Gli accordi tra Vaticano e Cina sono stati rinnovati

Gli Accordi firmati dal Vaticano e la Cina nel 2018 sono stati rinnovati per due anni. Sebbene le previsioni di dettaglio siano segrete, è stato divulgato che gli Accordi riconoscono allo Stato cinese il potere di partecipare al processo decisionale relativo alla nomina dei vescovi[1]. Ciò comporterà il superamento della cosiddetta “Chiesa sotterranea”, la comunità di cattolici che fin dagli anni ‘50 ha continuato a riunirsi nell’illegalità, al di fuori dunque della legalità dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese. La riunione delle Chiese cattoliche cinesi comporterà la possibilità per il Vaticano di influenzare il modus operandi delle missioni, degli ospedali e delle scuole cattoliche, che fino al 2018 facevano riferimento al Movimento delle Tre Autonomie.

Commentare gli Accordi nel dettaglio è impossibile, appunto perché segreti. Eppure, è opportuno svolgere alcune considerazioni di carattere generale sui rapporti tra la Cina e la religione cattolica. Si deve in primo luogo evidenziare come i recenti accordi siano stati conclusi a compimento di un processo di riavvicinamento voluto da Giovanni Paolo II, il cui avvio ha coinciso con la c.d. politica della porta aperta in Cina. Nella Lettera per l’inizio del Nuovo anno Cinese del 1982, oltre ad invocare più volte in preghiera il martirio dei cattolici cinesi durante il maoismo, si fa in più passaggi riferimento alla “spiritualità ed all’umanità del retaggio storico e attuale della grande nazione cinese”. Con queste parole, Giovanni Paolo II affronta il tema focale dei rapporti tra religione cattolica e Cina, o meglio tra la Cina e tutte le religioni dogmatiche, che è l’adattamento della religione alle peculiarità cinesi. Centrale è in particolare il confronto tra la religione e la filosofia confuciana. Quest’ultima, per molti versi, pure è religione, ma laica, autoctona ed in rapporto simbiotico con lo Stato. Il confucianesimo si caratterizza infatti per l’enfasi sui di riti ancestrali ed il culto degli antenati. I riti, o li, affondano le proprie radici in antiche religioni sciamaniche e nel culto degli antenati, ma interessano allo Stato confuciano come strumenti di trasmissione di contenuti normativi e per la fissazione di gerarchie sociali. Verso le altre religioni siano esse autoctone o “straniere” come il cattolicesimo, il confucianesimo ha un approccio utilitarista, ripreso in parte dall’interpretazione cinese delle dottrine marxiste leniniste.

Ma tornando per un attimo alla tradizione cinese, si deve tenere a mente come il confronto con il confucianesimo percorra come filigrana i rapporti tra Cina e cristianesimo fin dai tempi di Matteo Ricci. Sono rapporti caratterizzati da alterne vicende, ma soprattutto dall’oscillare delle valutazioni ideologiche al mutare dei rapporti di forza reciproci. Ricci, un dotto gesuita marchigiano vissuto nella Pechino del 1600, da molti considerato uno dei padri della sinologia, riuscì a convertire un certo numero di mandarini, sedotti se non altro dalla padronanza che i gesuiti dimostravano sulle scienze matematiche e sull’astrologia. Divenuta una presenza stabile alla Corte imperiale, la Compagnia di Cristo riuscì persino a cavalcare la sanguinosa successione dinastica tra Ming e Qing. La diffusione del cattolicesimo in quest’epoca storica non ebbe mai natura di missione pastorale alla conversione delle masse cinesi. Si limitò invece al dialogo con la classe dominante cinese. Ed è proprio a Ricci che è dedicato un Giovanni paolo IIo importante intervento di Giovanni Paolo II, il Messaggio ai Partecipanti al Convegno Internazionale “Matteo Ricci: Per un dialogo tra Cina e Occidente”, nel 2001, tenutosi in occasione del quattrocentesimo anniversario dell’approdo di Ricci a Pechino. Nell’enfatizzarne la figura di ponte tra Occidente ed Oriente, Giovanni Paolo II individuò i due tratti fondamentali dell’opera del gesuita nel rispetto per la sovranità imperiale e nell’aver saputo fondere il messaggio del Vangelo con quanto di “bello, buono, giusto e santo” la tradizione cinese, paragonata dal Papa alla cultura greco-romana, aveva intuito.

