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Vecchie tensioni e nuovi equilibri, l’impatto del coronavirus sui rapporti tra Cina Ue e Usa

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1) Cina e Covid19

• Molti osservatori hanno notato come la Cina e l’Occidente stiano sviluppando narrative diametralmente opposte a seguito della crisi Covid19. Anche tralasciando la teoria, per ora infondata, della nascita in vitro del nuovo coronavirus, è evidente che si diffonde sempre di più in Occidente l’idea che la Cina, per i suoi limiti strutturali, non possa essere un partner affidabile.

• La narrazione cinese enfatizza invece la debolezza dimostrata dai Paesi occidentali nell’affrontare la crisi. Si incentra anch’essa su considerazioni di natura sistemica. La democrazia, a differenza del socialismo, implica continue trattative e quindi impedisce di elaborare risposte efficaci alle emergenze (e anche di pianificare lo sviluppo oltre i termini imposti dai mandati).

• Entrambe le narrative sono semplificazioni errate. Ciò è dimostrato da un lato dal fatto che molte democrazie, a partire dall’Italia, hanno sofferto di una comunicazione, poco trasparente e subito la diffusione di fake news. Specularmente, sono numerose le democrazie che hanno reagito in modo tempestivo. Risposte efficienti si sono avute ad esempio in Germania, Corea del Sud, Giappone ed Israele.

• Le narrative incentrate sullo screditare i “modelli” altrui hanno ostacolato la nascita di un dibattito internazionale oggettivo e volto ad analizzare le misure poste dai diversi stati. In Europa, le APP di tracciamento obbligatorie, i passaporti sanitari, alcuni strumenti di controllo dei soggetti in quarantena sono tutti stati screditati come peculiarità dei sistemi paternalistici asiatici. In realtà, Paesi molto diversi tra loro come la Cina, Taiwan, la Corea del Sud e il Giappone sono tutti arrivati ad implementare queste tecnologie dopo affrontato numerose epidemie negli anni recenti, dalla SARS del 2003 alla MERS del 2015, solo per citare alcuni esempi. Gli strumenti adottati in Asia sono più avanzati, mentre l’Europa si è sostanzialmente affidata alle misure che nel 1919 vennero adottate contro la Spagnola.

• L’adozione di un approccio conflittuale verso la Cina non riduce solo la comunicazione, ma anche le opportunità di cooperazione con questo Paese. Ciò è in parte un limite dell’evoluzione recente del Partito Comunista Cinese. Incapace di rapportarsi anche alle critiche mansuete delle altre componenti della società cinese, adotta un atteggiamento marziale di intransigenza verso quelle, più pungenti, che provengono dall’estero. Allo stesso tempo, a partire dall’atteggiamento avuto da Trump verso l’OMS, la politica occidentale non ha fatto molto per tentare di stabilire tentativi di cooperazione mondiale e in particolare con la Cina. La ricerca del vaccino sta assumendo i contorni di una competizione per l’ottenimento di uno strumento di supremazia. Di strumenti come i passaporti sanitari volti a ripristinare la mobilità tra diverse aree del mondo, ancora non si parla. O almeno in Occidente. La Cina ha infatti già implementato un sistema regionale di passaporti sanitari volti a ripristinare gli spostamenti con i suoi principali partner commerciali: Corea del Sud e Giappone. Xi Jinping a inoltre annunciato che il vaccino Cinese sarà un bene pubblico globale. La mancanza di una visione e di leadership occidentale, secondo alcuni, potrebbe consentire alla Cina di ritagliarsi un definitivo ruolo di potenza egemone nel continente asiatico. Questo sta avvenendo lungo le direttrici della Belt and Road Initiative, nonostante i limiti oggettivi di cui l’iniziativa e l’ideologia nazionale cinese soffrono. Infatti, la Cina appare attualmente l’unica potenza in grado di assicurare lo svolgimento di strategie di lungo periodo, diversamente dagli USA, che sono sempre più divisi e l’UE che è sostanzialmente priva di una politica estera comune.

• L’idea secondo cui la lentezza della reazione delle autorità cinesi dipenderebbe dal modello di organizzazione statale in Cina è una riedizione della teoria, tradizionale nell’ambito del Washington consensus, secondo cui i sistemi socialisti sarebbero per definizione inefficienti. L’organizzazione piramidale delle strutture economiche e politiche creerebbe numerose strettoie, entro cui le informazioni rimangono intrappolate, o meglio trattenute da burocrati corrotti, senza poter raggiungere i vertici della catena decisionale. Il coronavirus sarebbe dunque figlio della stessa patologia che negli anni ’50 portò milioni di contadini cinesi a morire di fame, non per una carestia, ma per l’incapacità dello stato maoista di allocare correttamente le risorse.

