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La politica della ricerca: le prospettive per l’area giuridica

di - 5 Novembre 2010
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L’ipotesi alternativa che queste critiche suggeriscono è la seguente: si può, si deve, investire di più nella ricerca; tuttavia, senza una profonda revisione dei metodi di gestione, con controlli né occhiuti né soltanto formali, è impossibile, che i maggiori investimenti richiesti diano i risultati attesi. Questa ipotesi è forse suscettibile di essere accolta dagli economisti e dagli studiosi di altre scienze sociali. Essa presenta, ad ogni modo, maggiore interesse dell’altra nella prospettiva più propriamente giuridica. Mette in primo piano la necessità di adeguare le forme di azione dei poteri pubblici in vista della cura di un interesse costituzionalmente rilevante, quale è la ricerca scientifica (articolo 9, primo comma, della Costituzione), anche dall’angolo visuale della giustificazione delle somme di denaro sottratte coattivamente – mediante il prelievo – ai consumi e agli investimenti privati. Configura nella prospettiva scientificamente più convincente i controlli sui risultati, come richiesto dall’articolo 100 della Costituzione.

3. La valutazione della ricerca: requisiti fondamentali
Tra quanti – nelle sedi istituzionali e in quelle scientifiche – si occupano della valutazione della ricerca, riscuote crescenti consensi la tesi che essa debba ispirarsi a due fondamentali requisiti. Il primo è l’indipendenza di quanti sono – a vario titolo – impegnati nella ricerca e nella sua valutazione, in ragione dei compiti a cui essi sono chiamati: per questo motivo, in virtù dell’articolo 33 della Costituzione, “l’arte e la scienza sono libere”. Occorre altresì – ecco il secondo requisito – che la valutazione accerti e valorizzi il merito [8].
Vi è almeno un’altra considerazione da cui muovere: la necessità di una proiezione internazionale. Il variegato mondo della scienza non ha mai interrotto i suoi legami internazionali. Essi sono continuati finanche nelle fasi più cupe dell’autarchia. Si sono ulteriormente sviluppati nella seconda metà del Novecento, in buona parte corrispondendo all’ancoraggio del Paese all’area delle democrazie liberali dell’Occidente. Ovviamente, la direzione, la tipologia e l’intensità delle relazioni internazionali variano a seconda delle comunità scientifiche e al loro interno, in rapporto a una serie di fattori, tra i quali vi sono il grado di apertura nei confronti dell’uso delle principali lingue del mondo e, soprattutto, il grado di adesione ai criteri e alle procedure consolidati in ambito internazionale.
Sulla rilevanza di quei criteri e di quelle procedure, peraltro, nel nostro Paese non vi è pieno consenso. Vi è dissenso, in particolare, per quanto concerne la loro applicabilità alle varie aree scientifiche. Mostrano consapevolezza del problema sia i documenti prodotti dal Consiglio nazionale delle ricerche e da altre istituzioni, ai quali la SPISA ha opportunamente assicurato un’ulteriore pubblicità, sia il parere formulato dal CEPR sugli indicatori di produttività scientifica, le cui linee essenziali sono illustrate di seguito.

4. Il contributo del CEPR alla determinazione degli indicatori di produttività scientifica
Ai fini che qui interessano, tre aspetti del parere presentano maggiormente rilievo: l’attenzione per il reclutamento degli studiosi; il modo di concepire il merito e di valorizzarlo; l’equilibrio tra la generalità dei criteri direttivi e la specificità di ciascuna area scientifica, segnatamente di quella giuridica.
Giova chiarire subito, per fugare possibili equivoci, che il documento del CEPR si disinteressa delle procedure di reclutamento nelle università, la cui riforma è in discussione nelle aule parlamentari. Ma ciò non impedisce che l’elaborazione di criteri e metodologie per la valutazione della produttività scientifica produca precise conseguenze ai fini del reclutamento nelle università e negli altri enti di ricerca. Quei criteri, quelle metodologie possono utilmente integrare le norme oggi vigenti e quelle in corso di discussione in sede parlamentare. Potrebbero, segnatamente, costituire un correttivo nel caso in cui il Parlamento si risolvesse a sostituire – come da più parti e per molte buone ragioni viene auspicato – le procedure di valutazione comparativa in sede locale con l’esame di abilitazione a livello nazionale, specialmente nel caso in cui questo ultime abbia come esito una “lista aperta”.
Un’evenienza di questo tipo è probabile, pur se tutt’altro che auspicabile. Negli ambienti accademici di altri Paesi, vi sono forse sufficienti anticorpi per resistere alla tentazione di cogliere l’opportunità per attribuire l’idoneità anche a quanti non sarebbero in grado di superare un’equa valutazione comparativa. Nel nostro, le vicende recenti inducono a temere che manchi una sufficiente propensione a resistere alle spinte degli insiders [9], con il rischio tutt’altro che teorico che si diradino ulteriormente le chances per gli studiosi più giovani e meritevoli.

5. Una scelta di fondo: la valorizzazione del merito
Quanto al rilievo da attribuire al merito, vi è varietà di opinioni. Chi ritiene che il progresso della ricerca si configuri come amalgama tra le diverse “scuole” o cerchie di studiosi, può ritenere che il candidato a una determinata utilità riservata (idoneità, chiamata) debba essere valutato – per usare le parole di un giurista con ampia esperienza di commissioni di concorso – non solo “iure proprio”, ma anche “iure magistri”. Chi ritiene che, nell’impostare un raffronto tra curricula per l’attribuzione d’una idoneità o la decisione su un trasferimento, non si possa prescindere dall’anzianità accademica, chiederà a gran voce che questa sia rispettata, anche a scapito del merito. Queste opinioni riscuotono tuttora significative adesioni. Ma sono, quanto meno, discutibili: l’una perché ispirata a una sorta di concezione feudale dell’accademia, da ancien régime; l’altra perché attribuisce soverchio rilievo a un fattore poco rilevante in sé, e oltre tutto tale da incentivare il conformismo, ossia la fedeltà a Platone, anziché alla ricerca della verità; entrambe perché vanno a detrimento del contributo che il talento e la sua efficace, metodica applicazione sono in grado di dare all’evoluzione della scienza [10].

Note

8.  League of European Research Universities, Harvesting Talent: Strenghtening Research Careers in Europe, 2010.

9.  Ne analizza le conseguenze Roberto Perotti, L’università truccata, Torino, Einaudi, 2008.

10.  Vari punti di vista, quanto alle modalità per valorizzare il merito, sono esposti nel volume Concorrenza e merito nelle università, a cura di Giacinto della Cananea e Claudio Franchini, Torino, Giappichelli, 2009.

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