Nel Messaggio, Wojtyla svolse un passaggio però ulteriore. Guardava, infatti, con simpatia ai progressi economici e sociali svolti dalla Cina. Oltre a rivalutare l’opera di Ricci, sostenne che è a questa opera che i rapporti odierni tra Chiesa e Cina dovrebbero essere ispirati. Il Papa, in anticipo rispetto alla maggioranza degli osservatori occidentali, riconobbe implicitamente una continuità tra l’operato del Partito Comunista Cinese e la tradizione confuciana. Il Messaggio si conclude peraltro con le scuse per gli errori della Chiesa durante l’epoca coloniale, quasi a cercare un punto di contatto con la narrativa del Partito Comunista, che con la commistione tra cattolicesimo e forze coloniali ha sempre giustificato (e continua a giustificare) il martirio dei cattolici a cui lo stesso Giovanni Paolo II faceva riferimento nel 1982 e le gravose limitazioni imposte alla libertà religiosa dei cittadini cinesi.

Nell’epoca pre-coloniale, i rapporti tra Chiesa e Cina non si limitarono agli scambi tra intellettuali cinesi e gesuiti. Fin dall’arrivo dei francescani e dei domenicani in Cina, attorno al 1630, si instaurò la cosiddetta controversia dei riti. Alla fine del 1500, padre Alessandro Valignano, evangelizzatore attivo in Giappone al seguito dei portoghesi e maestro di Matteo Ricci, aveva sostenuto l’inutilità di vietare usi e costumi lontani dalla cultura europea, purché “non immorali”. La questione aveva ad oggetto alcuni culti ancestrali, rivolti agli antenati ed al cielo. Erano riti indispensabili per i mandarini che attraverso la loro celebrazione, inscenavano e trasmettevano alla popolazione valori centrali nella cultura di governo cinese, quali il rispetto degli anziani e dell’imperatore. Tali riti erano considerati come elemento di una liturgia civile, tanto che gli stessi gesuiti residenti in Cina vi partecipavano.
Ulteriore questione riguardava il nome di Dio, ovvero, nel caso cinese, la traducibilità dei concetti tradizionali di Tian (cielo) e Shangdi (il signore supremo delle antiche religioni cinesi e antenato dei primi imperatori), come “Dio”. La questione venne esacerbata, come si diceva, dall’arrivo in Cina dei francescani e dei domenicani e dalla presa di potere della dinastia Qing. I nuovi signori di etnia manciù tendevano a concepire il sapere scientifico occidentale come una risorsa strategica di propria esclusiva competenza, e quindi a limitare ancora di più l’accesso dei missionari cristiani ai contatti con la popolazione. D’altro canto, limitò gradualmente l’uso dei termini Tian e Shangdi e la celebrazione dei riti, oltre ad esigere un giuramento di fedeltà dai gesuiti. La questione venne definitivamente chiusa nel 1742, con la bolla Ex iquo singulari di Benedetto XIV, che bandiva definitivamente i riti ed imponeva ai gesuiti una presa di posizione netta, incompatibile con gli obblighi che l’accesso alla Corte imperiale cinese imponeva.