• La perdita di fiducia nella Cina di cui parlano molti leader occidentali non è una perdita di fiducia nei leader cinesi (ad esempio, Trump continua ad ostentare di avere un rapporto personale privilegiato con Xi Jinping). E’ una perdita di fiducia nel modello cinese di sviluppo sociale ed economico, incentrato su un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini pilotato dall’alto, e non attraverso le istanze da questi provenienti attraverso libertà di associazione, di iniziativa economica individuale e di autonomia giuridica.

• La Cina è stata per anni descritta come un fenomeno principalmente economico. Si è a lungo ritenuto che il suo successo si sia verificato malgrado e non grazie al proprio sistema politico. Fino a pochi anni fa si riteneva inoltre che l’esposizione del pubblico cinese a prodotti, idee, servizi e contatti con il mondo occidentale, avrebbe necessariamente comportato l’emergere di istanze sociali che avrebbero infine scardinato il sistema socialista. La realtà si è rivelata più complessa. Il pubblico cinese ha preteso dal proprio governo un miglioramento delle condizioni materiali di vita ed una maggiore giustizia sociale. Ma questo non si è verificato (solo) attraverso lo strumento occidentale dell’attribuzione di prerogative individuali ai cittadini, bensì attraverso un miglioramento dell’efficienza delle iniziative pubbliche. L’emergere di questo nuovo, inedito tipo di società, sviluppata ma che non tende alla democrazia liberale, è invece dipinto dal governo cinese come l’evoluzione storica successiva alle decadenti democrazie occidentali.

2) Oltre le narrative: il legame tra Stato, partito ed economia in Cina.

• Al di là dello scontro tra narrative riguardo le origini e la gestione dell’epidemia COVID, esistono dunque forze strutturali nell’evoluzione della polity cinese che mettono in crisi i presupposti su cui l’Occidente aveva impostato i propri rapporti con la Cina. In particolare, l’approccio occidentale alla Cina basato sull’equazione “integrazione nel sistema di scambi internazionali – sviluppo economico – democratizzazione” si è rivelato illusorio. Perchè?

• Al fine di rispondere a questa domanda è necessario tener conto del legame tra politica e economia nel sistema cinese. La leadership cinese non è mai stata intenzionata ad iniziare un percorso di riforma del sistema politico. Tutt’altro, nel corso degli anni si è ingegnata a sviluppare nuove formule ideologiche volte a legittimare il ruolo guida del Partito Comunista Cinese (PCC) in un contesto di forte trasformazione economica e sociale.

• Sin dall’inizio della politica di riforma ed apertura, l’obiettivo di modernizzare sistema produttivo cinese, e con esso il tessuto sociale del paese, è sempre stato subordinato alla salvaguardia del ruolo guida del PCC, il primo dei “quattro principi cardinali” di Deng Xiaoping.Negli anni 90/2000, la teoria delle “Tre Rappresentanze” di Jiang Zemin (sviluppata da Wang Huning, l’attuale ideologo del Partito e uno dei sette membri del Comitato Centrale dell’Ufficio Politico), preconizzando l’allargamento della rappresentanza del Partito alle forze produttive e intellettuali del paese, ha favorito l’ingresso di imprenditori e altre figure di successo del paese (intellettuali, sportivi, scienziati) nel PCC. Oggi, il “Pensiero di Xi Jinping”, l’unica dottrina ad essere stata inserita nella costituzione del partito dai tempi di Deng, continua a mettere al primo posto la leadership del partito comunista su tutte le forme lavoro.

• Nei fatti, la volontà di controllo del Partito si è tradotta in una subordinazione degli obiettivi di sviluppo economico al mantenimento della stabilità politica intesa come salvaguardia del sistema socialista e del ruolo guida del PCC, peraltro ritenuto dalla leadership cinese un presupposto indispensabile allo sviluppo economico. Nel binomio riforma-apertura ci si è spesso concentrati sul primo aspetto, ma mantenere un controllo sull’apertura della Cina in alcuni settori chiave è stato essenziale al mantenimento della ‘stabilità’ del regime politico cinese.

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