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Su un manoscritto giuridico del Mille

di - 4 Marzo 2009
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Eppure – è quasi certo – il nostro autore è a sua volta alle prese con un lavoro precedente. Ha davanti una copia del Codice Giustiniano, un po’ particolare; qualcun altro prima di lui ha dotato ciascuna costituzione di un breve sommario. Questi piccoli riassunti – deve pensare il nostro ignoto amico – sarebbe comodo averli tutti insieme e di seguito: secondo l’ordine in libri e titoli che ha dato l’imperatore, ma in una versione semplificata, priva del testo originale giustinianeo ormai così complesso da intendere. E lavora a fare, soltanto con quei sommari, un altro libro, le sue adnotationes, anche se la sostanza normativa vuol essere sempre quella del dominus Iustinianus e del suo codex. Il che ci sospinge ancora più indietro, e più lontano. 534, Costantinopoli, la sontuosa corte giustinianea.
Sembra quasi impossibile essere discesi tanto nel tempo (per continuare la metafora), che pure veniamo ‘trascinati’ ancora più indietro nel gorgo dei secoli.
I compendi così come i testi originari del Codex, le leges che la Summa riassume, vengono da costituzioni, variamente rimaneggiate, di imperatori romani. La più antica risale ad Adriano, C. 6.23.1. Poche parole, parte di un testo più lungo, di cui la Summa dà conto riducendole ancora, su una questione di testamenti (una passione romana): che restano validi anche ove i testimoni, liberi al momento della redazione, siano poi divenuti servi.
Adriano: siamo giunti a ritroso tra 138 e 117. L’impero al massimo dello splendore celebra i propri fasti in una ancora serena paganità. Fanno cent’anni che in terra di Giudea i Romani hanno crocifisso quel Cristo che scandirà cronologicamente la nostra era.
È trascorso un millennio da quando il volume fu approntato. Pure, le singole lettere delle parole son nitide. Si intravedono le righe per andare dritto tracciate con punta secca di metallo (per la grafite bisognerà aspettare un duecento anni); il bruno dell’inchiostro ha un tono deciso; brilla lucido il rossoarancio del minio per i capilettera. Tanto risalente di fattura, il manoscritto risulta nella sua materiale consistenza così ‘recente’.
Ha del miracoloso che questa “copia di rappresentanza” (la sua destinazione alta è quasi certa) abbia resistito al tempo, sia giunta pressoché intatta fino a noi: un regalo, specialissimo, della storia.
Ma dietro al ‘miracolo’ ci sono una serie di uomini al lavoro.
Il copista, naturalmente: una coppia anzi, ché nelle pagine finali si alternano chiaramente due mani diverse, anche se è il primo dei due, che ha compiuto la massima parte della trascrizione, a concluderla. Ha reso possibile il miracolo della sopravvivenza il suo lavoro accurato. E lungo: sette od otto mesi almeno, può calcolarsi. Pure, non si è posto riparo alla strana disarmonia iniziale. Nella fascia decorativa della prima pagina, dei fiori a quattro petali inscritti in un cerchio a compasso due sono colorati, il terzo no. Ha un qualche significato o è solo una svista per l’urgenza della consegna? E il committente non se ne è accorto? Non ha preteso il completamento? Non sappiamo, ma, singolarmente, ci rende più vivo, e più vicino, chi ha operato.
E non c’è solo questo lavoro nel volume.

Pagine: 1 2 3 4 5


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