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L’ascesa della Cina e lo smarrimento dell’occidente

di - 30 Giugno 2021
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Si intende bene che una legittimazione assoluta dello stato comporta un potere illimitato. La conseguenza logica dello stato hegeliano non solo autorizza la persecuzione del Falun Gong e la repressione di piazza Tiananmen, ma può giustificare molto di peggio. Ha autorizzato i Gulag in Russia, lo sterminio degli ebrei in Germania, le stragi in Cambogia degli anni ’70.
Questa idea dello stato è tuttavia rimasta in occidente l’ultima parola sul rapporto tra stato e individuo in termini di pensiero filosofico. Dopo che lo choc della seconda guerra mondiale ha dimostrato al mondo l’assurdità, o almeno l’estrema pericolosità di questa concezione, non c’è stata in occidente una teoria alternativa che la superasse.
Il processo di Norimberga ai criminali nazisti, che avrebbe dovuto ripristinare il diritto, ha basi giuridiche dubbie. Non solo, ma i principi cui si ispira se applicati in modo imparziale, probabilmente risulterebbero in procedimenti penali conto molti alti ufficiali militari dei grandi paesi occidentali per atti compiuti anche negli anni recenti.
Lo stesso Hans Kelsen, additato come il paradigma moderno nella dottrina dello stato, anche se ritiene che lo stato per esistere debba autolimitarsi, non fonda lo stato su qualcosa di antecedente e non ripristina la dipendenza dello stato da qualcosa di più importante. Nella sua stringente logica, il fondamento del diritto, la Grundnorm è e resta un puro assioma, non una realtà esterna al diritto. Nel contesto di questo tipo di pensiero, la domanda posta al governo cinese di seguire i principi del diritto nel trattare il dissenso ad Hong Kong ha come adeguata risposta la National Security Law.
L’occidente si trova dunque in una strana situazione come di schizofrenia: col cuore ad Atene, Roma e Gerusalemme, ha invece una testa che funziona secondo logiche postilluministiche. Si può ben dire che il mondo di lingua inglese non è stato influenzato dal pensiero del continente europeo del XIX e XX secolo, da Hegel, Nietzsche, Marx e dai totalitarismi, ma non sarebbe interamente vero. La vecchia scuola inglese continua a parlare di rule of law sapendo di cosa parla ma non riuscendo a spiegarlo per mancanza di strumenti teorici che ha deliberatamente rifiutato e la cui mancanza continua a mantenere la Brexit incomprensibile in Europa. Quanto agli Stati Uniti, le università nordamericane sono piene di professori del continente europeo. Kelsen è stato solo uno tra i tanti intellettuali europei che vi si sono rifugiati per questioni politiche prima ed economiche poi. Quando si tratta di teoria, gli Stati Uniti non possono che rifarsi all’Europa. Un altro doloroso esempio è Hannah Arendt che, come Cassandra, vede Troia bruciare, ma non sa darle un rimedio per spegnere le fiamme.

