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Brexit: un disastro voluto.

di - 14 febbraio 2018
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La Brexit incombe oggi sul Regno Unito come un imminente disastro naturale, come un uragano che s’avvicina, come i tremori che precedono un terremoto, o come un vulcano fumante. Eppure, non è un disastro naturale, è interamente creato dall’uomo. Se ne conosce ormai la data. Quella metà dell’elettorato britannico che ha votato per abbandonare l’U.E. avrà, per quella data (marzo 2019), un’idea, seppure incompleta, di che cosa il suo voto significherà per il paese di cui ha voluto ‘riappropriarsi’. Quell’altra metà, che ha votato per rimanere nell’Unione, intende certamente meglio le dimensioni probabili del disastro, ma la sua capacità di affrontarlo è limitata. E’ certo che la Gran Bretagna sta sull’orlo di un disastro ‘non naturale’. Ma cosa diversa è come affrontare il dopo.
Il problema di fronte al quale si trovano entrambi gli schieramenti, dopo mesi di negoziati governativi e di preparativi condotti in tutta segretezza, è l’assenza di un quadro chiaro di cio’ che accadrà nella fase di transizione dopo il 2019, o della probabile configurazione dell’accordo definitivo, forse due o tre anni dopo. Siccome il cambiamento coinvolge le stesse fondamenta costituzionali, giuridiche ed economiche del paese, la mancanza di un chiaro programma da presentare ai cittadini britannici è una parodia di quel processo democratico attraverso cui l’uscita dall’Europa sarebbe dovuta avvenire. Il parlamento britannico, recentemente, ha conquistato solo per un minimo margine il diritto di esprimersi sui termini dell’accordo definitivo. Se questo minimo margine non fosse stato raggiunto, neppure il parlamento avrebbe avuto il diritto di intromettersi in quello che dovrebbe essere un processo aperto e democratico.
Nel R.U. larga parte del dibattito si è concentrata sulle conseguenze economiche della Brexit. All’inizio, la campagna organizzata da coloro che volevano l’uscita dall’Unione faceva intendere che sarebbero emersi larghi avanzi di bilancio per alleviare le difficoltà del Sistema sanitario nazionale, o che la famiglia media del R.U. avrebbe tratto benefici per centinaia di sterline dal fatto di non dover piu’ pagare le tasse derivanti dall’appartenenza al Mercato unico. Entrambe le affermazioni si sono rivelate pretestuose. Si stima adesso che il costo di abbandonare l’Unione ammonti a non meno di 60 miliardi di sterline. E le famiglie si accorgeranno che le loro tasse non scenderanno, poiché’ lo stato dovrà supplire ai vuoti in precedenza coperti dai generosi sussidi dell’Unione o dai programmi d’investimento regionali. Date le prospettive di una crescente inflazione, già visibili nelle tendenze correnti, il costo reale per le famiglie dei prodotti alimentari e di altre merci importate salirà, forse in modo sostanziale. L’andamento dell’economia dipenderà molto dal genere di accordo che Theresa May riuscirà a raggiungere con i partners europei, ma sembra assai improbabile che lasciare l’Europa migliorerà la situazione dei consumatori del R.U.
Ma la questione economica va ben oltre il prezzo dei generi alimentari o i risparmi sui contributi dovuti dal R.U. all’Europa. La Gran Bretagna dovrà ridisegnare le proprie relazioni commerciali e finanziarie con il resto del mondo, e non vi è motivo di pensare che si tratterà di un processo facile o automatico. Il nostro paese è stato parte dell’Europa per un tempo assai lungo, mentre, a livello internazionale, si verificavano fondamentali cambiamenti nella configurazione dei mercati e dei commerci. Le relazioni commerciali con gli Stati Uniti si sono nel frattempo ridotte, e il presidente Trump ha già reso chiaro che non ci saranno facili accordi né con la Gran Bretagna né con altri paesi terzi. E’ una semplice fantasticheria pensare che i mercati verso i quali i nostri esportatori hanno sinora avuto un accesso limitato o inesistente si apriranno improvvisamente ai nostri beni e servizi. Forse, l’abbandono dell’Europa spingerà subito i nostri imprenditori a essere piu’ innovativi o piu’ attenti al marketing dei loro prodotti, ma questa è nel migliore dei casi pura speculazione. I fatti dicono che la Gran Bretagna resterà un paese piccolo, anche se benestante, e dovrà affrontare un ordine economico globale estremamente competitivo, nel quale dovrà destreggiarsi con abilità e diplomazia.
