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Declino della ragione e diritto amministrativo delle generazioni future*

di - 14 Novembre 2017
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La connessione fra umani, per le modalità in cui avviene sulla Rete (che propone incontri di soggetti simili fra loro in un rinvio narcisistico senza fine) rischia di rafforzare ciascuno nelle proprie convinzioni irrazionali ed è degno di nota che talvolta nemmeno l’intervento di scienziati volto a smontare pregiudizi (ad es. in tema di vaccini, pur rischiosi, ma certo indispensabili per la tutela della salute pubblica) riesca a ricondurre il dibattito pubblico su piani di razionalità e moderazione, dominati da genuino spirito scientifico (che deve sempre far inclinare al dubbio al fine di cercare le soluzioni più equilibrate).

Nello stesso spirito si può ritenere che chi non legge alcun libro se ne possa vantare e sia più libero di chi lo legge, poiché la vita di chi legge è condizionata dal pensiero di chi ha scritto in passato ed impedisce la formazione di esperienze autentiche di vita nel presente (qui il romanticismo, ossia la ricerca dell’autentico, divorzia dal culto del passato e sposa la dimensione del nudo presente).
Nella stessa ottica di esaltata trasformazione si sviluppa una sincera (ed in parte anche benefica) avversione per ogni forma di segreto, che (pure essendo eccezionale in democrazia e dovendo essere temporaneo e di non lunga durata) talvolta può essere necessario, ed una diffidenza per ogni forma di sapere e di potere (visti come strutture verticali e fonte di diseguaglianza), mentre il problema è come rendere il più possibile aperti ed inclusivi sapere e potere, non come superarli in nome dell’ignoranza.
In questo spirito di trasparenza – operante ormai quasi su un piano mitologico e prerazionale – si può decidere, con mossa ben calcolata, di de-secretare atti su vicende storiche passate nell’intento di apparire vicini al popolo e non inclini a mantenere segreti sull’esercizio del potere (magari in momenti in cui inchieste del potere giudiziario possono rivelare segreti imbarazzanti per chi decide, con abile “mossa del cavallo”, a guisa di scacchista, di de-secretare atti del passato come arma di distrazione di massa).
La ricerca del consenso non ha fine e si manifesta come un’eterna rincorsa dell’opinione dominante nel pubblico.
La trasparenza rende tutto possibile e dissolve la realtà anche la solidità del pensiero; il resto lo fa la vicinanza indotta dalla rete globale, alla quale accedono esseri umani molto differenti fra loro “What is ‘real’ to a Tibetan monk may not be ‘real’ to an American businessman”; la rete è il luogo del relativismo senza confini, aperto ad infinite manipolazioni.
In sintesi:

1. Il mondo di Internet tende a superare le biblioteche ed i musei (con ciò mette a rischio di banalizzazione il pensiero e l’arte che già Benjamin voleva infinitamente riproducibili nell’età della tecnica).
2. Tende anche a dissolvere ogni forma di segreto e riservatezza (con pretesa di messa a nudo di ogni forma di vita e potere legale e con rischio di vittoria dei poteri informali che invece si nascondono e reclamano la messa a nudo degli altri; su ciò è esemplare e vertiginoso quanto narrato da Franzen in Purity, echeggiando vicende come quella di Snowden, in una vertigine inquietante di accadimenti, ove la trasparenza appare emblematicamente fondata sul segreto più nascosto[3]).
3. Infine, al di là di ciò, tende a superare ogni sensazione di verticalità legata al possesso di sapere e potere ed ogni culto del passato e della filologia, appiattendo tutto in un eterno presente.