L’idea cinese di stato e di persona
Dal punto di vista della tradizione cinese, lo stato altro non è che una famiglia immensamente estesa e, d’altro canto, la famiglia è un ministato. Confucio sintetizza quest’ideale di stato e di governo nella sua risposta al duca Jing di Qi con il noto aforisma: “Il monarca sia monarca, il suddito suddito, il padre padre, il figlio figlio.”[8] Il fatto che lo stato funzioni come una famiglia implica, da un lato, la relativizzazione della legge: la famiglia si basa su relazioni, magari anche su ruoli, ma sicuramente non su regole né sul diritto; le regole, se ci sono, sono temporanee, accessorie, servono a far capire i ruoli. In famiglia quello che oggi è mio, domani se necessario può diventare tuo ed insistere sul mio diritto in caso di effettiva necessità da parte di un familiare può essere peggio della rigidità, può essere ingiusto. Se c’è un problema, se c’è un’emergenza, si sta uniti e si segue papà e mamma. Questo è quello che hanno fatto i cinesi durante la pandemia. Chi si comporta male può anche essere messo in punizione, andare a letto senza cena o gli si può proibire di uscire la sera, come è capitato a Hong Kong e in Xinjiang. Si ricordi a questo proposito che fino al 2017 gli attacchi terroristici in Xinjiang erano relativamente frequenti e che dunque il programma antiterrorismo cinese, con tutti i suoi aspetti oscuri, sembra finora tecnicamente riuscito.
Non si deve pensare tuttavia che in Cina siano tutte rose e fiori. Chi abbia passato in Cina un periodo di tempo significativo ha fatto esperienza di quanto sappia essere invadente il potere, non solo il potere del governo o del partito, ma l’autorità dei genitori, degli insegnanti, dei capufficio, dei funzionari, dei direttori di banca, di chiunque sia investito di un qualche titolo di autorità, che lo ponga, in un certo qual modo, in un certo ambito, nella funzione di “padre” o “madre”.
Non solo, ma la familizzazione delle istituzioni ha come contraltare l’istituzionalizzazione delle famiglie nella cultura tradizionale. Il che dal punto di vista pratico implica che il ruolo e il percorso di ciascuno è tuttora, almeno idealmente, fissato da come si situa per nascita all’interno della famiglia. Il fatto che io sia nato non solo maschio o femmina, ma anche primogenito, secondogenito, terzogenito ecc., fissa il mio ruolo e le aspettative su di me dei miei genitori, dei miei fratelli e della società in generale, può determinare ad esempio l’intensità della pressione familiare sul tipo di studi che mi si chiede di compiere, sui miei risultati scolastici, sul mio successo lavorativo, su fatto che mi sposi e che generi figli ecc. Nella misura in cui il ruolo assegnato dalla mentalità confuciana non combaci con le capacità o le aspirazioni della persona, il che accade frequentemente, esso crea disagio per il singolo ed estraneità tra familiari in quanto la persona non si sente accettata o valorizzata per sé stessa ma incasellata in un modello predefinito. Il problema della disparità si è ovviamente ridotto con la politica del figlio unico, essa ha tuttavia determinato una molto maggiore concentrazione della pressione familiare e sociale sui figli. Queste aspettative spesso portano a difficoltà di comunicazione interne, a un senso di mancanza di libertà e ultimamente di solitudine all’interno della famiglia.
D’altro canto però, non possiamo non notare come si sia di fatto verificato in Cina un radicale indebolimento della famiglia tradizionale come corpo intermedio tra l’individuo e lo stato, da un lato con la politica del figlio unico, che ha fatto venir meno nella vita pratica l’esperienza della famiglia come “microstato”, dall’altro chiamando l’individuo ad una responsabilità diretta verso l’apparato statale in molteplici aspetti quali l’imposizione fiscale o il servizio militare, che erano una volta organizzati per familias invece che per capita.
All’esterno della famiglia, il sistema meritocratico assicura una possibilità a chi è capace. Resta comunque un senso di autorità gerarchica importante, che affonda le sue radici nella tradizione del pensiero cinese. Nella sua introduzione all’opera storico-morale Zizhi Tongjian (Lo specchio generale come risorsa per governare), il politico e storico dell’XI secolo Sima Guang, scrive: “Tra le funzioni del Figlo del Cielo, nessuna è più importante dei mores, tra i mores nulla è più importante della differenza di status, tra le differenze di status nulla è più importante dei ruoli.”[9] Anche nel lavoro e nella vita pubblica, dunque, il giovane cinese si ritrova presto inserito in un meccanismo simile a quello familiare: autorità capillare e paternalistica. Nel settore pubblico, oltre certi livelli, l’adesione all’ideale comunista è praticamente richiesta. Nel settore privato, fino all’inizio delle difficoltà con gli Stati Uniti chi poteva comprava casa e metteva i figli a scuola in Nordamerica.
In pratica, sia nella famiglia che fuori, secondo la mentalità dominante, il valore della persona è visto in funzione del gruppo o istituzione cui appartiene, che a sua volta appartiene ad un altro gruppo o istituzione, che ultimamente appartengono a quell’ente allo stesso tempo concreto e immateriale che è la Cina.

