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Gli accordi tra Vaticano e Cina sono stati rinnovati

di - 21 Dicembre 2020
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Al contempo, si ebbe una ripresa delle violenze ai danni dei cattolici, questa volta ad opera delle formazioni comuniste. Le violenze si protrassero anche oltre la durata della guerra civile cinese. Nel corso delle prime fasi dell’era comunista, il nuovo Nuncio Apostolico, Antonio Riberi, così come gran parte del clero non cinese, rimase nel territorio controllato dalla Repubblica Popolare, sebbene la Chiesa continuasse a riconoscere l’esiliato Kuomintang come il governo legittimo. Un ulteriore motivo di attrito era l’opposizione di Papa Pio XII al comunismo ed alla dottrina Marxista. Fin dagli anni ’50, un gran numero di missionari fu espulso dalla Cina nel corso di una campagna volta a recidere le ramificazioni del potere coloniale in Cina, nota come Movimento delle Tre Autonomie. Fu durante questo periodo, nel 1951, che l’aviatore italiano Antonio Riva fu ingiustamente accusato di attentare alla vita di Mao Zedong e condannato a morte in un processo farsa che coinvolse anche Monsignor Tarcisio Martina, vescovo della diocesi di Yixian. La persecuzione subita dai cattolici, cinesi e non, durante il Movimento delle Tre Autonomie, fu il preludio delle violenze che si verificarono durante tutto il maoismo e che Giovanni Paolo II definì come martirii nel 1982. Fu durante questo periodo che un gran numero di cattolici confluì sotto l’ombrello dell’Associazione Cattolica Patriottica Cinese.

E non è un caso che il Messaggio di Giovanni Paolo II risalga al 1982. Fu in quell’anno che venne infatti promulgata la Costituzione cinese, tutt’ ora in vigore, che all’art. 36 riconosce e tutela la libertà religiosa individuale in Cina. La norma, al comma 2, condiziona però l’esercizio di tale libertà individuale al rispetto dell’ordine pubblico e della salute dei cittadini e dei programmi educativi dello Stato. Il rapporto tra Stato socialista e religione è in parte chiarito dal Libro Bianco rilasciato dal governo cinese nel 2017. Il White Paper indica i quattro principi cardine nelle politiche di Pechino sugli affari religiosi. Il primo è la tutela della libertà individuale nelle scelte religiose. Lo Stato non soltanto deve astenersi dall’imporre scelte religiose ai cittadini, ma deve anche assicurare che i cittadini non subiscano pressioni dai credenti nell’aderire o nel rinunciare ad un’appartenenza religiosa. Il secondo principio è la soggezione della religione alla legge. Le pratiche religiose contrarie alla legge, ai regolamenti amministrativi ed ai programmi educativi dello Stato sono vietate. Lo Stato ha il potere inoltre di individuare e bandire pratiche religiose ritenute radicali. Nella prassi, è frequente che alcune pratiche religiose siano vietate, non perché ritenute radicali o contrarie al buon costume in sé, ma perché adottate da gruppi estremisti. Il fenomeno riguarda principalmente le minoranze musulmane in Cina occidentale. Il terzo principio, specificamente rivolto a cattolici e protestanti, è l’indipendenza religiosa dall’influenza politica da parte dei paesi esteri. L’ultimo principio è l’adattamento del credo religioso al sistema socialista. Questo principio comporta obblighi concreti per gli individui, che devono servire l’interesse nazionale e unitario; per le organizzazioni religiose, che devono sostenere la leadership del Partito comunista e per lo Stato stesso, che deve favorire il sincretismo tra le religioni e la cultura cinese. Sebbene lo Stato rispetti la libertà individuale di aderire formalmente ad una religione o meno, ha quindi il potere di determinare le modalità di espressione del credo religioso.

Ai principi appena elencati si ispirano i principali testi legislativi in materia di esercizio della libertà religiosa: i Regolamenti sugli Affari Religiosi, le linee guida sull’Attività Religiosa dei Cittadini Stranieri, e la Legge sul Controterrorismo. Obblighi particolari sono imposti ai membri del Partito Comunista Cinese, che debbono rinnegare ogni appartenenza religiosa.
I regolamenti sugli Affari Religiosi, emendati nel 2017 regolano lo svolgimento dell’attività da parte delle associazioni religiose, che non può mai avere carattere commerciale. Particolare attenzione è dedicata alla propaganda religiosa, che non può avvalersi della diffusione di materiale “pubblicitario” su Internet. La propaganda religiosa non può inoltre avere carattere discriminatorio verso gli appartenenti ad altri gruppi religiosi o verso gli altri cittadini.
Le Linee guida sull’Attività Religiosa dei Cittadini Stranieri non si limitano a regolare l’accesso dei Cittadini Stranieri ai luoghi di culto, che è liberamente consentito. Numerose limitazioni sono però rivolte ai membri del clero di nazionalità estera. E’ infatti alle associazioni religiose cinesi che è riservato il compito di svolgere attività religiosa in Cina, ivi inclusa la celebrazione delle cerimonie religiose. Queste possono essere tenute da cittadini stranieri e membri del clero straniero, ma solo su invito delle associazioni religiose nazionali, come, nel caso dei cattolici, dell’ Associazione Patriottica Cattolica Cinese. E’ invece vietato il proselitismo da parte di soggetti stranieri.
Ancora più restrittive sono le previsioni della Legge sul Controterrorismo del 2015. La nozione di “terrorismo” ricomprende condotte come “azioni che creano panico sociale, mettono in pericolo la pubblica sicurezza, ledono persone e proprietà o ambiscono a costringere organizzazioni nazionali e internazionali (…), attraverso metodi come la violenza, l’intimidazione” (art. 3, Legge sul controterrorismo). Secondo l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, l’ampiezza di tale definizione, attribuisce di fatto alle autorità di polizia il potere di utilizzare la detenzione amministrativa in modo arbitrario, svuotando di fatto la riserva di legge che l’ordinamento cinese prevede in materia penale.

