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Troppa variabilità nelle performance ospedaliere: ritorniamo sui banchi di scuola?

di - 18 Luglio 2013
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Due, quindi, sono gli obiettivi del nostro S.S.N.: tassazione generale per garantire un accesso equo e regolazione del mercato per garantire standard adeguati sull’intero territorio nazionale. La spesa patologica crea una crepa nel primo obiettivo ma è prima di tutto sintomatica di falle nel secondo. Il rapporto della WHO andava probabilmente letto in questo modo. Quelle falle, a distanza di tredici anni, le vediamo tutte, soprattutto nella misura di quel livello generale di performance che il DALE non era in grado e non intendeva registrare. Grazie all’implementazione del Programma Nazionale Esiti (PNE) è stata, infatti, introdotta in Italia la valutazione sistematica degli esiti dei trattamenti e degli interventi sanitari, ovvero la misurazione dei risultati delle prestazioni sanitarie erogate a livello di singola struttura ospedaliera e a livello di Asl.[2] La fotografia che PNE riporta del nostro Paese non è certamente premiante nei confronti della performance del nostro sistema sanitario, per responsabilità dei singoli ospedali sì, ma anche e in primo luogo di chi per noi è chiamato a svolgere le funzioni di committenza e tutela. Al di là degli scoop di grande appeal che tanto piacciono a stampa e a opinione pubblica e fondamentalmente orientanti a stilare classifiche dei “buoni” e dei “cattivi”, ciò che dovrebbe far riflettere è la fortissima variabilità registrata da PNE nella qualità delle prestazioni, non solo e non tanto a livello inter-regionale, ma soprattutto intra-regionale. In altre parole, se la bassa qualità non dovrebbe essere tollerata, dovrebbe esserlo ancora meno quando si hanno differenze significative tra strutture che sono a poca distanza l’una dall’altra e insistono sulla medesima popolazione. Si tratta di un’eterogeneità che va ben oltre il noto e irrisolto squilibrio nord-sud e che mette in discussione nel profondo le politiche nazionali e regionali, laddove le prime sono chiamate a garantire uniformità e le altre, secondo lo schema del rapporto di agenzia, ad acquistare per noi i servizi “migliori” presso quelle strutture che sono effettivamente in grado di offrirli.

Pochi esempi sono sufficienti a chiarire quanto questa eterogeneità abbia raggiunto livelli di drammaticità.

L’immagine qui di seguito mostra la variabilità nazionale nella proporzione di interventi che avvengono entro le 48 ore dalla frattura del collo del femore in pazienti over 65: in base alle evidenze internazionali pubblicate più recentemente, ritardi nell’esecuzione di questa operazione chirurgica sono associati a un aumento del rischio di mortalità a breve e a lungo termine e di complicanze post-operatorie.

 

Fig 1: Variabilità nazionale nella proporzione di interventi per frattura del femore operati entro 48h _ fonte sito web pne http://151.1.149.72/pne11_new/

F1

Si tratta di un trattamento essenzialmente chirurgico, in relazione al quale la riduzione della degenza pre-operatoria può dipendere ampiamente da un’ottimizzazione di risorse e spazi e rispetto al quale il management (anche middle) dell’ospedale ha un ampio margine di azione.

Al di là della media nazionale del 33%, già di per sé difficile da giustificare, è impressionante come ci siano strutture italiane in grado di operare la quasi totalità dei pazienti entro due giorni dall’evento frattura ed altre che non garantiscono entro le 48 ore neppure una percentuale irrisoria di interventi. Considerazioni analoghe possono essere fatte riguardo l’evento nascita.

Note

2.  L’edizione 2012 del progetto (basata su dati SDO 2011) è consultabile mediante accesso al sito web dedicato http://151.1.149.72/pne11_new/

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