La convergenza culturale tra l’occidente e la Cina
Sembra dunque che sia in corso, e non da ora una progressiva convergenza tra la cultura politica occidentale e quella cinese, che consiste sostanzialmente, dal punto di vista occidentale in una centralità sempre maggiore dello stato e un indebolimento dei corpi intermedi (aristocrazia, chiesa, corporazioni, sindacati ecc.) e dal punto di vista della Cina in una rilevanza sempre minore del suo principale corpo intermedio storico: la famiglia tradizionale. In ambedue i casi, l’uomo come mero individuo, si trova solo di fronte allo stato, che sarebbe di per sé una mera astrazione se non raggiungesse l’individuo nell’amministrazione del quotidiano e se non fosse destinatario di una sempre maggiore domanda da parte dell’individuo di essere tutelato, messo a riparo dai rischi e dunque, ultimamente, anche da quella responsabilità che nasce da una libertà coscientemente esercitata.
Le differenze principali tra la Cina e l’occidente da questo punto di vista riguardano principalmente l’ambiguità, per non dire l’indecisione, dell’occidente che ha un’esperienza di stato assoluto significativamente più breve di quella cinese e non priva di alternanze ed opposizioni, e che soprattutto è reduce dai totalitarismi del XX secolo che, se nel lungo periodo non hanno avuto l’effetto di porre in dubbio radicalmente l’idea dominante di stato, hanno comunque evidenziato che essa non è senza rischi e che è opportuno contemperarla con freni e meccanismi di sicurezza di vario tipo. La costituzione italiana ne sia un esempio tipico.
La pandemia, e il fatto che abbia avuto origine in Cina ha fatto emergere questa problematica in modo chiaro. Gestita in Cina senza esitazioni con sistemi da stato centralizzato, quasi militarizzato, ha invece costretto l’occidente a soluzioni di compromesso, spesso di natura più politica che sanitaria. L’opinione prevalente sembra comunque essere che è compito dello stato non solo curare e informare i propri cittadini, ma dirigerne i comportamenti ai fini del bene comune. Si tratta di una differenza di misura, non di sostanza, tranne forse per il governo svedese che però, a quanto mi risulta, ha giustificato la sua decisione di non applicare il lockdown per motivi sanitari ed economici, non per la semplice ragione che l’esecutivo non ha il potere di limitare la libertà di movimento dei liberi cittadini. Questa non è la differenza tra assolutismo e democrazia ma tra due assolutismi: uno in cui chi governa è scelto attraverso un processo democratico, ed uno in cui è scelto per cooptazione. Sono differenze di metodo, non di sostanza.

Le possibilità di dialogo
Al rischio di ribadire l’ovvio, non ha alcun senso per i paesi occidentali, i media, le organizzazioni o gli individui contrastare o inimicarsi “la Cina”. Sarebbe una scelta ingiusta, assurda e ci porrebbe in conflitto con un miliardo e mezzo di persone intelligenti e unite, depositarie di una delle grandi culture del genere umano, un conflitto che sarebbe molto duro da vincere.
Sappiamo per esperienza diretta che il metodo democratico non è una panacea per tutti i mali, è ben chiaro che la volontà del popolo può essere caotica, mutevole, anche dispotica e ingiusta verso le minoranze. Se tutto quello che abbiamo da proporre è un metodo, a meno che non sia ovviamene ed oggettivamente migliore, forse ha ragione Wang Yi quando dice che la democrazia non è la Coca Cola.
Quello che abbiamo da proporre più che un sistema è un’idea di uomo, che in occidente con buona pace di Hegel e Kelsen non è ancora completamente scomparsa. Quello che attira i cinesi a trasferirsi in gran numero nelle città occidentali, oltre ovviamente ad essere le possibilità di guadagno, che sono però oggi forse minori che in Cina, ma la certezza che ancora resta delle proprie posizioni giuridiche, e dalla relativa scarsa invasività dell’esecutivo. Chi emigra vuole essere certo che la propria casa, la propria impresa e la propria famiglia siano al sicuro da interventi non graditi di uno stato che si ritiene metro ultimo di giudizio, cioè esattamente da quel tipo di stato verso cui ci stiamo lentamente ma inesorabilmente dirigendo. Sostanzialmente occorre ripartire da un’idea di uomo centrale, che era quella che proponeva Matteo Ricci, arrivando ad interessare nientemeno che l’imperatore non proponendo un modello o un sistema, ma semplicemente sé stesso.
Se continuiamo nella direzione finora presa, il confronto con la Cina sarà una mera prova di forza, da cui potremo uscire vincitori o sconfitti, ma in cui l’occidente e la Cina saranno diventati sostanzialmente indistinguibili come una specie di Fattoria degli Animali al rovescio. Se invece riusciremo a ritornare alla centralità della persona, o a conservarla, manterremo quell’attrattiva che nel lungo periodo ci renderà capaci di un dialogo e di uno scambio profondo anche con una realtà così radicalmente diversa.

Note

8.  Lun Yu, Yan Yuan 11: “齊景公問政於孔子。孔子對曰:「君君,臣臣,父父,子子。」公曰:「善哉!信如君不君,臣不臣,父不父,子不子,雖有粟,吾得而食諸?」”

9.  “臣光曰:臣聞天子之職莫大於禮,禮莫大於分,分莫大於名。何謂禮?紀綱是也;何謂分?君臣是也;何謂名?公、侯、卿大夫是也。夫以四海之廣,兆民之眾,受制於一人,雖有絕倫之力,高世之智,莫敢不奔走而服役者,豈非以禮為之綱紀哉!”

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