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Le novità dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici

di e - 14 Gennaio 2016
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Collegata al tema dell’adattamento c’è quindi la questione del “loss and damage”. A conclusione di un lungo e acceso dibattito, a metà tra responsabilità storiche dei paesi industrializzati e capacità di adattamento agli impatti da parte dei paesi in via di sviluppo, l’importanza di minimizzare le perdite e i danni dovuti ai cambiamenti climatici è stata infine riconosciuta. A riguardo, i paesi sono chiamati a collaborare per comprendere i rischi, le conseguenze e le azioni per la gestione dei danni provocati dalla crescita delle emissioni. Tuttavia, nonostante l’inclusione del tema in un articolo dedicato e indipendente dall’adattamento ne rafforzi certamente la rilevanza, come chiesto dai paesi in via di sviluppo, le disposizioni attuative che accompagnano l’accordo di Parigi sono chiare nell’affermare che ciò non implica compensazioni monetarie, né l’attribuzione di responsabilità nei confronti dei paesi industrializzati.
L’accordo di Parigi stabilisce che i paesi sviluppati continuino a fornire supporto finanziario ai paesi in via di sviluppo, in maniera crescente e attraverso un’ampia varietà di fonti e strumenti. Informazioni riguardo a tale supporto, la sua entità e composizione, dovranno essere comunicate da ogni paese con cadenza bimestrale. Particolare attenzione dovrà essere riposta nel comunicare il contributo derivante da fondi pubblici nazionali, anche se il supporto da parte di altri paesi o attori privati è comunque incoraggiato. Come per gran parte dell’Accordo, ulteriori indicazioni sono fornite dalle disposizioni attuative, le quali, in questo caso, stabiliscono che prima del 2025 i governi dovranno definire un nuovo impegno finanziario collettivo e che la base di partenza sarà la cifra fissata dai precedenti negoziati per il 2020, ovvero 100 miliardi di dollari all’anno.
Infine, un punto di fondamentale importanza è costituito dal processo di revisione dello stato di attuazione dell’accordo, che verrà messo in piedi a partire dal 2023 e successivamente ripetuto ogni 5 anni con l’obiettivo di valutare i progressi rispetto al raggiungimento collettivo degli obiettivi di lungo termine. La revisione riguarderà tutti gli elementi chiave dell’Accordo di Parigi: in primis la valutazione dei contributi nazionali di mitigazione, ma altresì le azioni di adattamento, gli impegni finanziari, anche alla luce dei futuri risultati scientifici forniti dall’IPCC. I risultati di questo processo serviranno ad informare ed aggiornare i successivi contributi nazionali e le azioni che le parti saranno chiamate a presentare. Tenendo conto delle preoccupazioni di quei paesi che ritenevano questa data troppo lontana nel tempo, soprattutto rispetto all’analisi degli impegni di mitigazione, una prima valutazione verrà effettuata già nel 2018, intesa tuttavia come un dialogo informativo per la redazione dei successivi contributi nazionali.
Dal punto di vista legale, l’Accordo di Parigi formalizza un nuovo approccio costituito da una parte legalmente vincolante, che stabilisce regole comuni volte a promuovere un processo trasparente e ad assicurare la valutazione degli obiettivi, supportata da elementi lasciati alla legislazione nazionale di ciascun Stato, come sono gli INDCs. Questa soluzione “ibrida” è stata dettata dalla necessità di ottenere una larga adesione e quindi fornire uno strumento che fosse recepibile dagli ordinamenti nazionali senza troppe difficoltà.
La rigida distinzione inclusa nel Protocollo di Kyoto, tra stati Annex I, con impegni di riduzione vincolanti, contrapposta a quelli non Annex I che invece non ne avevano, è stata sostituita da una nuova forma di differenziazione più sfumata e flessibile che distingue semplicemente paesi sviluppati da paesi in via di sviluppo. Molte disposizioni stabiliscono impegni e regole comuni, consentendo tuttavia il rispetto delle diverse circostanze e capacità nazionali dei paesi più poveri, sia attraverso la cosiddetta “auto-differenziazione” implicitamente inclusa nei contributi nazionali, sia attraverso regole più dettagliate, come nel caso del supporto finanziario.
L’Accordo di Parigi ha fatto tesoro degli errori del passato ed ha cercato di rispondere all’urgenza dell’azione climatica incentivando la più ampia partecipazione possibile, seppur rinunciando a qualche elemento che ne avrebbe aumentato l’efficacia. Da questo punto di vista, l’accordo può certamente essere considerato un successo.
Includendo i contributi nazionali annunciati durante la conferenza stessa, i paesi che hanno comunicato il loro contributo nazionale sono 188, più del 98% delle emissioni globali. I paesi con le emissioni più elevate come Cina, Stati Uniti, Unione Europea ed India sono finalmente insieme nella lotta al cambiamento climatico e i loro leader politici si sono detti pronti ognuno a fare la propria parte. Certamente, rispetto a quanto ottenuto dal Protocollo di Kyoto nelle sue prime due fasi e dagli obiettivi volontari promessi dopo Copenaghen, la riduzione delle emissioni è più ambiziosa di quelle emerse da precedenti negoziazioni. Tuttavia, come era chiaro già prima dell’apertura dei lavori nella capitale francese, non è ancora sufficiente a limitare la crescita della temperatura al di sotto dei 2° C rispetto a quella preindustriale.
A partire dallo stesso UNFCCC, molti studi ne hanno valutato l’effetto aggregato sottolineando che ulteriori riduzioni saranno necessarie dopo il 2030, altrimenti l’aumento della temperatura a fine secolo sarà più vicina ai 3°C che a quella fissata dall’Accordo di Parigi. Molto dipenderà da quello che gli stati riusciranno a fare dopo il 2030. Se le emissioni effettivamente si ridurranno in modo rapido e se avremo a disposizione tecnologie efficaci nel rimuovere la CO2 dall’atmosfera su grande scala, allora l’obiettivo del 2°C potrà essere raggiunto. Altrimenti dovremo adattarci ad un clima molto diverso da quello attuale.
È ovvio che più si rimanderanno riduzioni consistenti delle emissioni, più queste dovranno essere ambiziose nel futuro. Per questo motivo, il processo di revisione e aggiornamento degli impegni che l’accordo di Parigi delinea, e che si spera negli incontri negoziali da qui al 2020 verrà ulteriormente definito in modo da operare in maniera efficace, giocherà un ruolo di fondamentale importanza nel promuovere azioni sempre più ambiziose.
Allo stesso modo la mobilizzazione di risorse finanziarie per permettere ai paesi in via di sviluppo di definire piani di mitigazione ed adattamento, così come quelle che tutti i paesi investiranno in ricerca, sviluppo e trasferimento di nuove tecnologie, risulterà cruciale per il raggiungimento degli obiettivi che ci si è dati. Un recente studio condotto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), in collaborazione con Climate Policy Initiative (CPI), mostra come nel 2014 i paesi sviluppati abbiano fornito 61.8 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo, il 70% dei quali provenienti da fondi pubblici (vedi figura). Dato altrettanto significativo, la cifra è cresciuta negli ultimi anni, sia per il crescente impegno dei governi sia grazie a sistemi di rendicontazione sempre più trasparenti.

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