Una ripresa delle attività cattoliche in Cina si ebbe solo dopo il 1842. La sconfitta cinese nella prima guerra dell’oppio portò alla conclusione del Trattato di Nanchino tra l’impero britannico e l’impero Qing. Questo, in virtù della clausola della nazione più favorita, portò ad una serie di trattati c.d. “ineguali”, che garantivano vari privilegi agli europei, tra cui il libero accesso in un gran numero di città cinesi ed il privilegio dell’extraterritorialità. Ciò consentì l’accesso in Cina di un gran numero di missionari, protestanti e cattolici. Nel contesto della competizione tra le potenze coloniali europee in Cina, le missioni cattoliche caddero sotto l’influenza del potere coloniale francese. L’evangelizzazione, in questa fase, si presentò come missione civilizzatrice volta alla liberazione di masse contadine abbrutite, nella prospettiva di liberarle dal giogo di una cultura barbarica e primitiva. Allo stesso tempo, il clero cattolico era esclusivamente composto da cittadini francesi o comunque europei. Poiché il processo di conversione procedeva di pari passo con l’espansione dell’influenza francese, era frequente che si convertissero interi villaggi, in cui il clero cattolico si sostituiva alle autorità tradizionali in opere come la cura degli orfani, l’intercessione presso le autorità imperiali e la gestione di scuole e ospedali. Ciò comportò una crescente ostilità della popolazione verso il cattolicesimo, che spesso sfociò in episodi di violenza. Fu solo al seguito del massacro di oltre 30.000 cattolici (principalmente cinesi) nel corso delle rivolte dei boxer, al deterioramento dei rapporti tra il Vaticano e la Francia ed a ripetuti tentativi di stabilire canali di comunicazione diretti da parte della morente dinastia Qing, che la Chiesa si convinse della necessità di orientare le proprie relazioni con la Cina alla protezione delle comunità di cattolici cinesi, affrancando l’attività evangelica in Cina dalle esigenze politiche francesi . La missiva apostolica Maximum Illud emanata dal Papa Benedetto XV ribadì la missione evangelizzatrice della Chiesa ed il suo diritto a stabilire direttamente contatti con i popoli pagani. La missiva conteneva inoltre importanti indicazioni sulla formazione di un clero locale e sull’organizzazione ed il coordinamento delle varie missioni cattoliche. Successivamente, Pio IX, continuò a percorrere la via dei rapporti diretti tra la Chiesa e le missioni cinesi. L’enciclica Rerum Ecclesiae incoraggiava il clero italiano a contribuire alla missione di evangelizzare la Cina. L’invio un Nuncio apostolico, Celso Costantini, deve essere letto come un tentativo di strutturare un clero autoctono, allo scopo di affrancare i cattolici cinesi dalla mediazione del clero francese. Nel 1924, Costantini celebrò la conferenza episcopale di Shanghai, in seguito alla quale sei vescovi Cinesi vennero nominati a Roma. Negli anni successivi, furono fondati il Collegio Cattolico del Fujian ed un gran numero di seminari. Nonostante il rientro di Costantini a Roma nel 1933, questi furono anni di proficua attività cattolica in Cina. Di fondamentale importanza fu inoltre una riapertura, con un approccio più aperto, alla questione della compatibilità del credo cattolico con i riti ispirati al culto laico di Confucio.Nel 1946, il clero cinese aveva trovato un’organizzazione definitiva, con 20 arcidiocesi. In Cina vi erano 3,5 milioni di cattolici e quasi 6000 preti, la metà dei quali cinesi. Con l’abrogazione dei trattati ineguali, nel 1942, il protettorato francese venne definitivamente meno.

Al contempo, si ebbe una ripresa delle violenze ai danni dei cattolici, questa volta ad opera delle formazioni comuniste. Le violenze si protrassero anche oltre la durata della guerra civile cinese. Nel corso delle prime fasi dell’era comunista, il nuovo Nuncio Apostolico, Antonio Riberi, così come gran parte del clero non cinese, rimase nel territorio controllato dalla Repubblica Popolare, sebbene la Chiesa continuasse a riconoscere l’esiliato Kuomintang come il governo legittimo. Un ulteriore motivo di attrito era l’opposizione di Papa Pio XII al comunismo ed alla dottrina Marxista. Fin dagli anni ’50, un gran numero di missionari fu espulso dalla Cina nel corso di una campagna volta a recidere le ramificazioni del potere coloniale in Cina, nota come Movimento delle Tre Autonomie. Fu durante questo periodo, nel 1951, che l’aviatore italiano Antonio Riva fu ingiustamente accusato di attentare alla vita di Mao Zedong e condannato a morte in un processo farsa che coinvolse anche Monsignor Tarcisio Martina, vescovo della diocesi di Yixian. La persecuzione subita dai cattolici, cinesi e non, durante il Movimento delle Tre Autonomie, fu il preludio delle violenze che si verificarono durante tutto il maoismo e che Giovanni Paolo II definì come martirii nel 1982. Fu durante questo periodo che un gran numero di cattolici confluì sotto l’ombrello dell’Associazione Cattolica Patriottica Cinese.

