Kong sono iniziati come manifestazioni pacifiche con grande partecipazione di popolo ma sono gradualmente degenerati in bravate di facinorosi in cui c’era chiaramente molta più violenza da parte dei manifestanti che della polizia. I contestatori hanno inondato stazioni della metropolitana, disselciato strade, lanciato molotov, attaccato sistematicamente gli uffici di pubblica sicurezza. Ma noi abbiamo continuato a parlare di brutalità da parte della polizia e di erosione dello stato di diritto. A questo il governo centrale cinese non ha risposto con un colpo di stato o una seconda Tiananmen, ma ha usato strumenti giuridici: la National Security Law, applicata attualmente attraverso organi giudiziari di formazione inglese, giudici di Common Law. Dalla promulgazione della National Security Law la rivolta si è praticamente spenta. Eppure la National Security Law colpisce solo reati di sovversione, secessione, e collusione con forze straniere ma non proibisce qualsiasi tipo di protesta o di dissenso. Protestare in favore della democrazia resta permesso, ma semplicemente non si fa più. In settembre 2020 le elezioni politiche sono state rimandate di un anno prendendo a spunto la pandemia e l’opposizione, che pure avrebbe potuto protestare in modo energico e insistente, ha mantenuto un silenzio assordante. L’emittente centrale cinese, la CGNT, a parte la retorica nazionalista, ha sostenuto che la ragione effettiva che ha portato alle rivolte non è di natura politica, ma è la scarsa mobilità sociale. Infatti il governo centrale cinese sta sviluppando a gran velocità la cosiddetta Greater Bay Area, cioè la zona del Guangdong al confine di Hong Kong, probabilmente per fornire ai giovani di Hong Kong ragionevoli alternative di lavoro e di alloggio.
Le recenti critiche occidentali al governo cinese hanno scarso seguito in Cina, non sembrano effettivamente problematiche, non mettono molto in discussione, né tantomeno in crisi. L’opinione pubblica cinese è e resta composita. Gli studenti e i professionisti delle élite internazionalizzate, fortemente legati culturalmente agli Stati Uniti non capiscono bene perché essere cinese negli USA sia improvvisamente diventato un problema e si sentono delusi, se non traditi da un paese di cui ammirano le leggi e le tradizioni. Le classi meno abbienti hanno visto crescere il proprio reddito e tenore di vita in maniera inimmaginabile. Il tiratore di risciò degli anni 30 del secolo scorso, è passato al triciclo negli anni 90 e si è ora comprato un tassì di proprietà, ha un appartamento in periferia di cui paga il mutuo, e cerca di far studiare il figlio. Il sistema di istruzione fortemente meritocratico e la burocrazia capillare danno ai giovani abili la sensazione di poter entrare nelle reti che contano. I filtri internet che non lasciano vedere Google, Facebook e Netflix in Cina, danno invece accesso libero alla CNN e a Foxnews, come se scommettessero sulla loro innocuità, sul fatto che non abbiano alcuna presa sul lettore cinese. E i fatti sembrano dar loro ragione.
In Cina si ha come la sensazione che la decadenza dell’Europa, sugellata con la fine della seconda guerra mondiale, che vide l’Europa oggetto e non più soggetto, sia diventata declino inarrestabile di tutto l’occidente.
Ma perché questo accade? Perché l’occidente non riesce più a dire qualcosa che interessa chi vive in un regime comunista dove tutto è controllato? Certo un fattore è che la retorica delle argomentazioni occidentali, come per semplificazione pubblicitaria, non è rivolta al regime comunista ma molto genericamente a “la Cina”. Ma c’è dell’altro. Cos’abbiamo noi da dire o da offrire a chi vive in un paese in cui il tenore di vita, l’istruzione e la sanità migliorano, in cui la corruzione e le ingiustizie sociali diminuiscono? La sera del 23 aprile 2021, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto che recentemente, c’è un tipo di argomentazione che rende la disputa tra Cina e Stati Uniti come una disputa tra “democrazia e autoritarismo”, tracciando linee ideologiche ed etichettando i paesi del mondo. Ma, ha affermato Wang Yi: “La democrazia non è la Coca-Cola, dove gli Stati Uniti producono lo sciroppo originale e tutto il mondo ha lo stesso sapore. Se c’è un solo modello e una sola civiltà sul pianeta, il mondo sarà privo di vita e di vitalità.”
Ha ragione Wang Yi? Che cosa proponiamo di diverso e interessante, la democrazia? Perché teniamo alla democrazia? Qual è la specificità dell’occidente? In altre parole, chi siamo?

La tradizione occidentale e l’ideale dell’uomo
Una delle specificità è chiaramente la differenza radicale tra la dimensione domestica e familiare e quella civica e politica. Nella tradizione occidentale la struttura della famiglia non era riprodotta nella polis. I rapporti tra cittadini si basavano più sulla legge che sulla relazione. Feng Yu-Lan in “A Short History of Chinese Philosophy” attribuisce la differenza di pensiero tra la Cina e l’antica Grecia alle differenze geografiche ed economiche.[1] Io, data anche la mobilità degli esseri umani, preferisco pensare che le differenze geografiche ed economiche dipendano dalla differenza di mentalità, ma questo ha poca importanza.
Già nell’antica Grecia si raccontava che quando Antigone fu processata per aver sepolto il fratello contro un esplicito decreto che lo proibiva, avesse risposto che il decreto non era stato scritto da Zeus, era un decreto ingiusto, enunciando in questo modo in primo luogo che la legge ha il dovere di essere giusta e che l’uomo non è vincolato da leggi ingiuste, in secondo luogo che la giustizia è in qualche modo connessa al soprannaturale. La sintesi di questi due concetti è che esiste qualcosa di ultimamente sovrano nel singolo che, con tutto il valore che può avere la legge, è e resta inviolabile anche dalla legge stessa.[2]  Platone porta quest’affermazione ad un livello superiore e quasi paradossale, sostenendo nel Crito che, un volta che l’uomo abbia aderito alla polis, cosa che qualsiasi cittadino non poteva praticamente evitare di fare, si obbliga ad aderire a tutte le sue leggi e sentenze, per ingiuste che siano. Su questa base Socrate arriva a rifiutarsi di evadere dalla prigione e di salvarsi così dalla condanna a morte.[3] A dirla con Feng Yu-Lan, l’antica Grecia era un mondo di navigatori, di mercanti, di cittadini per cui la cosa più importante era essere certi di cosa avrebbe fatto qualcuno di lontano, di mobile, di non controllabile. Era dunque vitale mantenere la parola data, rispettare le regole, avere leggi certe ed osservate. In situazioni incerte sopperiva l’istituto della discussione assembleare. Si ricordi a questo proposito che la letteratura occidentale nasce nell’Iliade con la descrizione di un’assemblea di re, si ricordi anche che la monarchia, benché diffusa, non era l’unica forma di governo possibile.

Note

1.  Feng Yu-La in “A Short History of Chinese Philosophy”, Jangsu Art Editions, 2012, pp. 349-350

2.  Sophocles. Sophocles. Vol 1: Oedipus the king. Oedipus at Colonus. Antigone. With an English translation by F. Storr. The Loeb classical library, 20. Francis Storr. London; New York. William Heinemann Ltd.; The Macmillan Company. 1912. VV 441-470.

3.  Plato. Platonis Opera, ed. John Burnet. Oxford University Press. 1903. Crito [49δ]; Plato in Twelve Volumes, Vol. 1 translated by Harold North Fowler; Introduction by W.R.M. Lamb. Cambridge, MA, Harvard University Press; London, William Heinemann Ltd. 1966. Crito [49d].

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