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Riflessioni sulla crisi

di - 5 Dicembre 2008
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L’estrema difficoltà di individuare le dimensioni del repricing, della crisi cioè, deriva principalmente dal massiccio uso dell’innovazione finanziaria, che – con ampio utilizzo dei derivati e della titolarizzazione, anche dei suddetti mutui – ha comportato trasferimenti del rischio (di tasso, e soprattutto di credito) fra diversi operatori, banche e non-banche. Infatti, a quale prezzo tali trasferimenti siano avvenuti, e per quali importi, è arduo precisarlo. Le transazioni avvengono al di fuori dei mercati regolamentati, il pricing di tali strumenti è difficile e opinabile soprattutto per la scarsa liquidità di queste attività, il loro reporting, pubblico o alle autorità, è scarso o inesistente. Le informazioni di quest’ultime sull’entità del risk transfer e sull’allocazione finale del rischio sono aneddotiche, non sistematiche e si basano principalmente su rilevazioni delle banche vigilate esposte nel settore e sulla cosiddetta market intelligence, colloqui spesso informali con gli operatori.

Il trasferimento del rischio di credito, attraverso strumenti quali i derivati e operatori che agiscono non in copertura ma speculativi quali gli hedge funds, contribuisce all’efficienza dei mercati e provoca una sua più’ ampia distribuzione presso operatori che hanno capacità e appetito per assumere il rischio stesso. E invero, ad esempio, in assenza di tale trasferimento le conseguenze della crisi sui mortgage lenders, e forse sull’intero sistema bancario americano, sarebbero state, forse, ancor più pesanti. Tuttavia, la accresciuta possibilità di originare e poi distribuire il rischio ha probabilmente indotto i lenders a criteri più rilassati nella valutazione del rischio (moral hazard). Di conseguenza, il rischio non solo si è più ampiamente distribuito, ma è anche, nel complesso, cresciuto. Inoltre, la stessa idea che esso approdasse spesso presso non-banche, meno suscettibili di generare pericoli di stabilità sistemica, e meglio in grado di assorbirlo, ha mostrato limiti quando questi operatori hanno subito perdite rilevanti.

Sono conseguite infatti svendite dei titoli più facilmente liquidabili (donde, i cali di borsa, che, almeno all’inizio della crisi, sono apparsi più un by-product della turbolenza, che generati da difficoltà contestuali dell’economia reale), e una necessaria maggior attenzione verso le esposizioni bancarie nel settore. Inoltre, il generale calo delle attività finanziarie, riallineatesi al rischio, ha portato alla quasi paralisi del mercato dei prestiti interbancari, nel timore di insolvenza della controparte. L’illiquidità non è assoluta: denaro (più denaro) affluisce verso le attività sicure, come titoli di Stato. Ma se la liquidità difetta dove serve, una banca illiquida diventa potenzialmente una banca insolvente, nonostante la bontà del suo portafoglio prestiti: un portafoglio di mutui sul quale il costo del funding viene a eccedere il rendimento dei mutui stessi rende l’intermediario esposto all’insolvenza; l’apertura degli spread sulle diverse scadenze mette in evidenza questo problema.

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