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Food Security e uso della terra nell’era della globalizzazione: prezzi e speculazione

di - 15 Dicembre 2012
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Per assicurare la quantità di cibo necessaria per una vita attiva e sana chiaramente la produzione deve crescere, il che può avvenire tramite l’espansione dei suoli destinati a coltivazioni agricole e tramite incrementi di efficienza nella produzione. Sebbene la Fao stessa dichiari che le prospettive per tali incrementi siano piuttosto buone, riteniamo che lo scenario non sia affatto di questo tipo quando si consideri l’uso della terra in una prospettiva globale. Gli usi della terra, (agricolo, forestale, per abitazioni, per infrastrutture, ecc.) e le connesse scelte per aumentarne la produttività, come il ricorso all’uso di fertilizzanti, di anticrittogamici, all’irrigazione ecc., hanno impatti di lungo periodo i cui costi sono ben superiori ai benefici immediati dati dall’espansione della produzione. Vi è qui un evidente trade-off tra gli effetti di breve periodo e quelli di medio-lungo sicchè l’intento apparentemente benefico di aumentare la produzione per assicurare una quantità di cibo sufficiente per una vita attiva confligge macroscopicamente con l’obiettivo di sostenibilità di medio lungo periodo in quanto riduce la quantità di risorse naturali disponibili e ne peggiora la qualità. I territori che cambiano destinazione sotto la pressione alimentare di origine demografica, e che per esempio da forestali diventano agricoli, perdono la loro funzione positiva di regolatori del clima così come di protezione dagli effetti di dilavamento, frane e alluvioni. Allo stesso modo i fertilizzanti chimici inquinano le falde acquifere tramite la penetrazione di sostanze non degradabili in modo naturale attraverso il filtraggio del terreno e gli anticrittogamici uccidendo i parassiti, la cui provata crescente resistenza richiede insostenibile dosi crescenti di prodotto, uccidono anche innocui insetti se non addirittura alcuni “utilissimi”, come le api[10].
La questione fondamentale è perciò quella di guardare all’uso della terra in una prospettiva globale perché è l’uso complessivo che risulta dalle decisioni dei singoli stati e al loro interno dei singoli individui o gruppi di individui, che impatta sulla quantità e qualità di risorse naturali disponibili. In ultima analisi, come ben sapevano gli economisti classici, è la terra che rappresenta la dotazione di capitale naturale o come più modernamente appare nell’impronta ecologica di Wackernagell-Rees[11], è la terra che supporta lo stile di vita di ciascun abitante. Con il crescere della popolazione e l’evolversi dei sistemi economici e degli stili di vita, sempre maggiori quantità di terra cambiano destinazione in risposta alla crescente domanda per usi commerciali e, non sorprendentemente, tali usi sono sempre quelli a prezzo più alto. Queste scelte possono evidentemente essere anche ottime per i soggetti direttamente coinvolti nella transazione commerciale ma non lo sono, in generale, per la collettività nel suo insieme. Così l’uso forestale cede sempre di fronte a quello agricolo e, quest’ultimo cede di fronte ai biocarburanti, mentre i parchi, il verde pubblico cede sempre di fronte all’edilizia: i prezzi della terra non riflettono il suo valore ma gli interessi di coloro che hanno maggiore voce nel meccanismo politico-istituzionale moderno. Volendo cercare di superare questa sconfortante realtà possiamo considerare il punto di vista della National Academy of Sciences[12]. Per la National Academy, a differenza della FAO, la sfida più grossa è quella di conservare le foreste e contemporaneamente espandere la produzione alimentare e dunque il cambio d’uso nella terra deve ispirarsi a questi due criteri e non solo al secondo. D’altra parte i maggiori tagli delle foreste per destinare la terra ad uso agricolo, avvengono principalmente nei paesi meno sviluppati anche perché in essi si trovano le maggiori estensioni di foreste e le maggiori quantità di popolazione sottonutrita. Il processo di globalizzazione potrebbe in questo caso “aiutare” a