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L’impresa e le sorti dell’economia

di - 26 agosto 2009
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Dal dopoguerra l’economia italiana ha attraversato tre fasi, stilizzate:
– 1950-1969: crescita rapidissima e stabile, dovuta solo per un terzo ad aggiunte di capitale e di lavoro e per ben due terzi al contributo della produttività: dinamismo d’impresa, innovazione, progresso tecnico, ottenuto anche imitando, importando, adattando le tecnologie delle economie più avanzate.
–    1969-1992: inflazione forte, prevalentemente da costi (del lavoro, dell’energia, della P.A.). I costi salivano a ritmi pari a tre – quattro volte quello della produttività. La produttività, pur rallentando, aumentava ancora, più che altrove in Europa.
Segnatamente, negli anni Ottanta la produttività del lavoro nella manifattura progrediva del 4,5 per cento l’anno (contro il 3 per cento in Francia e il 2 per cento nella Germania federale). Si continuava a innovare, ma meno intensamente. Soprattutto si sostituiva capitale alla manodopera, il cui utilizzo veniva “razionalizzato”.
– 1992-2008: crescita deludente, con netta tendenza al ristagno, non degli investimenti e dell’occupazione, ma della produttività, il motore dello sviluppo. L’innovazione ha latitato: il contributo del progresso tecnico è tendenzialmente sceso a zero, se non a valori addirittura negativi. Nonostante le ripetute revisioni al rialzo dei dati di contabilità nazionale da parte dell’Istat, il quadro è confermato dagli ultimi dati della Banca d’Italia sulla dinamica della produttività del lavoro: 1,9 per cento l’anno nel 1991-1995, 0,7 per cento nel 1996-2000, zero per cento negli anni Duemila. Il crollo è accentuato nella manifattura: il 4,5 per cento d’incremento della produttività del lavoro negli anni Ottanta è sceso a 2,6 nel 1991-95, a 1 nel 1995-2000, a -0,3 negli anni Duemila! Una performance di produttività peggiore nella manifattura rispetto al terziario, privato e ancor più pubblico, non trova riscontri fra le principali economie.
In un libro recente – Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia, 1796-2005, Bollati Boringhieri, Torino, 2007 – ho tentato una sintesi esplicativa del disastro produttivo del Paese dopo il 1992 con il concorso negativo, econometricamente tracciabile, di quattro fasci di forze. I primi due attengono al contesto esterno, sfavorevole, in cui le imprese hanno dovuto operare. I secondi due concernono invece più direttamente i limiti della intrinseca capacità/propensione delle imprese nell’esprimere produttività, in senso sia quantitativo sia qualitativo.
Richiamo brevemente gli ostacoli di contesto, riconducibili allo Stato e alla P.A. e che toccherebbe allo Stato di rimuovere, per poi dir di più sul tessuto produttivo.
a) Il primo impedimento alla crescita esterno all’impresa è stato e resta la finanza pubblica. Risparmio negativo o trascurabile, investimenti netti nulli in infrastrutture e opere pubbliche, tassazione inasprita e distorsiva costituiscono i tre canali attraverso cui la deplorevole condizione finanziaria della P.A. ha frenato e frena la crescita dell’economia.
b)       L’ulteriore palla al piede dello sviluppo economico del Paese è costituita dalle norme, la giurisprudenza e la dottrina che presiedono all’attività d’impresa. L’“esperienza giuridica” della economia italiana (per usare l’espressione cara a Giuseppe Capograssi e Riccardo Orestano) è assolutamente inadeguata, ostativa ai fini dell’espansione produttiva. Nonostante recenti parziali riforme ciò è soprattutto vero, e documentabile, per il diritto societario, le procedure concorsuali, il processo civile, l’ordinamento del lavoro. A mio avviso, è vero anche per la disciplina introdotta nel 1990 a tutela e protezione della concorrenza.
A questi fattori di cornice, a questi impedimenti esterni, si sono unite, con effetti negativi non additivi ma moltiplicativi, carenze organiche interne al sistema delle imprese. Le riassumo in due slogan che provo poi a sciogliere in un linguaggio meno impressionistico: “piccole donne che non crescono”, “profitti facili”.
Piccole donne che non crescono. Il capitalismo italiano, storicamente, “vien dalla campagna”. La sequenza è stata: media borghesia agraria (soprattutto padana), braccianti, operai, piccoli imprenditori. All’origine ottocentesca vi fu una modesta e solo graduale “accumulazione primitiva”: ridotta concentrazione di ricchezza mobiliare e lenta polarizzazione fra capitale industriale/finanziario, da un lato, e proletariato urbano, di fabbrica, dall’altro. Degli attuali 4 milioni di aziende anche le manifatturiere – mediamente più grandi – raggiungono a malapena il valore modale di 10 addetti. Le imprese manifatturiere sono tendenzialmente diminuite nel numero. Soprattutto, sono scemate in numerosità e in peso quelle di maggiore dimensione. Cinquanta anni fa i complessi con più di 1.000 addetti erano quasi 300 e ad essi faceva capo il 25 per cento circa degli addetti dell’intero settore manifatturiero. Oggi, sono poco più di 200 e impiegano solo il 10 per cento degli addetti. Ciò che è più grave, solo una decina di unità superano i 10.000 addetti, una volta che si escludano le imprese dei servizi, le banche e le utilities. Gli indici dei livelli di produttività media del lavoro attualmente stimati dalla Banca d’Italia sono pari a 100 per le imprese oltre i 200 addetti, a 90 per le imprese da 50 a 199 addetti, a 80 per quelle da 20 a 49 addetti. Sempre secondo Via Nazionale, negli ultimi anni anche la dinamica della “produttività totale dei fattori” è stata presso le piccole aziende pari solo a un terzo di quella, pur mediocre, riscontrata presso le maggiori grandi. Scarse in assoluto, o inferiori al passato, sono risultate la spesa per ricerca e sviluppo, le innovazioni di processo e ancor più quelle di prodotto, le nuove quotazioni in borsa. Si sono fatti rari i casi di aziende piccole divenute medie e di aziende medie divenute grandi, come pure i casi di acquisizione di piccole imprese innovative da parte di gruppi capaci di applicare l’innovazione su larga scala. La graduatoria delle imprese secondo dimensione e performance è mutata poco o nulla.

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