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La recessione e le banche: una mina da disinnescare

di - 16 Novembre 2020
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La pandemia ha scatenato anche nell’Euroarea una recessione che già supera quella post-Lehman, quando il Pil nel 2009 scese del 4,5%. Il cedimento del prodotto dell’area previsto per il 2020 dal FMI – prima della “seconda ondata” della pandemia scatenatasi un ottobre – supera l’8%, con punte del 10% circa per Italia, Francia, Spagna e del 6% nella stessa Germania. Anche l’insieme delle economie avanzate subirebbe una flessione del 6% (-5% il Giappone, -4% gli Stati Uniti, -10% il Regno Unito). Seguirebbe nel 202, pandemia permettendo, un rimbalzo quantomeno incerto nei tempi e nel vigore.
La crisi del 2008-2009, seppure molto meno pesante di quella che oggi si prefigura, con i suoi strascichi provocò perdite bancarie cospicue. Costrinse i governi a massicci trasferimenti a sostegno delle banche. Secondo la stima ufficiale ne derivò un aumento d’impatto del debito pubblico complessivo nell’intera Unione Europea di 632 miliardi di euro (4,3% del Pil). L’aumento fu a due cifre rispetto al Pil in Grecia, Irlanda, Cipro, Slovenia, Portogallo, Austria. Fra i maggiori paesi fu massimo in Germania (225 miliardi, 7,4% del Pil), Regno Unito (131 miliardi, 5,1% del Pil) e Spagna (52 miliardi, 4,8% del Pil), minimo in Francia (2,8 miliardi, 0,1% del Pil) e in Italia (1,6 miliardi, 0,1% del Pil). Nel 2015 i 632 miliardi erano scesi a 218 (1,5% del Pil europeo; in Germania la discesa fu da 225 a 39 miliardi) grazie a 414 miliardi di recuperi sugli assets che le pubbliche amministrazioni avevano dovuto rilevare. E’ l’ennesima conferma che poi lo Stato può recuperare, se non addirittura guadagnare come in Italia nei primi tempi dell’IRI e gli Stati Uniti di Obama e Tim Geithner dopo Lehman.
L’attuale è, purtroppo, una di quelle fasi in cui prospettare il peggio fa premio sul confidare nel meglio. Una caduta dell’attività economica quale quella temuta, in particolare se la ripresa slittasse, porrebbe a serio repentaglio la stabilità sistemica dell’industria bancaria e finanziaria. Alla drammatica congiuntura l’Europa perviene con un settore bancario che si è ripreso dalla crisi post-2008 nella base di capitale, ma non nel Roe. Singole banche, anche grandi come in Germania, restano deboli. Soprattutto vi si arriva con una cornice istituzionale della finanza disegnata per tempi normali, che si è stratificata in una sorta di labirinto. Possono addentrarvisi e fuoruscirne illesi solo giuristi cultori della materia, meno degli economisti esposti a dubbi di merito. In particolare si configura come un ginepraio la ripartizione delle competenze fra le autorità comunitarie e fra queste e quelle nazionali.
Sul piano funzionale il central banking europeo è privo del “doppio mandato” (la cura dell’attività produttiva non corrisponde alla cura per il potere d’acquisto della moneta); di una supervisione bancaria collaudata sul campo, non solo sui manuali, e di lunga data (dal 1998 al 2014 questa responsabilità è stata negata alla BCE, che ha poi dovuto improvvisare); di uno stretto coordinamento fra politica monetaria e vigilanza (dipendenti da comitati diversi all’interno della BCE); di gradi di libertà nel credito di ultima istanza (limitato alle banche solide, solo illiquide, a cui non serve se il mercato interbancario funziona). La discrezionalità dei controllori, fondamentale in una materia dove quasi tutto è opinabile, viene riguardata in Europa con sospetto. Quella della BCE è quindi ridimensionata rispetto alle consorelle americana, inglese, persino giapponese.
Mentre in passato erano complementari, la vigilanza strutturale è stata soppiantata da quella prudenziale. La vigilanza strutturale –comprensiva della promozione della concorrenza – avrebbe potuto invece esser parte di una politica economica e istituzionale volta a favorire l’adeguamento del sistema finanziario alle nuove esigenze dell’economia quando le forze di mercato stentano, come pure a contenere i costi della transizione da un assetto all’altro. La vigilanza prudenziale – micro e macro, cartolare e ispettiva – affida la solidità delle banche essenzialmente alla loro patrimonializzazione. Questa viene imposta a vari livelli: requisito di base; riserva di conservazione; riserva anticiclica; riserva per le banche maggiori; riserva per il rischio sistemico; leverage ratio. Ma, seppure cospicuo, il patrimonio – uno stock – è per definizione insufficiente a fare fronte a un flusso di perdite che fosse di eccezionale entità e prolungato nel tempo.
