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L’impresa e le sorti dell’economia

di - 26 Agosto 2009
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Conforta una considerazione d’ordine storico[1].
Per ragioni analoghe a quelle che hanno bloccato la crescita nell’ultimo quindicennio, l’economia italiana aveva attraversato almeno due precedenti, lunghe fasi in cui il contributo del progresso tecnico allo sviluppo era stato pressoché nullo: il 1887-1898 – l’età della Sinistra con e dopo Crispi – e il periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale, sotto il fascismo. Questo è l’aspetto ulteriormente negativo di un quadro che conferma come l’economia italiana possa ristagnare o regredire quando i quattro fasci di forze che abbiamo richiamato frenano l’accumulazione e l’innovazione. L’aspetto positivo è che nell’una e nell’altra occasione, mutato il contesto, il sistema produttivo seppe reagire. Sia nell’età giolittiana (1900-1913) sia nel 1950-70 vi fu un balzo in avanti nella tecnologia, nella innovazione, nella produttività di lavoro e capitale. Finanza pubblica; infrastrutture fisiche e giuridiche; dinamismo d’impresa; concorrenza e altre sollecitazioni ex ante sui profitti: i quattro fasci di forze interagirono in senso virtuoso, volgendo da negativo a positivo il segno dell’effetto sul tasso di crescita.
Che il segno cambi per il meglio nel futuro medio-lungo è arduo per l’economista antevedere. Sarà decisivo uno strato più profondo di determinanti principalmente metaeconomiche: istituzionali, politiche, culturali, simili ma certo non identiche a quelle che trassero l’Italia dalla povertà nel 1900-1913 e nel 1950-70.[2]

Note

1.  Cfr. P. Ciocca, Interpreting the Italian Economy in the Long Run, in “Rivista di storia economica”, 2008, pp. 241-246.

2.  Per una descrizione, se non una analisi, di tali determinanti metaeconomiche rinvio al già citato Ricchi per sempre?, cap. 13.

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