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La via della crescita

di - 31 maggio 2018
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Nonostante progressi recenti la condizione di debolezza dell’economia italiana permane[1]. È molto preoccupante. Una delle economie più vivaci del dopoguerra ha perso smalto, ristagna, vegeta. Il peso dell’Italia sul Pil mondiale è sceso su valori quasi irrilevanti, l’1,8%. L’insicurezza economica dei cittadini è fra le matrici della sfiducia nella politica, dell’assenteismo, del voto di protesta. Il 4 marzo rischia di sfociare in un governo che non riscuote consensi da parte del Mondo, dell’Europa, dei mercati finanziari.

L’economia era in tendenziale rallentamento già prima della doppia recessione fra il 2008 e il 2013. Nel 1982-1992 il Pil era cresciuto del 2,5% l’anno, mentre l’inflazione diminuiva grazie alla politica monetaria e del cambio attuata dalla Banca d’Italia di Ciampi, amico di Giorgio Fuà. Nel settembre del 1992 e nella primavera del 1995 una duplice crisi della lira, causata da una finanza pubblica fuori controllo, ebbe ripercussioni pesantemente negative sull’attività economica. Nell’intero quindicennio 1993-2007 l’incremento medio del Pil si ridusse all’1,5% l’anno. Seguì il tonfo recessivo, in periodi di pace il più profondo dal tempo di Cavour: nel 2008-2014 il Pil è crollato del 10%, gli investimenti del 30%.

Sul finire del 2014 ha preso avvio un recupero ciclico, ma tardivo e parziale. Nel 2014-2017 l’incremento medio del Pil non ha raggiunto l’1% l’anno. L’attuale livello del prodotto resta del 5,7% inferiore all’ormai antico picco storico del 2007. Cumulato in un decennio, il reddito nazionale dissipato rispetto al livello di allora si aggira già sui mille miliardi di euro. Il recupero ciclico è più da consumi che da investimenti e da esportazioni nette; il suo ritmo è giunto a superare di poco l’1% l’anno; sta già scemando dallo 0,4% congiunturale toccato nel terzo trimestre del 2017; anche per le attuali incertezze politiche la previsione per il 2018-2019 non vede un’accelerazione, semmai un rallentamento. È vero che le esportazioni si sono riprese più rapidamente del Pil e degli investimenti e travalicano del 13% le quantità di dieci anni prima. Ma la loro espansione è stata in linea col commercio mondiale, non è derivata da guadagni di competitività di prezzo dei manufatti, è dipesa anche dalla bassa domanda interna.

È risultato pernicioso il taglio degli investimenti pubblici che governi ed enti locali hanno attuato: da 54 miliardi nel 2009 a quasi 30 nel 2017, soprattutto nel Mezzogiorno. Se vi fosse domanda effettiva il prodotto aumenterebbe di più. Risorse e capacità produttiva restano infatti sottoutilizzate. Lo provano l’avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti e l’eccesso d’offerta di lavoro. L’avanzo sfiora il 3% del prodotto. Essendo dal 2010 invariata la competitività, l’avanzo è il mero riflesso del vuoto d’investimento rispetto al risparmio. La disoccupazione è all’11% (20% al Sud, raccapricciante); un terzo dei giovani è disoccupato e non pochi emigrano; buona parte dell’occupazione è sussidiata dallo Stato, precaria, mediocre nelle mansioni e nel salario; i poveri aumentano, a cinque milioni; le città pullulano di mendicanti, italiani e immigrati che non trovano lavoro.

Ma anche se la bava di recupero ciclico montasse, non v’è crescita. La ripresa non va confusa con la crescita, a cui non si è collegata. Sono spenti da lustri i due fondamentali motori dello sviluppo di trend: l’accumulazione di capitale e l’innovazione, di prodotto e di processo.

Nel 1969-1985 lo stock di capitale non residenziale era cresciuto del 7% l’anno, nonostante le turbolenze salariali, petrolifere, di finanza pubblica. Nel 1992-2009 era aumentato solo del 2% l’anno. Dal 2010 al 2017 è addirittura diminuito in valore assoluto, cumulativamente quasi del 10%! Neanche attraverso la loro blanda ripresa del 2015-2017 gli investimenti fissi lordi sono bastati a compensare il logorio fisico e l’obsolescenza tecnologica degli impianti e macchinari esistenti: per l’ammortamento sarebbero occorsi 80/100 miliardi in più.

