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La recessione e le banche: una mina da disinnescare

di - 16 Novembre 2020
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I vantaggi sperati dal bail-in sono essenzialmente tre: tutela dei bilanci pubblici e quindi dei contribuenti; ridotto moral hazard dei finanziatori delle banche e degli stessi banchieri; contrasto del too big to fail e della concentrazione bancaria. Ma in determinate e non improbabili circostanze economiche sui vantaggi possono ben prevalere almeno due fra i non pochi svantaggi: rischi di contagio fra le banche con ripercussioni procicliche sull’intera economia; maggiore esigenza di mezzi liquidi. Negli Stati Uniti alla Federal Deposit Insurance Corporation non sono attribuiti espliciti poteri statutari di bail-in sulle depository institutions, ma solo poteri equivalenti su altri intermediari, mai impiegati. Quando la Brexit sarà compiuta si vedrà se il Regno Unito conserverà questo discutibile strumento: ove se ne liberasse, Londra potrebbe acquisire un vantaggio competitivo rispetto alle banche del Vecchio Continente.
L’incertezza e la precauzione legate al terrore della pandemia hanno impresso un’accelerazione ai depositi. Ma il moto potrebbe invertirsi. Con lo spettro del bail in potrebbe innescarsi una fuga dei depositanti, e non solo dai depositi bancari eccedenti i 100mila euro. La fuga si avvierebbe e diverrebbe valanga prociclica se la recessione dovesse provocare a vasto raggio incagli, sofferenze e perdite sui prestiti bancari (che rappresentano 2/3 dei crediti alle imprese europee, rispetto a meno di 1/3 a quelle statunitensi). Catene di contagio fra banche sull’orlo del dissesto, oltre che divenute illiquide, si susseguirebbero con effetto domino. Già nell’aprile del 2020 nel suo Rapporto sulla stabilità finanziaria la Banca d’Italia, dopo aver apprezzato la maggiore capitalizzazione del sistema e la minore incidenza dei crediti deteriorati registratisi prima della pandemia, stimava “una forte crescita dei rischi di contagio nel settore bancario” italiano (Fig. 1.4, p. 13).
A quel punto, in una crisi fattasi generale, depositanti e contribuenti tenderanno a coincidere, a essere la stessa persona, con buona pace della tutela delle pubbliche finanze a scapito di singoli risparmiatori. Il meccanismo, concepito per casi idiosincratici, andrebbe quantomeno prudentemente sospeso di fronte alla possibilità concreta di instabilità finanziaria sistemica.
Sempre a quel punto la BCE servirebbe a poco, ammesso che la sua politica monetaria, sinora espansiva, non debba tramutarsi in restrittiva. Lo imporrebbe lo statuto – che antepone la stabilità dei prezzi alla difesa dell’occupazione – qualora a causa di strozzature d’offerta dovesse esservi stagflation, come negli anni Settanta/Ottanta del Novecento. La creazione di liquidità – da tempo spinta attraverso acquisti di titoli pubblici da parte del SEBC ai limiti dello statuto – non è in grado di dare sufficiente sostegno alla domanda globale.
L’impotenza “espansiva” della politica monetaria è confermata dai dati di un ventennio.
Dal 1999 al 2019 la crescita annua dei bilanci delle maggiori banche centrali – e quindi la creazione di base monetaria – è stata sostenuta, compresa fra il 13% della Bank of England e il 9% della BCE e della Bank of Japan, con la Fed attestata sul 10%. Ma l’espansione della quantità di moneta è risultata in ciascuno dei casi inferiore, compresa fra il 6% e il 2%. Ancor più lenta è stata la progressione del Pil nominale, compresa fra il 4% e lo 0,3%. Altrettanto deve dirsi per l’aumento dei prezzi al consumo, compreso fra il 2% e lo 0,1%
Il decalage nella sequenza delle variazioni delle quattro variabili nelle quattro economie lungo l’intero ventennio muta si accentua se ci si concentra sul sottoperiodo aperto dalla crisi Lehman nel 2008. All’accelerazione della base monetaria contro la recessione e l’instabilità finanziaria non ha corrisposto l’accelerazione dello stock di moneta, del prodotto, dei prezzi, ma solo eccitazione speculativa e sopravvalutazione delle Borse, dissociate dal profilo mediocre dell’attività economica. Il monetarismo alla Milton Friedman, che in particolare lega la moneta e i prezzi nel lungo termine, è andato in frantumi. La moneta non ha contato molto.
L’effetto moltiplicativo esercitato dalla base monetaria sui depositi bancari – che sono la parte preponderante della massa monetaria – è stato compresso dalla bassa richiesta affidabile di credito, dalla propensione degli intermediari a detenere riserve piuttosto che a concedere prestiti, dalla voglia di contante del pubblico. La moneta che comunque si è creata è stata fortemente domandata, tesoreggiata, sia dalle famiglie sia dalle imprese. “Liquidità non è liquido che stagna, ma liquido che scorre”, diceva nel 1965 Raffaele Mattioli.