E non è un caso che il Messaggio di Giovanni Paolo II risalga al 1982. Fu in quell’anno che venne infatti promulgata la Costituzione cinese, tutt’ ora in vigore, che all’art. 36 riconosce e tutela la libertà religiosa individuale in Cina. La norma, al comma 2, condiziona però l’esercizio di tale libertà individuale al rispetto dell’ordine pubblico e della salute dei cittadini e dei programmi educativi dello Stato. Il rapporto tra Stato socialista e religione è in parte chiarito dal Libro Bianco rilasciato dal governo cinese nel 2017. Il White Paper indica i quattro principi cardine nelle politiche di Pechino sugli affari religiosi. Il primo è la tutela della libertà individuale nelle scelte religiose. Lo Stato non soltanto deve astenersi dall’imporre scelte religiose ai cittadini, ma deve anche assicurare che i cittadini non subiscano pressioni dai credenti nell’aderire o nel rinunciare ad un’appartenenza religiosa. Il secondo principio è la soggezione della religione alla legge. Le pratiche religiose contrarie alla legge, ai regolamenti amministrativi ed ai programmi educativi dello Stato sono vietate. Lo Stato ha il potere inoltre di individuare e bandire pratiche religiose ritenute radicali. Nella prassi, è frequente che alcune pratiche religiose siano vietate, non perché ritenute radicali o contrarie al buon costume in sé, ma perché adottate da gruppi estremisti. Il fenomeno riguarda principalmente le minoranze musulmane in Cina occidentale. Il terzo principio, specificamente rivolto a cattolici e protestanti, è l’indipendenza religiosa dall’influenza politica da parte dei paesi esteri. L’ultimo principio è l’adattamento del credo religioso al sistema socialista. Questo principio comporta obblighi concreti per gli individui, che devono servire l’interesse nazionale e unitario; per le organizzazioni religiose, che devono sostenere la leadership del Partito comunista e per lo Stato stesso, che deve favorire il sincretismo tra le religioni e la cultura cinese. Sebbene lo Stato rispetti la libertà individuale di aderire formalmente ad una religione o meno, ha quindi il potere di determinare le modalità di espressione del credo religioso.

Ai principi appena elencati si ispirano i principali testi legislativi in materia di esercizio della libertà religiosa: i Regolamenti sugli Affari Religiosi, le linee guida sull’Attività Religiosa dei Cittadini Stranieri, e la Legge sul Controterrorismo. Obblighi particolari sono imposti ai membri del Partito Comunista Cinese, che debbono rinnegare ogni appartenenza religiosa.
I regolamenti sugli Affari Religiosi, emendati nel 2017 regolano lo svolgimento dell’attività da parte delle associazioni religiose, che non può mai avere carattere commerciale. Particolare attenzione è dedicata alla propaganda religiosa, che non può avvalersi della diffusione di materiale “pubblicitario” su Internet. La propaganda religiosa non può inoltre avere carattere discriminatorio verso gli appartenenti ad altri gruppi religiosi o verso gli altri cittadini.
Le Linee guida sull’Attività Religiosa dei Cittadini Stranieri non si limitano a regolare l’accesso dei Cittadini Stranieri ai luoghi di culto, che è liberamente consentito. Numerose limitazioni sono però rivolte ai membri del clero di nazionalità estera. E’ infatti alle associazioni religiose cinesi che è riservato il compito di svolgere attività religiosa in Cina, ivi inclusa la celebrazione delle cerimonie religiose. Queste possono essere tenute da cittadini stranieri e membri del clero straniero, ma solo su invito delle associazioni religiose nazionali, come, nel caso dei cattolici, dell’ Associazione Patriottica Cattolica Cinese. E’ invece vietato il proselitismo da parte di soggetti stranieri.
Ancora più restrittive sono le previsioni della Legge sul Controterrorismo del 2015. La nozione di “terrorismo” ricomprende condotte come “azioni che creano panico sociale, mettono in pericolo la pubblica sicurezza, ledono persone e proprietà o ambiscono a costringere organizzazioni nazionali e internazionali (…), attraverso metodi come la violenza, l’intimidazione” (art. 3, Legge sul controterrorismo). Secondo l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, l’ampiezza di tale definizione, attribuisce di fatto alle autorità di polizia il potere di utilizzare la detenzione amministrativa in modo arbitrario, svuotando di fatto la riserva di legge che l’ordinamento cinese prevede in materia penale.

Prima degli Accordi del 2018, i cattolici cinesi si trovavano a dover scegliere tra operare nell’illegalità, nel quadro normativo appena descritto. Il necessario inquadramento delle attività religiose in associazioni nazionali che rispondono alle autorità pubbliche e quindi in ultima istanza al Partito Comunista Cinese ha sollevato di numerose perplessità sull’opportunità “politica” degli Accordi. A chi scrive pare però che un buon numero delle critiche pecchino di una visione manichea dei rapporti tra Chiesa sotterranea ed Associazione Patriottica Cattolica Cinese. Non è un caso che Giovanni Paolo II nel rivolgersi, pur indirettamente, ai cattolici cinesi, non abbia mai ammesso l’esistenza di due Chiese distinte.

