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“La questione ambientale e le altre”*

di - 16 Marzo 2020
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*Lezione al Master dell’Ambiente
Facoltà di Giurisprudenza della
Università di Roma “La Sapienza”
21 febbraio 2020

Il problema ambientale urge, si fa drammatico. Per comprenderlo appieno e avviarlo a soluzione lo si deve considerare nei suoi stretti raccordi con almeno altre tre dimensioni dell’economia mondiale: produzione, instabilità, distribuzione.

A) L’uomo – faber – ha sempre manipolato, e spesso offeso, la natura: da caccia-raccolta alla rivoluzione neolitica, dalla schiavitù al feudalesimo al sistema mercantile, sino all’attuale economia di mercato capitalistica inaugurata dalla Rivoluzione Industriale inglese del XVIII secolo.
Oggi prevale nel mondo la produzione di merci: beni e servizi prodotti allo scopo di essere venduti sul mercato a prezzi eccedenti i costi, col massimo profitto. L’attività produttiva avviene presso imprese, gerarchicamente organizzate e controllate da chi detiene le risorse finanziarie che vi impiega per guadagnare. Il capitale non è più quello – circolante – del mercante, l’intermediario che comprava per rivendere, il market maker. E’ quello – fisso – incorporato in impianti e macchinari costruiti per produrre con maggiore efficienza. La produzione viene affidata a lavoratori i quali vendono il loro servizio per un salario. L’accumulazione di capitale e il progresso tecnico sono i motori della produttività e della crescita del reddito, la ragione dell’affermarsi di un tale modo di produzione.
Agli inizi dell’Ottocento (1820) il Pil pro capite annuo medio dell’umanità superava appena i 600 dollari di oggi: a mala pena un hamburger al giorno. In due secoli l’aumento è stimato in 13 volte. Ha sollevato dalla miseria e dalla fame, nel 2020, oltre i nove decimi di una popolazione mondiale esplosa nei due secoli da uno a 7,7 miliardi di persone. Non sorprende che il modo di produzione capace di tanto sia stato gradualmente accettato su scala planetaria.
Ma l’economia di mercato capitalistica violenta l’ambiente ben più gravemente dei modi di produzione che l’hanno preceduta. Ciò, per due motivi principali.
La crescita tumultuosa dell’attività produttiva è di per sé inquinante. Lo è per le fonti d’energia impiegate, per l’utilizzo dei beni di consumo e d’investimento prodotti, per i rifiuti, per l’occupazione e l’usura del suolo e dello spazio. Con il capitalismo moderno dagli inizi dell’Ottocento il Pil mondiale è aumentato in volume di quasi 100 volte. Duecento anni fa la componente industriale  del prodotto – particolarmente nociva dell’ambiente – non superava il 15%. E’ arrivata a sfiorare un picco del 35% alla fine del Novecento. Si è quindi attestata sull’attuale 27%, moltiplicandosi comunque di 180 volte rispetto al 1820.
L’altra ragione è che le imprese capitalistiche non calcolano nei costi le cosiddette “esternalità negative”: i danni che per produrre esse infliggono, senza compensarli, a soggetti esterni non impegnati nella produzione. I profitti risultano in tal modo esaltati e così le produzioni inquinanti, la cui domanda non è frenata da prezzi che sarebbero più elevati per coprire i costi esterni, oltre a quelli interni. Nella logica del profitto capitalistico viene a mancare il servofreno automatico del maggior costo e del più elevato prezzo.
La carenza di politiche a tutela dell’ambiente, coordinate fra le nazioni, non ha finora posto limiti alle ripercussioni negative di questi due fattori: la crescita e le esternalità.

B) Il danno ambientale più grave, presente e futuro, è il cambiamento climatico. Altri danni, come quelli derivanti dal mancato smaltimento dei rifiuti, sono tendenzialmente circoscritti alle zone che li generano. Il riscaldamento della terra e il cambiamento climatico che ne consegue minacciano il pianeta, quindi l’intero genero umano.
La sequenza è: produzione; uso di energia fossile (legno, carbone, petrolio); emissione di gas come Co2 e metano; concentrazione e permanenza di questi gas nell’atmosfera; riscaldamento del pianeta; mutazioni climatiche.
L’energia inquinante è tuttora pari al 90% dell’energia totale.
Negli ultimi cento anni le emissioni nocive sono salite di 20 volte, o del 2,5% l’anno, anche se meno del Pil (grazie a economie nelle fonti energetiche, ricorso a fonti non fossili, produzione più terziaria che industriale e agricola).
La concentrazione dei gas-serra negli ultimi 50 anni è salita da 315 a oltre 390 p.p.m., dopo aver oscillato per milioni di anni fra 190 e 280 p.p.m. . Crescendo dello 0,4% l’anno in soli 175 anni arriverebbe a 800 p.p.m.!
L’effetto serra provocato dalla concentrazione dei gas come una sorta di “coperta” impedisce il rilancio verso il sole del calore che la terra riceve dal sole. La temperatura media è quindi aumentata di un grado nell’ultimo secolo (da 13 a 14 gradi). L’incremento potrebbe arrivare nel 2100 a 3,5 gradi, fino a un massimo di 4 gradi.
Al di là delle stime e delle previsioni offerte dai diversi modelli, sul piano scientifico la tendenza è chiara. Le conseguenze sarebbero disastrose, per il pianeta e per il genere umano. Fra esse:

  • scioglimento dei ghiacci, inondazioni, calo delle risorse idriche;
  • minori rese agricole, soprattutto in Africa, e scarsità di cibo;
  • mortalità da malnutrizione, colpi di calore, malaria, febbre tropicale;
  • innalzamento dei mari (fino a 60 centimetri in questo secolo), con vittime e distruzioni da alluvioni;
  • scomparsa dal 15 al 40% delle specie animali;
  • acidificazione degli oceani e crollo delle risorse ittiche;
  • uragani e maremoti devastanti.

La discontinuità con cui questi fenomeni si determineranno rappresenta un ulteriore elemento di complicazione, potendo anche alimentare la minimizzazione del problema: se nevica a Washington il presidente degli Stati Uniti schernisce i  “catastrofisti” del riscaldamento …

C) Si può evitare tutto ciò? Si può disinquinare il pianeta e prevenire l’ulteriore cambiamento climatico?
La risposta è positiva, in punto sia di strumenti sia di risorse.
Gli strumenti vanno da i) obblighi e divieti (“chi inquina paga”) a ii) tassazione dell’uso delle fonti energetiche inquinanti a iii) emissione di permessi di inquinare a pagamento, posti all’asta fra le imprese entro un inquinamento totale tollerabile. L’indicazione generale consiste nell’internalizzare le esternalità negative, facendole rientrare nel calcolo dei costi e del profitto capitalistico. Così attivato, il meccanismo dei prezzi relativi proprio di un’economia di mercato orienterebbe la composizione della domanda, la struttura dell’offerta, la scelta delle tecniche e la combinazione dei fattori verso i consumi e le produzioni meno inquinanti. Le tecnologie per una green economy sono ampiamente disponibili, l’automobile elettrica essendo solo un esempio già pervenuto all’opinione pubblica.

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