In conclusione Internet tende a schiacciare la conoscenza sul presente e rende il pubblico preda di emozioni e credenze irrazionali, denudando le vite di chi cede informazioni alla Rete.
In questo mondo irreale ben potrà sostenersi – come fa la Presidenza americana – che i cambiamenti climatici sono un’invenzione degli scienziati e ben sarà difficoltoso, se l’umore dell’elettorato democratico non lo volesse (non dimentichiamoci che in Italia l’elettorato spesso reclama nuovi e cospicui condoni ambientali, salvo a scoprire di aver creato poi condizioni per drammatici disastri), far valere nell’interesse delle generazioni future nuove forme di rigida regolamentazione delle attività economiche (specie ove esse possano apparire costose in termini di decrescita ed abbandono di stili di vita consolidati, e si pensi ai rischi – tutti da monitorare – insiti nella ricerca delle energie estreme, ricerca essenziale per mantenere in vita il più a lungo possibile la civiltà basata sul fossile).
In un mondo siffatto il conflitto verbale è confinato sulla rete, quello reale (costituzionalmente regolato artt. 39, 40, 49 Cost.) è demonizzato nell’interesse del dominio della tecnica: tempi duri per i pensatori del ressentiment da Marx a Nietzsche, da Dostoevskij a Baudelaire; si vive immersi nell’irrealtà, ma la dura realtà dei reali rapporti di potere sembra definitivamente scomparsa dall’orizzonte, come ogni prospettiva di umano cambiamento.
Una tirannia dell’eterno presente, dominato da una tecnica impersonale ed uniforme (senza alcun centro, beninteso).
Sloterdijk – il teorico delle Sfere – parla di gestione tecnica del parco umano[4] e descrive le tendenze della nuova oggettività tecnologica, che appiattiscono il mondo in un eterno presente, superando le ansie e le speranze di cambiamento del Novecento (esemplificate dal pensiero dei maestri del sospetto, e che pure hanno prodotto sanguinose conseguenze nelle guerre mondiali).
In una linea non dissimile appare collocarsi il pensiero di Emanuele Severino.
Le amministrazioni indipendenti degli anni novanta del secolo scorso appaiono invecchiate di fronte a questi velocissimi cambiamenti della tecnica.
Non parliamo poi della democrazia rappresentativa – sorta nel Sette-Ottocento – la cui crisi è sotto gli occhi di tutti.
Forse anche noi non ci sentiamo troppo bene (come Marx, Groucho però).
Ed il futuro?
Non è necessariamente fosco. C’è anche chi lo dipinge come gravido di opportunità (Harari)[5].
Pare affidato alla tecnica, dominata da poteri privati e regolata dal solo diritto privato. La politica deperisce e si trasforma in rincorsa del consenso delle generazioni presenti.
Ma questo il giurista sa che non può bastare.
I problemi che abbiamo di fronte richiedono ampiezza di visione e prospettiva e costruzione di nuove realtà istituzionali all’altezza dei problemi che abbiamo di fronte.
Il diritto non è solo attribuzione del bene spettante a ciascuno ma ha incorporato anche la dimensione della cura, nelle organizzazioni pubbliche, nei gruppi sociali, nelle comunità.
Gli interessi di chi verrà dopo di noi non sono rappresentati nella dinamica politica ottocentesca e novecentesca.

Note

3.  Purity Tyler non sa quasi nulla del suo passato: non conosce l’identità di suo padre e non sa perché sua madre sia una persona fragile e un po’ squinternata. Andreas Wolf, per dimenticare e far dimenticare il suo passato, ha messo in piedi un colosso di informazioni illegalmente divulgate, il Sunlight Project. Quando le loro strade si incrociano, i segreti minacciano di esplodere e la forza degli ideali comincia a vacillare in una vertigine veritativa che collassa nel finale.

4.  P. Sloterdijk Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger. Milano 2004. Tutti i processi di acculturazione sono processi di de-animalizzazione dell’uomo (di domesticazione dell’essere) ma essi contengono anche pericoli regressivi (di gestione dell’umanità alla stregua di un giardino zoologico, in una prospettiva oggettivistica ed antiumanistica).
Cosa sta accadendo ora? Questo si chiede il filosofo. Tutto ciò che Sloterdijk descrive porta all’evento che stiamo vivendo, cioè la scomparsa della “casa dell’essere” (il termine è heideggeriano: nella Lettera sull’umanismo Heidegger, andando al di là della sua preferenza per la relazione tra l’essere e il tempo, ci dà, malgré lui, la parola-chiave del passaggio dall’ambiente al mondo: la casa dell’essere, l’esistenza come abitare).
Il mondo attuale appare sempre più inospitale.
Il progresso della tecnica non appare più addomesticabile (né semplicemente “trasponibile” in linguaggio razionale). Cresce l’estensione dell’estraneo e dell’inabitabile. È ciò che Heidegger ha chiamato l’assenza di patria, la spaesatezza, ma anche il compimento della metafisica.
“Quando Dolly bela lo spirito non è in patria, a casa, presso di sé” (p. 169). Inoltre le macchine intelligenti attestano che lo spirito è confinato all’interno delle cose. Sta venendo meno la distinzione metafisica tra natura e cultura. Per pensare quest’evento, secondo Sloterdijk, c’è bisogno di una nuova logica e di una nuova ontologia (vedi p. 172 sgg.).
La previsione a cui egli giunge, che è anche una provvisoria conclusione delle sue argomentazioni, è la seguente: fermo restando che la Lichtung (il rischiaramento heideggeriano il mondo della sfera, della cultura) non è pensabile senza la sua origine tecnogena, “la plasticità umana rimane una realtà fondamentale e un compito inevitabile” (p. 177). Allora, ciò che può “salvarci” è ancora la tecnica, quella che è già apparsa, che ha già cominciato ad operare grazie alle tecnologie intelligenti. È la tecnica che Sloterdijk chiama “omeotecnica”. Essa, in contrapposizione alla vecchia [allo]tecnica (conducente alla politica come gestione del parco umano), è descritta come una tecnica capace di utilizzare le cose senza far violenza ad esse. Tale omeotecnica, che si è annunciata, sottolinea Sloterdijk, sotto i nomi di ecologia e di teoria della complessità, non è un dover-essere, ma già una realtà.

5.  Y. N. Harari Homo deus, Milano 2016.

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