Anche la struttura dell’economia britannica è cambiata profondamente. Il settore manifatturiero fornisce solo una piccola frazione del prodotto nazionale – intorno al 16% – mentre i servizi e in genere il settore terziario predominano. L’agricoltura del R.U. è adesso strettamente legata all’Europa: circa i quattro quinti delle sue esportazioni vanno a economie di altri paesi europei. In conseguenza della Brexit l’agricoltura dovrà affrontare sfide eccezionali per la sua stessa sopravvivenza (è questa un’ironia, considerato che le aree più rurali hanno votato in maggioranza per lasciare l’Unione). I prodotti manifatturieri continueranno a essere importati a costi crescenti; l’idea di una reindustrializzazione della Gran Bretagna, che è stata prospettata come conseguenza della Brexit, non è assolutamente convincente. Ciò che in effetti rimane è un grande, e attualmente profittevole, settore dei servizi, ma anche in questo caso il nostro paese ha tratto beneficio agendo come una sorta di clearing-house tra la finanza mondiale e l’area dell’euro. Se il R.U. lascia l’Europa, gli operatori internazionali cercheranno inevitabilmente altri punti d’ingresso nell’Unione europea. Ci sono buone probabilità che si ripeta la crisi della sterlina degli anni ’90, poiché la speculazione cercherà di sfruttare a proprio vantaggio i cambiamenti strutturali provocati dalla Brexit. Le economie moderne sono in grado di affrontare recessioni e crisi, ma questa è una crisi molto diversa, poiché comporta un’improvvisa rottura di certi legami istituzionali e commerciali ben consolidati, senza alcuna certezza che da essa risulterà nel breve termine una struttura nuova ed efficiente.
C’è poi il problema della disponibilità di forza lavoro.  Ormai da anni il R.U. ha raggiunto livelli di disoccupazione più bassi che nel resto d’Europa, ha anzi ampliato i propri livelli d’occupazione complessiva. Ciò ha significato affidarsi in modo crescente a lavoratori provenienti da altri paesi europei, in particolare nei settori dei servizi, della salute e delle costruzioni. Si stima che a Londra più di due terzi della mano d’opera nel settore delle costruzioni provenga da altri paesi europei. Il Servizio sanitario nazionale si basa molto sull’apporto di personale medico, ostetrico e infermieristico non inglese. Non vi sono ancora indicazioni chiare circa il se e come il governo rispetterà l’attuale occupazione nel R.U. di persone di altri paesi europei, ma di certo il loro afflusso s’inaridirà. Parte dell’argomentazione dei sostenitori della Brexit – costantemente sottolineata dalla stampa popolare pro-Brexit – è che gli ‘europei’ sottraggono lavoro ai lavoratori inglesi. Ma questo non è vero. Il residuo di disoccupazione che permane in Gran Bretagna è il risultato di troppi lavoratori non specializzati: persone che non hanno addestramento, né sono idonei ad averlo, né lo cercano. Non c’è un ampio bacino di lavoratori inglesi che possa rimpiazzare la quantità, attualmente assai grande, di lavoratori reclutati da altri paesi europei. Coloro che già lavorano qui potranno forse ottenere uno status speciale – si è molto discusso circa la possibilità di dotarli di carte d’identità, che i cittadini britannici non sono obbligati ad avere – ma già in decine di migliaia stanno tornando a casa, nell’incertezza sul loro futuro in una Gran Bretagna uscita dall’Unione.
Queste incertezze derivano in parte dalla campagna xenofobica dei sostenitori della Brexit, che ha giocato sulla consueta sfiducia per gli ‘stranieri’ e sul carattere peculiare della tradizione costituzionale e democratica inglese, la quale, si afferma, mal si adatta alle ‘regole di Bruxelles’. Ma c’è anche un aspetto piu’ sgradevole di questa xenofobia, che è sfruttato da piccoli gruppi marginali di ultranazionalisti, i quali non sono riluttanti a usare intimidazioni e violenza, come nel caso dell’assassinio della parlamentare laburista Jo Cox un paio d’anni fa.

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