recuperare efficienza nell’uso della terra se e nella misura in cui riuscisse a frenare “l’incontrollata” espansione della terra coltivata. Gli usi della terra dovrebbero essere visti e modellati, secondo la National Academy of Sciences, come un sistema di grandi flussi di popolazioni, individui e capitale, che collegano l’uso locale dei singoli appezzamenti di terreno a fattori globali anche molto lontani. Fondamentalmente, la terra che l’uomo lascia alla natura ovvero agli usi naturali come foreste, paludi, habitat per animali selvatici, e simili, è il residuo tra l’area totale e quella a destinazione agricola e di costruzioni. Per massimizzare la terra lasciata agli usi naturali, occorre evidentemente che la produzione agricola avvenga minimizzando l’uso della terra. In altre parole, l’uso globale della terra dovrebbe rispondere alle caratteristiche ecologiche, qualitative dei singoli appezzamenti di terreno in modo tale da conseguire l’incremento nella produzione agricola necessario a soddisfare la crescente domanda tramite gli incrementi di produttività legati alle caratteristiche ecologiche dei terreni piuttosto che dall’incontrollata espansione delle terre coltivate secondo il prezzo corrente più alto del prodotto. Dunque, e in estrema sintesi, per tentare di conciliare il bisogno di produzione alimentare crescente e quello di conservazione ambientale, occorre rispettare due criteri. Il primo riguarda l’utilizzazione di metodi di produzione agricola più amici dell’ambiente, come sono quelli che richiedono meno fertilizzati ma anche meno irrigazione e il secondo che si abbia specializzazione regionale del terreno secondo le specifiche caratteristiche naturali locali. Questa posizione non deve essere considerata come meramente astratta perché gli autori già possono citare “storie di successo” di questo tipo sebbene circoscritte, ovvero transizione nell’uso della terra del tipo auspicato cioè con simultaneo aumento della produzione agricola alimentare e di copertura forestale. Cina, Costa Rica, El Salvador e Vietnam, sono i paesi citati, che hanno ottenuto tali risultati affidandosi al recupero di terre degradate e non all’espansione del terreno agricolo ai danni delle foreste. La lezione che l’Accademia trasmette ai decisori del mondo è del tipo “ottimistico” nel senso di indicare come il processo di globalizzazione in atto e che, dati i molteplici suoi effetti pesantemente negativi produce crescente ostilità, anche violenta, da parte di molte popolazioni, potrebbe invece servire a creare strumenti di “spatial management” ai fini di raggiungere obiettivi che avvantaggino tutti, come quello di eliminare il trade-off tra foreste e agricoltura. Tale trade-off, come altri simili, non può essere eliminato ed anzi si rafforza se le decisioni sull’uso della terra sono prese singolarmente in ogni paese. L’effetto complessivo è ben lontano dall’ottimo sociale (inesistenza della mano invisibile) perché gli impatti globali sono negativi e superiori al beneficio specifico locale e di breve periodo.

Note

10.  Per inciso il tema delle api è affascinante. Già da diversi anni si sono registrate drastiche riduzioni nella quantità di api nel nord America, in Cina, in Europa, Italia compresa, per motivi apparentemente sconosciuti.  Al fenomeno fu dato il termine Colony Collapse Disorder e se ne studiarono le cause. Sembra adesso accertato che la riduzione di questi insetti sia legata all’uso di pesticidi in agricoltura. È appena il caso di ricordare che la scomparsa delle api significherebbe la catastrofe per l’umanità data la loro insostituibile funzione di impollinazione di frutta e verdura e non a caso in Cina sono ricorsi alla impollinazione manuale dei frutti.  Sembra inoltre che lo stesso Einstein avesse detto che se le api fossero scomparse anche l’umanità sarebbe scomparsa nel giro di pochi anni.

11.  Wackernagell Mathis- Rees William, “Our Ecological Footprint”, New Society Publishers, 1996

12.  Eric Lambin-Patrick Meyfroidt, “Global Land use Change, Economic Globalization and the Looming Land scarcity”, 2011, National Academy of Sciences.

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