La produttività totale dei fattori – che statisticamente approssima innovazione e progresso tecnico – è stata stagnante sin dal 1992, con anticipo di anni rispetto al crollo ciclico del 2008-2014, di conseguenza accentuandolo. In lunghe fasi la produttività totale dei fattori è addirittura diminuita: i produttori italiani – in media, fra apprezzabili eccezioni – sono riusciti nell’intrapresa, improbabile in un’economia capitalistica, di produrre di meno con le stesse risorse.
Quindi sono contemporaneamente crollate sia la domanda globale sia l’offerta globale: un disastro! La caduta è stata di simile entità, e quindi solo il caso ha evitato tanto l’inflazione quanto la deflazione dei prezzi.
Non mi diffondo sulla storia dettagliata e sulle diverse cause del disastro. Mi concentro su se e come può essere superato.
Affinché si ritrovi la via della crescita occorre il concorso sinergico di almeno sette sviluppi nella politica economica e istituzionale, interna ed europea: eventi che contemporaneamente sostengano la domanda globale e promuovano la produttività.

1. Il disavanzo di bilancio andrebbe azzerato, e quindi il debito pubblico bloccato. L’equilibrio non è lontano. Secondo il FMI il disavanzo è già sceso, anche al netto del ciclo, all’1,5% del prodotto: al disotto della media delle Major Advanced Economies (-3,3%) e segnatamente di Stati Uniti (-4,6%), Giappone (-4,0%), Regno Unito (-2,2%), sugli stessi valori di Francia e Canada. Come procedere? Occorrono una severa revisione, politica e non solo tecnica, delle spese correnti (trasferimenti vari, appalti e forniture, gonfiati da inefficienze, corruzione, sottoutilizzo del potere monopsonistico della PA); un colpo duro inferto all’evasione (secondo proposte quali quelle di Vincenzo Visco); il ritorno stesso alla crescita. La spesa pubblica aggredibile è dell’ordine del 15% del Pil (250 miliardi), l’evasione è da alcuni anni in aumento verso i 150 miliardi (9% del Pil). Da un quarto del prodotto, la classe politica dovrebbe poter ottenere i due punti percentuali necessari a pareggiare i conti pubblici. Potranno così evitarsi una rinnovata crisi del debito pubblico e un nuovo rialzo dei tassi d’interesse interni rispetto a livelli internazionali ed europei destinati ad aumentare dai bassi livelli degli ultimi anni.

2. Gli investimenti in opere pubbliche, in infrastrutture, costituiscono l’unica misura di bilancio capace di sostenere tanto la domanda quanto la produttività. In particolare il moltiplicatore della domanda è di circa 1,5, doppio rispetto al moltiplicatore dei consumi pubblici, dei trasferimenti, della detassazione. La ragione è che gli investimenti pubblici trascinano non solo i consumi, ma anche gli investimenti privati, resi convenienti dalle migliori infrastrutture e opere pubbliche. Sono da riportare dal 2 a oltre il 3% del Pil pianificandone per tempo la migliore attuazione secondo una precisa scala di priorità dettata da scelte politiche. Le priorità vanno infatti riferite sia alle esigenze dell’economia (domanda globale, produttività) sia alle esigenze della società civile (messa in sicurezza del territorio, sanità, istruzione, amministrazione, giustizia) e le due esigenze di rado coincidono. Gli investimenti pubblici in larga misura si autofinanziano. Dato il moltiplicatore, un punto di Pil per investimento pubblico ceteris paribus determinerebbe nel volgere di un biennio un incremento dell’1,5% del Pil e per questa via – assumendo una elasticità/reddito pari a circa 0,5 del saldo di bilancio rispetto al Pil – un maggior gettito e una riduzione di altre spese che compenserebbe per tre quarti l’uscita per l’investimento iniziale.

Note

1.  Questa è la traccia della lectio magistralis tenuta all’ISTAO di Ancona il 14 maggio 2018.

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