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“100 + 50”: crescita e stabilità nell’economia dell’Italia unita

di - 4 Ottobre 2011
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8. L’economia italiana ha visto esplodere la produttività quando la finanza pubblica è stata in equilibrio, le infrastrutture fisiche e giuridiche si sono dimostrate acconce, la concorrenza ha sollecitato le imprese, la imprenditorialità, stimolata e confortata, si è espressa. Ciò è avvenuto in due fasi storiche: l’età giolittiana (1900-1913), con la “primavera” economica italiana, e il 1950-70, con il “miracolo” economico italiano. Viceversa, la produttività ha ristagnato nel 1887-1900, il tempo della Sinistra; nel 1922-1940, sotto il fascismo; infine, nel 1992-2011. In queste tre fasi di progresso tecnico carente i fasci di forze decisivi si sono volti, all’unisono, in negativo: la finanza pubblica è stata squilibrata, le infrastrutture inadeguate, il profitto troppo facile, la imprenditorialità latitante.
9. Se l’analisi è condivisa, le linee di fondo da seguire per tornare alla crescita sono chiare: risanare il bilancio pubblico; predisporre adeguate infrastrutture, fisiche e giuridiche; promuovere la concorrenza; sollecitare e sostenere l’imprenditorialità. Se lo Stato e le imprese seguissero questi indirizzi, l’economia ritroverebbe il sentiero della crescita. I presupposti strutturali non mancano: capacità di lavoro e di risparmio, capitale umano, milioni di aziende, tecnologia, una società ancora bisognosa di crescita.
10. E’ arduo predire se ciò avverrà. L’analisi economica stenta a spingersi al di là della triade di determinanti della crescita costituita da Risorse, Efficienza, Innovazione. Queste determinanti della crescita, strettamente economiche, interagiscono a propria volta con variabili metaeconomiche – la Cultura, le Istituzioni, la Politica – non meno rilevanti, forse ancor più fondamentali, radicate nel profondo del corpo sociale. Ma qui è bene che l’economista s’arresti.

II – Moneta forte, moneta debole, moneta stabile
1. Una moneta si dice forte quando può comprare più merci, in patria e all’estero. Ciò accade allorché i prezzi scendono e il tasso di cambio si apprezza, marcatamente.
Una moneta si dice, all’opposto, debole quando può comprare meno merci, in patria e all’estero. Ciò accade allorché i prezzi salgono e il tasso di cambio si deprezza, marcatamente.
2. In generale una moneta è forte perché la sua quantità è scarsa, la domanda di merci moderata, la loro produzione massiccia, la produttività progredisce e i costi – in specie i costi del lavoro e dell’energia – sono contenuti.
In generale una moneta è debole perché la sua quantità è sovrabbondante, la domanda di merci eccessiva, la produzione e la produttività basse, i costi – in specie i costi del lavoro e dell’energia – sono crescenti.
Nell’uno come nell’altro caso queste condizioni possono darsi singolarmente ovvero congiuntamente, cumulandosi negli effetti.
Sia la forza sia la debolezza della moneta dipendono molto anche dalle aspettative. Se c’è fiducia la moneta sarà più forte, se prevale la sfiducia la moneta sarà più debole.
3. Anche in economia gli eccessi sono dannosi. Tanto una moneta debole quanto una moneta forte frenano il progresso economico, provocano instabilità, stravolgono la distribuzione del reddito e della ricchezza. Sia la forza sia la debolezza della moneta possono quindi provocare ripercussioni sociali, politiche e istituzionali anche molto pesanti.
Il cambio cedevole peggiora i termini d’acquisto/vendita con l’estero: le esportazioni vengono svendute, le importazioni divengono più onerose. L’inflazione distorce il sistema dei prezzi di mercato e genera inefficienza perché non si sa più dove investire; eccita la speculazione e fa assumere rischi eccessivi a chi investe; punisce il risparmio e il credito; favorisce a caso e in modo subdolo i profitti a scapito dei salari e dei redditi fissi, i debitori a scapito di chi li finanzia.
Il cambio che si apprezza penalizza le imprese esportatrici. La deflazione distorce pur essa il funzionamento fisiologico del sistema dei prezzi di mercato e, come l’inflazione, genera inefficienza; diffonde pessimismo in chi investe; favorisce a caso e in modo subdolo i salariati, i percettori di redditi fissi e i creditori, a scapito dei profitti e dei debitori. La deflazione è pessima quando scaturisce da una caduta della domanda rispetto alla produzione. Lo è perché accentua la caduta della domanda globale, abbatte l’occupazione, i redditi, i consumi. La deflazione può risultare meno grave quando scaturisce da una espansione della produzione di alcune merci rispetto alla loro domanda. E’ in effetti meno grave se dai minori prezzi traggono significativo vantaggio i consumatori di quelle merci.
4. A una moneta forte, ovvero debole, è preferibile una moneta stabile in termini di potere d’acquisto sia domestico (stabilità dei prezzi interni) sia esterno (stabilità del cambio). Un aumento dei prezzi che non ecceda il 2 per cento l’anno e un tasso di cambio che non si discosti troppo dal suo livello normale, o tendenziale, evitano gli inconvenienti sia della moneta forte sia della moneta debole.
5. La politica monetaria – cioè il governo della moneta affidato alla banca centrale – mira quindi, opportunamente, alla stabilità. Deve ancorare le aspettative. Deve corroborare la fiducia. Allorché si rischia l’inflazione la banca centrale riduce i finanziamenti che concede, e quindi la quantità di contante, depositi e credito nell’economia; all’opposto, li accresce allorché si rischia la deflazione. Nel contrastare un’inflazione principalmente da costi la restrizione monetaria può avere l’effetto negativo collaterale, sperabilmente temporaneo, di deprimere l’attività produttiva e di innalzare la disoccupazione.
Perseguire la stabilità del potere d’acquisto della moneta è il primario dovere, la ragion d’essere storica, della banca centrale come istituzione autonoma, indipendente dal Governo. E’questo il compito statutario del Sistema Europeo delle Banche Centrali, costituito nel 1998 dalle banche centrali dei singoli paesi europei – la Banca d’Italia, la Bundesbank e le altre – e dalla Banca Centrale Europea di Francoforte, di cui le banche centrali nazionali sono proprietarie e amministratrici.

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