Viene spesso sopravvalutata anche la capacità delle banche centrali di controllare, oltre ai tassi d’interesse sul mercato monetario, i tassi a lungo termine, compresa la struttura secondo il rischio dei rendimenti dei titoli pubblici (i cosiddetti spreads). Le teorie dell’interesse sono due: quella di Fisher e quella di Keynes. Se il tasso a lunga dipende da fattori reali quali risparmio/investimento (Fisher, 1930), l’offerta di moneta è irrilevante. Se il tasso a lunga dipende da convenzioni e aspettative (Keynes, 1936) l’offerta di moneta può poco, in specie in un contesto di tendenziale bassa crescita o, come l’attuale, di recessione unite ad attese di deflazione e a liquidità da anni sovrabbondante. Un pegging, segnatamente se esteso a schiacciare gli spreads su specifici titoli pubblici oltre che a ridurre il tasso base, sarebbe insostenibile. Implicherebbe la perdita di controllo della quantità di moneta da parte della banca centrale che vi si avventurasse. Se il tentativo fosse della BCE, verrebbe stroncato per infrazione statutaria non solo dalla Corte di Karlsruhe, ma dalla stessa Corte di Giustizia del Lussemburgo…
Nondimeno i governanti hanno almeno in apparenza riposto fiducia nella politica monetaria espansiva. L’hanno favorita, richiesta, pretesa. Non sono stati seccamente smentiti dai banchieri centrali nell’assumere – o nel fingere di ritenere – che lo strumento monetario potesse bastare. I banchieri centrali non hanno con sufficiente fermezza chiesto che i governi attuassero l’indispensabile politica fiscale. Si sono spinti sino a valorizzare un cosiddetto quantitative easing. Governi e parlamenti non hanno risposto con la politica fiscal, scaricando di fatto le responsabilità sulle banche centrali, che non hanno saputo respingerle al mittente. Il caso europeo – fortemente condizionato dal neomercantilismo della Germania – è di palmare evidenza, con la stranezza che la stessa politica monetaria espansiva della BCE subiva una battuta d’arresto fra l’estate del 2012 e l’estate del 2014, allorché il bilancio del SEBC si restringeva di un terzo.
Di un siffatto equivoco, o giuoco delle parti, in cui i banchieri centrali sono caduti e della conseguente inadeguatezza della politica economica hanno per un ventennio risentito consumi e investimenti, con freno delle attività produttive e pericolo di deflazione dei prezzi. La pandemia ha poi fatto esplodere le pluriennali tendenze.
Anche la capacità delle banche commerciali europee di fare fronte alla recessione con le risorse di cui dispongono era già stata erosa prima del Covid-19, come segnalato dalle forti oscillazioni delle quotazioni dei loro titoli in Borsa.
La mina potrà essere disinnescata solo dal superamento sia della recessione sia della pandemia che l’ha provocata.
Il contrasto della recessione postula politiche di bilancio fortemente espansive, coordinate fra i paesi d’Europa, finanziate anche con fondi europei. Ci si sta pensano, con inenarrabili contrasti e lentezze. Dovrebbero imperniarsi su investimenti pubblici ad alto moltiplicatore, non su spese correnti – diverse dagli ammortizzatori sociali nell’immediato indispensabili – né sulla detassazione, come sinora è avvenuto in diversi paesi, fra cui l’Italia. Massicci investimenti pubblici in valide infrastrutture avrebbero potuto contrastare dal lato della domanda globale una crescita ventennale in varia misura deludente nell’Unione Europea a far tempo dal 2000. Il moltiplicatore della spesa pubblica di parte corrente è basso, compreso fra 0,5 e 0,7. Il moltiplicatore degli investimenti pubblici è almeno di tre volte maggiore. Lo è perché sollecita anche investimenti privati e ha effetti positivi sulla stessa produttività.
Le spese in conto capitale, lungi dall’aumentare, sono state invece colpevolmente tagliate dai governi europei. Su base lorda dal 3,6% del Pil nel 2009 sono scese al 3% nel 2019. In Italia la caduta è stata di un terzo, da 58 a 41 miliardi, e ha colpito persino la sanità pubblica minandone le fondamenta non solo al Sud proprio prima della pandemia. In diversi paesi, fra cui l’Italia, lo stock delle infrastrutture è rimasto invariato o si è deteriorato essendo l’investimento lordo persino insufficiente agli ammortamenti.
Solo massicci investimenti pubblici potranno superare la voragine depressiva aperta dalla pandemia e rilanciare la crescita negli anni che verranno, sia dal lato della domanda sia dal lato della produttività.
Gli investimenti nella sanità e nella ricerca biomedica – è banale ribadirlo – sono i più urgenti. In Italia gli investimenti nella sanità dal 2000 sono stati dimezzati, con una inaccettabile divario fra le regioni e oscene discriminazioni fra i cittadini che vi risiedono. Gli investimenti pubblici vanno almeno raddoppiati rispetto al Pil. Devono inscriversi in un programma esteso a quelli sulla messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sul capitale umano, sull’efficienza della giustizia, sui trasporti e le comunicazioni, sulle opere più utili ai cittadini e alle imprese. E’ altresì fondamentale concentrare una parte importante della maggiore spesa pubblica in conto capitale nelle regioni economicamente deboli, come il Mezzogiorno in Italia.
Superata la recessione, l’incremento della spesa pubblica corrente per ammortizzatori sociali potrà rientrare. Invece, gli investimenti pubblici dovrebbero permanere e intensificarsi, al fine di alimentare la crescita di trend e per questa via di invertire l’innalzamento del rapporto debito pubblico/prodotto. Come Keynes insegna, la capacità degli investimenti di moltiplicare domanda, produttività, reddito e gettito fiscale non solo assicura la copertura della relativa spesa, ma abbatte il rapporto debito/Pil. La crescita del reddito consentirebbe altresì di riassorbire l’eccesso di liquidità che la banca centrale negli anni ha in parte inutilmente creato.

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