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Su un manoscritto giuridico del Mille

di - 4 Marzo 2009
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C’è stato chi ha preparato dalla pelle ovina la pergamena per l’uso scrittorio. Una operazione altamente tossica (non sempre risalenza significa armonia con la natura); un grande impegno di risorse. Se ogni pubblicazione in carta non riciclata comporta un buco nel verde del pianeta, anche qui si è consumato un sacrificio, animale anziché vegetale. Occorsero fra le cinquanta e le cento pecore, a secondo della loro grossezza e della piegatura per l’arrangiamento dei fascicoli. Per questo solo esemplare, si intende: una ecatombe. Perfino di quelle povere bestie il manoscritto ci ‘parla’; in un foglio il margine basso curvato all’indentro rivela ad occhi esperti l’attacco di una zampetta.
E poi chi ha predisposto i ventisei “quaderni” che compongono il volume, piegando verosimilmente i fogli una o due volte e rispettando nell’alternarsi delle facciate la sequenza lato pelo/lato carne, così che l’effetto finale della scrittura risulti armonioso.
Di chi ha trascritto, ho già detto. Forse amava qualche pausa giocosa nella fatica, se per una segnalazione ricorre al disegno di un omino con l’indice teso.
Poi chi ha provveduto alla legatura.
E i bibliotecari cui via via il manoscritto è stato affidato: vi è ancora traccia di loro nel sovrapporsi di cartellini con le segnature.
Ma anche coloro che l’hanno custodito e protetto con premura e riguardo.
E – ancora – quanti utilizzando questo testo di diritto per il proprio lavoro l’hanno rispettato, consentendone la trasmissione ai posteri. Che l’opera tràdita dal nostro manoscritto abbia circolato è certo: è stata utilizzata; è servita per altri lavori. In manoscritti coevi e successivi sue citazioni precise sono state individuate, come abili investigatori, dagli studiosi.
In tempi più recenti un ruolo lo giocano anche questi ultimi. Tedeschi che vengono a Perugia e vi lavorano: 1817, Niebuhr per primo riporta il manoscritto alla conoscenza; venti anni dopo, Heimbach ne tenta una prima edizione e gli dà il nome di Summa Perusina con cui verrà più usualmente citato. E, 1900, il nostro Federico Patetta: è sua l’edizione critica, introvabile e a tutt’oggi insuperata, che abbiamo voluto ristampare. Nel manoscritto permane un segno, fisico, del suo ‘passaggio’: la numerazione delle carte, rigorosamente a lapis, è (lo sappiamo con certezza) di sua mano.
In questo manoscritto (come in molti altri, ma è del ‘nostro’ che si sta parlando), cogliamo così una rete di mille fili impalpabili.
Una ‘rete’ che avvicina le generazioni: non moltissime, in fondo – per la nostra tradizione centoventi all’incirca dalla fondazione di Roma – anche se spesso non si riesce a risalire come vera conoscenza oltre quella dei nonni o dei bisnonni.
Una ‘rete’ che sembra collegare fra loro tanti uomini al lavoro, anche se per lo più inidentificabili.
«È la storia, bellezza», vien da dire a mo’ di Humphrey Bogart.

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