Prima degli Accordi del 2018, i cattolici cinesi si trovavano a dover scegliere tra operare nell’illegalità, nel quadro normativo appena descritto. Il necessario inquadramento delle attività religiose in associazioni nazionali che rispondono alle autorità pubbliche e quindi in ultima istanza al Partito Comunista Cinese ha sollevato di numerose perplessità sull’opportunità “politica” degli Accordi. A chi scrive pare però che un buon numero delle critiche pecchino di una visione manichea dei rapporti tra Chiesa sotterranea ed Associazione Patriottica Cattolica Cinese. Non è un caso che Giovanni Paolo II nel rivolgersi, pur indirettamente, ai cattolici cinesi, non abbia mai ammesso l’esistenza di due Chiese distinte.

Al principio di riconciliazione e di unità della Chiesa si ispirò anche Benedetto XVI. Il Pontefice, nella Lettera ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate, ai Fedeli Laici nella Repubblica Popolare Cinese del 2007, sottolineò l’unitarietà della Chiesa, ma anche la Sua natura apostolica, e dunque il necessario collegamento tra i Vescovi e la Chiesa di Roma. Al contempo, Ratzinger si rivolse espressamente ai membri dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, come a cattolici che “opera(no) pubblicamente (…), con il riconoscimento delle Autorità”. Per questi ultimi si pone il problema della compatibilità degli obblighi imposti dalla legge cinese con la coscienza cristiana. Secondo Benedetto XVI, il dialogo con le autorità per gli aspetti civili della vita religiosa non è di per sé incompatibile con la fede cattolica.

Parafrasando il pensiero di Ratzinger e tralasciando la questione della nomina dei Vescovi, per cui in realtà precedenti e parallelismi storici non mancano, il problema fondamentale attiene alla coscienza del singolo cattolico cinese. Sebbene la partecipazione all’Associazione Cattolica Patriottica Cinese non sia, di per sé, in contrasto con la fede, è indubbio che lo sia il principio di adattamento del credo religioso al sistema socialista che essa è tenuta a perseguire. Una figura portata spesso portata a modello dalla stampa vaticana è quella di Berarndino Dong Guangqing, il primo vescovo “illegittimo” nominato da Pechino. Egli accettò la nomina e fu per molti anni una figura di spicco nell’Associazione Cattolica Patriottica Cinese. Ma, allo stesso tempo, da cattolico fervente che era, continuò a tentare di mantenere i contatti con Roma, con il benestare delle autorità cinesi. La stessa scelta di Bernardino Dong Guangqing, frate francescano stimato dal clero italiano fino alla sua cacciata nel 1957, evidenzia la volontà delle autorità comuniste di consentire alla Chiesa di comunicare con l’Associazione Cattolica Patriottica Cinese. D’altro canto, nel corso della Rivoluzione Culturale, il periodo che vide le più gravi violenze contro i religiosi in Cina, ivi compresi i cristiani, gli stessi membri dell’Associazione furono perseguitati, a partire dal povero Bernardino.

Benedetto XVI rinviene in Cina la stesso materialismo nihilista che affligge l’Occidente e ritiene che la pretesa dello Stato socialista di tingere con la propria ideologia ogni aspetto della vita pubblica in Cina sia irrealizzabile. Il riferimento è in primo luogo all’obbligo di rinuncia al credo religioso imposto ai membri del Partito Comunista, che può, per sua stessa natura, riguardare solo gli aspetti esteriori della vita religiosa. I continui riferimenti alla figura di Matteo Ricci sono suggestivi anche in questa chiave: il successo del gesuita dipese dal fatto che seppe rapportarsi con i mandarini imperiali, elite atea, cui per molti versi il Partito si ispira. Deve aggiungersi a questo riguardo che i gesuiti furono in grado di sedurre una platea di dotti cortigiani anche grazie alla loro padronanza della matematica occidentale e dell’astronomia. Sembra invece difficile immaginare che la Chiesa del XXI secolo possa sedurre i tecnocrati del Partito Comunista Cinese con le sue rivelazioni in tema di big data o nanotecnologie.

D’altro canto, il dialogo con l’Associazione Cattolica Patriottica Cinese assicura alla Chiesa un maggiore rilievo nella vita pubblica cinese. E partecipazione non significa necessariamente sottomissione, come è evidente anche nelle indicazioni date Papa Francesco I ai cattolici cinesi, invitati a perdonare chi opera sotto il cappello dell’Associazione Cattolica Patriottica Cinese, ma neppure esortati ad aderirvi. Al contempo, stabilito attraverso l’Associazione medesima un dialogo con i cattolici cinesi, la Chiesa ha modo di schierarsi su questioni di rilievo politico, come la situazione dei perseguitati religiosi musulmani e la questione della Chiesa cattolica di Hong Kong.

FONTI
Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite

LIBRO BIANCO SULLE POLITICE RELIGIOSE PRC

Giovanni paolo II
Giovanni Paolo II

Benedetto XVI

Francesco I

Trattato di Nanchino

Pagine: 1 2


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