Al principio di riconciliazione e di unità della Chiesa si ispirò anche Benedetto XVI. Il Pontefice, nella Lettera ai Vescovi, ai Presbiteri, alle Persone Consacrate, ai Fedeli Laici nella Repubblica Popolare Cinese del 2007, sottolineò l’unitarietà della Chiesa, ma anche la Sua natura apostolica, e dunque il necessario collegamento tra i Vescovi e la Chiesa di Roma. Al contempo, Ratzinger si rivolse espressamente ai membri dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, come a cattolici che “opera(no) pubblicamente (…), con il riconoscimento delle Autorità”. Per questi ultimi si pone il problema della compatibilità degli obblighi imposti dalla legge cinese con la coscienza cristiana. Secondo Benedetto XVI, il dialogo con le autorità per gli aspetti civili della vita religiosa non è di per sé incompatibile con la fede cattolica.

Parafrasando il pensiero di Ratzinger e tralasciando la questione della nomina dei Vescovi, per cui in realtà precedenti e parallelismi storici non mancano, il problema fondamentale attiene alla coscienza del singolo cattolico cinese. Sebbene la partecipazione all’Associazione Cattolica Patriottica Cinese non sia, di per sé, in contrasto con la fede, è indubbio che lo sia il principio di adattamento del credo religioso al sistema socialista che essa è tenuta a perseguire. Una figura portata spesso portata a modello dalla stampa vaticana è quella di Berarndino Dong Guangqing, il primo vescovo “illegittimo” nominato da Pechino. Egli accettò la nomina e fu per molti anni una figura di spicco nell’Associazione Cattolica Patriottica Cinese. Ma, allo stesso tempo, da cattolico fervente che era, continuò a tentare di mantenere i contatti con Roma, con il benestare delle autorità cinesi. La stessa scelta di Bernardino Dong Guangqing, frate francescano stimato dal clero italiano fino alla sua cacciata nel 1957, evidenzia la volontà delle autorità comuniste di consentire alla Chiesa di comunicare con l’Associazione Cattolica Patriottica Cinese. D’altro canto, nel corso della Rivoluzione Culturale, il periodo che vide le più gravi violenze contro i religiosi in Cina, ivi compresi i cristiani, gli stessi membri dell’Associazione furono perseguitati, a partire dal povero Bernardino.

Benedetto XVI rinviene in Cina la stesso materialismo nihilista che affligge l’Occidente e ritiene che la pretesa dello Stato socialista di tingere con la propria ideologia ogni aspetto della vita pubblica in Cina sia irrealizzabile. Il riferimento è in primo luogo all’obbligo di rinuncia al credo religioso imposto ai membri del Partito Comunista, che può, per sua stessa natura, riguardare solo gli aspetti esteriori della vita religiosa. I continui riferimenti alla figura di Matteo Ricci sono suggestivi anche in questa chiave: il successo del gesuita dipese dal fatto che seppe rapportarsi con i mandarini imperiali, elite atea, cui per molti versi il Partito si ispira. Deve aggiungersi a questo riguardo che i gesuiti furono in grado di sedurre una platea di dotti cortigiani anche grazie alla loro padronanza della matematica occidentale e dell’astronomia. Sembra invece difficile immaginare che la Chiesa del XXI secolo possa sedurre i tecnocrati del Partito Comunista Cinese con le sue rivelazioni in tema di big data o nanotecnologie.

D’altro canto, il dialogo con l’Associazione Cattolica Patriottica Cinese assicura alla Chiesa un maggiore rilievo nella vita pubblica cinese. E partecipazione non significa necessariamente sottomissione, come è evidente anche nelle indicazioni date Papa Francesco I ai cattolici cinesi, invitati a perdonare chi opera sotto il cappello dell’Associazione Cattolica Patriottica Cinese, ma neppure esortati ad aderirvi. Al contempo, stabilito attraverso l’Associazione medesima un dialogo con i cattolici cinesi, la Chiesa ha modo di schierarsi su questioni di rilievo politico, come la situazione dei perseguitati religiosi musulmani e la questione della Chiesa cattolica di Hong Kong.

FONTI
Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite

LIBRO BIANCO SULLE POLITICE RELIGIOSE PRC

Giovanni paolo II
Giovanni Paolo II

Benedetto XVI

Francesco I

Trattato di Nanchino

Note

1. https://www.nytimes.com/2020/10/22/world/europe/vatican-china-bishops.html