La tutela della concorrenza bancaria è stata attribuita all’antitrust, escludendo l’autorità di supervisione sulle banche. Anche sul piano culturale l’antitrust non può che considerare le banche imprese come le altre, mentre sono radicalmente diverse. Nondimeno con evidente asimmetria l’antitrust è coinvolto nella gestione dei dissesti bancari.
La specializzazione degli intermediari finanziari è in Europa minore che altrove. Nonostante le cautele suggerite da Paul Volcker con la sua Regola contro il proprietary trading negli Stati Uniti e dal Vickers Report nel Regno Unito, in Europa si è consentito che una banca commerciale traffichi con titoli di sua proprietà, operando “per conto proprio” ma con i danari dei depositanti. Essa incorre così in alee di mercato che esaltano quelle sui crediti. Ciò avviene quando i margini d’interesse sull’intermediazione depositi/prestiti sono risicati a causa dei tassi a breve nulli o negativi che, pur essendo inutili ai fini del sostegno alla domanda effettiva, vengono dalla BCE imposti da oltre dieci anni con effetti perversi sui profitti da intermediazione bancaria.
Non esiste ancora – andrebbe approntato con urgenza – un generoso sistema unico europeo di garanzia dei depositi. L’ambiziosa costruzione dell’Unione Bancaria manca quindi del “terzo pilastro”, che dovrebbe sorreggerla unitamente al Meccanismo di vigilanza unico (Mvu), operativo dal novembre 2014, e al Meccanismo di risoluzione unico (Mru), avviato nel luglio 2014.
Fra le difese preventive dall’instabilità è stata in particolare smantellata quella offerta dalla separatezza fra banca e industria. Era radicata nella penosa esperienza, non solo italiana, sfociata nel disastro degli anni Trenta: un presidio – che permane negli Stati Uniti – contro i conflitti d’interesse, ma ancor più contro i finanziamenti compiacenti e arrischiati delle banche alle imprese “amiche”. Nel 2008 l’Italia recepiva una delle innumerevoli direttive comunitarie (la dir. 2007/44/CE) in base alla quale il d.l.185 del 29 novembre cancellava l’art. 19 del Testo unico bancario del 1993, che tutelava la separatezza. Ciò avveniva senza che dall’Italia si lanciassero alti lai. Si è così permesso alle imprese non finanziarie di acquisire la proprietà di banche. Una ditta di montature per occhiali intende controllare quella che era la migliore banca del paese… Al tempo stesso imprese non finanziarie possono essere di proprietà di banche, purché la singola partecipazione qualificata e il complesso di siffatte partecipazioni non superino predeterminate soglie del capitale ammissibile delle banche, che però spesso è di tale dimensione da rispettarle agevolmente.
Il tutto è viziato nel profondo dal principio del bail-in. Secondo tale principio il dissesto di una banca non deve ricadere sulle pubbliche finanze e sui contribuenti. Oltre a ricadere ovviamente sugli azionisti, dal gennaio 2016 si possono coinvolgere nelle perdite tutti i creditori non garantiti delle banche europee, depositanti inclusi (fatti salvi i depositi fino 100mila euro, la cifra irrisoria garantita). La brillante idea è stata avanzata dalla Commissione europea sin dalla proposta di direttiva su risanamento e risoluzione delle banche del 6 giugno 2012. Sulla scorta della Comunicazione della stessa Commissione del luglio 2013 è alfine sfociata a maggio 2014 nella direttiva su “risanamento e risoluzione” (dir.2014/59/UE) e nello stesso 2014 nel regolamento 806 istitutivo del Meccanismo unico di risoluzione.
I governi succedutisi in Italia dal 2012 al 2014 e i rappresentanti italiani a Bruxelles, Strasburgo, Francoforte hanno la responsabilità di non essersi opposti con decisione al momento delle valutazioni sui pro e sui contra della rivoluzionaria novità e alla fine l’Italia non pronunciò un formale veto. Non si opposero sebbene in Italia con il bail-out a partire dal dopoguerra i detentori dei depositi non avessero mai perduto un centesimo. La Banca d’Italia e il Tesoro a questo fine avevano impegnato nei salvataggi – delle strutture aziendali, non di amministratori e azionisti – danari dei contribuenti per importi bassi in assoluto e tra i più bassi nel novero delle economie avanzate. Questa moderazione e l’attenta vigilanza della Banca d’Italia sono proseguite, come è confermato dalle poche perdite delle aziende di credito italiane anche dopo la crisi del 2008.

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