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Le novità dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici

di e - 14 gennaio 2016
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Il 12 dicembre 2015 è entrato a far parte della storia della lotta al cambiamento climatico come la data in cui 195 Paesi sono riusciti a trovare un accordo comune per la riduzione delle emissioni antropogeniche e la gestione degli impatti derivanti dall’innalzamento della temperatura terrestre.
Dopo anni di negoziati e con il ricordo ancora vivo della Conferenza di Copenaghen, che nel 2009 non era riuscita a produrre l’esito sperato, i paesi si sono riuniti a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre, per due settimane di intense trattative volte alla definizione di “un nuovo protocollo o altro strumento legale o di altro risultato condiviso dotato di forza legale nell’ambito della Convenzione Quadro, applicabile a tutte le Parti”.
Nel portare a termine questo mandato, affidato loro a Durban (Sud Africa) nel 2011, delegati nazionali provenienti da tutto il mondo hanno negoziato per trovare un compromesso su alcune questioni chiave che, fino all’ultimo, hanno messo in dubbio l’esito della Conferenza di Parigi. L’accordo finale si può ritenere molto positivo, seppur insufficiente, per le ragioni che vedremo. 188 paesi che si impegnano a controllare le loro emissioni di gas serra rimane comunque un evento di portata storica, qualsiasi siano i dubbi e le perplessità per il tanto che ancora rimane da fare per limitare gli impatti negativi che i cambiamenti climatici stanno avendo sulle nostre società.
Alcuni elementi di quello che ora è l’accordo di Parigi erano già chiari ben prima dell’inizio di COP 21. Un accordo internazionale di questa importanza ha richiesto infatti mesi di attenta preparazione. E non si può che essere grati alla diplomazia francese per aver saputo costruire il consenso intorno ad un nuovo modo di affrontare il problema del cambiamento climatico.
Sapevamo da mesi infatti che quello di Parigi non sarebbe stato un accordo in stile Protocollo di Kyoto, dove solo alcuni Paesi avevano obblighi di riduzione delle emissioni. Sapevamo che il nuovo approccio “dal basso”, che trova attuazione in obiettivi delineati a livello nazionale – i cosiddetti contributi nazionali programmati o INDCs a voler usare l’acronimo inglese – già prima dell’inizio della conferenza aveva ricevuto una ottima accoglienza, con più di 180 paesi ad aver comunicato il proprio contributo. Sapevamo, tuttavia, che il raggiungimento di un accordo su altre questioni chiave, tra queste in particolare il finanziamento delle iniziative di mitigazione e adattamento nei paesi in via di sviluppo, era tutt’altro che scontato.
Per questo motivo, sabato 12 dicembre intorno alle 19.30, l’adozione del nuovo Accordo di Parigi è stata accolta con un gran sospiro di sollievo e salutata da un lungo e commosso applauso da parte di tutti i presenti.

Ma cosa prevede l’Accordo di Parigi? Vediamo insieme quali sono i punti salienti.
L’accordo innanzitutto è costruito attorno a tre obiettivi principali:

  1. contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali ed il perseguimento di sforzi per limitarla ad 1.5°C in quanto questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti dovuti al cambiamento climatico;
  2. accrescere la capacità di adattamento agli impatti avversi del cambiamento climatico, promuovere la resilienza e uno sviluppo a basse emissioni, in maniera che non sia minacciata la produzione alimentare;
  3. creare flussi finanziari coerenti con un percorso di sviluppo a basse emissioni di gas serra e resiliente ai cambiamenti climatici.

Per raggiungere ciascuno di questi obiettivi, il documento delinea una serie di disposizioni che guideranno l’azione degli stati a partire dal 2020 in poi. In particolare, rispetto all’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura al di sotto della soglia di sicurezza dei 2° C stabilita dalla comunità scientifica, l’accordo di Parigi si propone:

  1. di raggiungere il picco delle emissioni globali di gas serra il più presto possibile per poi intraprendere una rapida riduzione fino a raggiungere, nella seconda metà del secolo, la parità tra le emissioni prodotte e quelle assorbite. Strumento per raggiungere questi obiettivi sono i “contributi determinati a livello nazionale”: sforzi di mitigazione progressivi nel tempo e che tutti i Paesi parte dell’UNFCCC sono chiamati ad intraprendere e comunicare;
  2. di garantire sostegno e flessibilità ai paesi in via di sviluppo, che potranno avere bisogno di più tempo prima di avere un trend delle emissioni decrescente ed il cui bisogno di supporto finanziario e tecnologico per l’attuazione di questi impegni viene riconosciuto in diversi punti del testo;
  3. di assegnare ai paesi sviluppati il ruolo guida nell’azione di mitigazione attraverso obiettivi assoluti di riduzione delle emissioni a livello nazionale, mentre i paesi in via di sviluppo potranno aumentare le proprie emissioni, seppur riducendole a quello che sarebbero state senza l’adozione dei propri INDCs, con l’incoraggiamento ad intraprendere nel tempo obiettivi di riduzione più ampi;
  4. di chiedere a ogni paese di aggiornare i propri contributi nazionali ogni cinque anni, fornendo tutte le informazioni necessarie ad assicurarne chiarezza e trasparenza. Meccanismi di cooperazione, sia di mercato che non, possono essere intrapresi su base volontaria dai paesi, purché questo serva ad aumentare l’ambizione delle azioni e sia rispettata l’integrità ambientale.

Oltre alla mitigazione, un importante riconoscimento viene dato anche al ruolo dell’adattamento, visto che anche se il limite dei 2°C fosse rispettato, alcuni degli impatti del cambiamento climatico saranno comunque inevitabili. In generale, l’accordo di Parigi definisce l’adattamento come una sfida globale presente a diversi livelli, dal locale a quello internazionale, oltre che una componente chiave della risposta al cambiamento climatico nel lungo termine. Per questo motivo, l’accordo di Parigi:

  1. riconosce il bisogno di adattamento dei paesi in via di sviluppo e i conseguenti sforzi per farvi fronte, insieme alla necessità di rafforzare il supporto e la cooperazione internazionale a favore dei paesi maggiormente vulnerabili.
  2. Incoraggia tutti i paesi a mettere in atto azioni e piani di adattamento, sia a livello nazionale che in cooperazione, a comunicarli ed aggiornarli periodicamente anche nell’ambito dei contributi nazionali.
  3. Impegna i paesi sviluppati a mettere in atto azioni di cooperazione tecnologica e trasferimento di tecnologie a favore dei paesi in via di sviluppo per aiutarli a far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici oramai inevitabili.

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